La legge elettorale contestata che favorisce Vannacci e Calenda
Le elezioni amministrative hanno restituito un quadro molto più articolato di quanto raccontino le letture frettolose delle ultime ore. Da un lato, il centrodestra può rivendicare di non essere affatto in crisi, avendo conquistato o confermato città simbolicamente e politicamente rilevanti come Venezia e Reggio Calabria. Dall’altro, il voto locale ha confermato una tendenza che da mesi emerge anche nei sondaggi nazionali: se oggi si andasse alle elezioni politiche, la partita tra centrodestra e centrosinistra sarebbe molto più aperta rispetto a quanto si pensasse appena un anno fa.
Il risultato amministrativo, dunque, non certifica né il trionfo definitivo della maggioranza guidata da Giorgia Meloni né la rinascita compiuta delle opposizioni. Piuttosto, fotografa un Paese profondamente diviso, nel quale pochi punti percentuali possono determinare gli equilibri futuri della legislatura e persino l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.
La prossima legislatura, infatti, sarà quella destinata ad eleggere il successore di Sergio Mattarella, e questo rende ancora più strategico il peso dei cosiddetti “cespugli”, cioè quelle forze politiche non pienamente integrate nei due poli tradizionali. In particolare, Azione di Carlo Calenda e Futuro Nazionale, il movimento guidato dal generale Roberto Vannacci, potrebbero diventare decisivi. Entrambi, infatti, non risultano organicamente collocati né nel centrodestra né nel centrosinistra e potrebbero fungere da ago della bilancia in Parlamento.
È proprio questo il dato politico più interessante emerso dopo le amministrative: il bipolarismo italiano continua a esistere, ma appare sempre più fragile e incompleto. Nessuno dei due schieramenti sembra oggi in grado di dominare il sistema senza alleati esterni o convergenze post-elettorali. E ciò vale sia per il governo sia per le opposizioni.
Nel frattempo, la polemica politica si sta concentrando sulla proposta di nuova legge elettorale, ribattezzata “Bignamicum” dal nome dell’esponente di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami. Una riforma che il centrodestra vorrebbe approvare entro l’estate e che sta già provocando uno scontro durissimo con le opposizioni.
Il punto più contestato riguarda il premio di maggioranza. La proposta prevede infatti che la coalizione capace di raggiungere il 42% dei voti ottenga automaticamente il 55% dei seggi parlamentari. Secondo le minoranze, si tratterebbe di un meccanismo fortemente distorsivo della rappresentanza democratica, tanto da evocare il precedente storico della cosiddetta “legge truffa” del 1953. Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e altre forze di opposizione parlano apertamente di rischio di incostituzionalità, sostenendo che un premio così ampio altererebbe eccessivamente il rapporto tra consenso reale e rappresentanza parlamentare.
Tuttavia, il centrodestra farebbe bene a non considerare questa legge automaticamente vantaggiosa per sé. Gli ultimi sondaggi mostrano infatti che un’eventuale alleanza larga composta da Pd, Movimento 5 Stelle, AVS, Italia Viva e altri soggetti minori potrebbe teoricamente arrivare proprio a quella soglia del 42%, superando magari di poco la coalizione di governo. E in quel caso il premio di maggioranza finirebbe per consegnare il controllo del Parlamento proprio alle opposizioni.
È questo il grande paradosso del Bignamicum: una legge pensata per blindare il governo potrebbe trasformarsi in un boomerang politico. Anche perché manca ancora circa un anno e mezzo alle prossime elezioni politiche e gli scenari possono cambiare rapidamente. Le tensioni internazionali, il rallentamento economico europeo, l’inflazione e la perdita della spinta propulsiva del PNRR potrebbero indebolire ulteriormente l’esecutivo nei prossimi mesi.
Inoltre, la proposta di riforma contiene altri elementi destinati a ridisegnare il sistema politico. Il progetto prevede infatti un impianto sostanzialmente proporzionale, con l’abolizione dei collegi uninominali e una soglia di sbarramento fissata al 3%. Una scelta che potrebbe favorire proprio le forze minori, consentendo sia ad Azione sia all’area vicina a Vannacci di ottenere una rappresentanza parlamentare autonoma senza dover necessariamente confluire in coalizioni rigide.
Ma il punto forse più delicato riguarda l’indicazione preventiva del candidato premier prima delle elezioni. Una norma che sembra fatta su misura per il centrodestra, dove la leadership di Giorgia Meloni appare consolidata, ma che rischia di creare fortissime tensioni nel cosiddetto campo largo progressista.
Nel centrosinistra, infatti, la competizione tra Elly Schlein e Giuseppe Conte è tutt’altro che risolta. La segretaria del Pd punta a guidare l’alternativa al governo, ma il leader del Movimento 5 Stelle continua a mantenere un forte consenso personale e difficilmente accetterebbe una subordinazione politica senza condizioni. Costringere l’opposizione a indicare in anticipo il candidato premier potrebbe quindi accentuare divisioni e rivalità, rendendo ancora più complicata la costruzione di un’alleanza credibile.
Resta poi un elemento storico che il centrodestra non dovrebbe sottovalutare: la cosiddetta “maledizione della legge elettorale”. Nella storia repubblicana italiana, quasi tutte le maggioranze che hanno modificato unilateralmente le regole del voto hanno poi perso le elezioni successive. È accaduto più volte, dal Mattarellum al Porcellum fino al Rosatellum, il che alimenta l’idea che gli elettori tendano a punire chi appare intenzionato a piegare le regole democratiche ai propri interessi contingenti.
Per questo motivo, sarebbe probabilmente più saggio aprire un confronto più ampio con le opposizioni. Una legge elettorale condivisa, o almeno discussa in maniera meno muscolare, avrebbe maggiori possibilità di reggere nel tempo e soprattutto eviterebbe di trasformarsi nell’ennesima arma di scontro politico. Le regole del gioco democratico, infatti, dovrebbero nascere dal massimo consenso possibile, non dalla logica della semplice autosufficienza parlamentare.
Le amministrative hanno dunque consegnato un messaggio preciso: il centrodestra resta competitivo e radicato nel Paese, ma non invincibile. Le opposizioni appaiono ancora divise, ma potenzialmente in grado di contendere a Meloni e ai suoi alleati la guida del Paese. E in mezzo, tra i due poli, crescono spazi politici che potrebbero diventare decisivi non solo per formare il prossimo governo, ma anche per scegliere il futuro capo dello Stato. È per questo che la battaglia sulla legge elettorale non è una discussione tecnica riservata agli addetti ai lavori: è già, a tutti gli effetti, la prima vera campagna elettorale delle prossime politiche.


