La Brigata Ebraica denuncia le violenze (organizzate) pro-Pal del 25 aprile
Dopo le violenze del 25 aprile, l'associazione della Brigata Ebraica, scacciata dal corteo dai pro-Pal, passa al contrattacco e sporge querela per l'aggressione subita. Un'aggressione organizzata e poi rivendicata.
Il 25 aprile di quest’anno è stato uno dei più violenti di sempre, sia a Milano che a Roma. Di quel che è avvenuto nel capoluogo lombardo, restano impresse nella memoria del grande pubblico, non solo di chi era in piazza, la scena della cacciata dal corteo della Brigata Ebraica, alla fine letteralmente espulsa dalla manifestazione, a seguito di una violenta protesta di gruppi pro-Pal e di estrema sinistra, nonostante vi fossero stati accordi sulla sua presenza e modalità di partecipazione.
Con una conferenza stampa, tenutasi al Comune di Milano il 29 luglio (ieri, per chi legge), il presidente dell’associazione della Brigata Ebraica, Davide Romano, assieme ad Alessandro Litta Modignani e Alessandro Pecoraro, dell’associazione Ponte Atlantico, hanno presentato la querela sporta contro ignoti per quell’aggressione subita. È ancora contro ignoti, ma vi sono chiari indizi sui responsabili, già contenuti nel testo della denuncia, di cui abbiamo preso visione, elementi di indagine offerti al Pm per l’individuazione di alcuni soggetti.
La sigla che appare maggiormente è quella dei Carc, i Comitati d’Azione per la Resistenza Comunista. Già due settimane prima della manifestazione, il 10 aprile, sul loro sito Internet veniva pubblicato un documento dal titolo eloquente: «Milano, appello all’equipaggio di terra e di mare: per un 25 aprile senza sionisti e guerrafondai». I manifestanti dell’associazione della Brigata Ebraica, un’associazione antifascista che ricorda un’unità britannica che combatté contro i nazisti, sono definiti nel documento del Carc come «sostenitori del genocidio in Palestina».
Prima del 25 aprile, i promotori del corteo della Brigata Ebraica avevano presentato in conferenza stampa il progetto della manifestazione, intervenendo con un cappio al collo simbolico, in solidarietà con i condannati a morte iraniani. I militanti dei Carc hanno volutamente travisato la protesta contro la repressione iraniana e hanno accusato la Brigata di voler sostenere la pena di morte in Israele: il ministro Ben Gvir aveva sventolato un cappio alla Knesset il parlamento israeliano. Ma il significato era esattamente l’opposto. Il Carc vantava inoltre di essere riuscito a «costituire un’unità d’azione tra forze che hanno messo al centro l’obiettivo di fare del 25 aprile, non una giornata di strumentalizzazioni, ma un momento di lotta, per liberare il corteo dai guerrafondai e dai sionisti». Dunque appare evidente che la loro partecipazione nel corteo, il loro sforzo organizzativo, era volto unicamente a scacciare altri partecipanti, attraverso la “lotta”.
Interessante vedere il punto di vista dei Carc anche sulla violenza di questa operazione, dove con un linguaggio alquanto oscuro scrivono: «Possiamo e dobbiamo trattare insieme la paura e la repressione, come una questione collettiva, a partire dal fatto che la repressione è sempre uno strumento a doppio taglio per la classe dominante, possiamo ribaltarla contro chi la promuove con la solidarietà e la lotta». Un linguaggio da anni di piombo, esattamente come questo stralcio di comunicato emesso dopo il “successo” del 25 aprile: «È stato ampiamente dimostrato, come nelle manifestazioni del “blocchiamo tutto” (i blocchi ferroviari in solidarietà con la Flotilla per Gaza, ndr) che attenersi alle regole e anche alle leggi che la borghesia impone, magari con la minaccia della repressione, alla fine non paga. Altro che pacificazione sociale e stare alle regole!». E ancora: «Il legalitarismo bieco, l’attenersi alle regole e ai diktat dei borghesi, fino all’accettazione di strumentalizzazioni e sporche operazioni come quella della Brigata del genocidio (sic!) nel corteo del 25 Aprile, porta a compromessi e patti che aprono alle peggiori conseguenze».
In questo caso sono i Carc che rivendicano di non essersi “limitati” ad una contestazione, ma «si facesse quel che avevamo detto di fare: cacciare i sionisti dal 25 Aprile». Il tutto, meglio ribadirlo, ai danni di un’associazione dichiaratamente antifascista, anche se non comunista. Le violenze ci sono state, le conseguenze sono state molto limitate solo a causa della massiccia presenza della polizia e di una catena di City Angels, ma un anziano è stato ricoverato a seguito di un malore (per la situazione di forte tensione), una signora di 82 anni è stata strattonata e gettata a terra e anche una manifestante georgiana è stata aggredita e le è stata strappata la bandiera.
Questo, al di là del caso singolo, è uno spaccato di come funzionano le manifestazioni egemonizzate dalla sinistra massimalista, un copione che si ripete ancora, e ancora e ancora, non solo nel corteo della Liberazione, ma in ogni piazza, spesso con conseguenze ancora peggiori, quando un’ala ancor più massimalista si stacca dal corteo e attacca anche la polizia. Ma tornando al 25 Aprile, come è possibile che una festa istituzionale nazionale sia in balìa di gruppi che non accettano le regole, non accettano la legge e buttano fuori dal corteo, con le cattive o con le cattivissime, gruppi che ritengono loro nemici politici? Chiediamoci se tutto ciò sia normale, in attesa di vedere come procederà la querela sporta ieri dalle vittime dell’aggressione pro-Pal.
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