• VERSO IL SINODO SULL'AMAZZONIA

Preti sposati, una breccia nel cuore della Chiesa

«Non è un bene per la Chiesa aprire la breccia delle ordinazioni sacerdotali degli anziani. La storia insegna che concessioni limitate sono poi divenute pratica universale». A pochi giorni dall'inizio del Sinodo dell'Amazzonia, alla Nuova BQ parla il teologo Gagliardi: «L’identità del sacerdote non coincide con l’essere una sorta di “distributore di sacramenti”. Egli è segno vivo di Cristo Pastore e Sacerdote». Come uscire dal grave problema della scarsità di vocazioni? Con l'invito evangelico a pregare per avere operai: «Cercare altre vie, meno vicine al funzionalismo e più prossime ad una visione di fede soprannaturale».
-IL DOSSIER AMAZZONIA

L’Instrumentum Laboris del prossimo Sinodo Speciale per l’Amazzonia (vai qui per il dossier della Bussola)ha sollevato diverse perplessità, anche da parte di persone autorevoli, oltre che di studiosi di diverse discipline. Uno dei punti su cui l’attenzione si è maggiormente appuntata è la proposta, contenuta nel documento, di aprire alla possibilità di ordinare i cosiddetti viri probati, per sopperire alla mancanza di sacri ministri in alcune regioni amazzoniche. L’Instrumentum vi fa riferimento in due punti.

Al n. 126/c, dove si legge: «Le comunità hanno difficoltà a celebrare frequentemente l’Eucaristia per la mancanza di sacerdoti. “La Chiesa vive dell’Eucaristia” e l’Eucaristia edifica la Chiesa [si cita in nota “Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia (2003), 1. Cap. II”]. Per questo, invece di lasciare le comunità senza l’Eucaristia, si cambino i criteri di selezione e preparazione dei ministri autorizzati a celebrarla».

Al n. 129/a-2, il riferimento diviene più esplicito: «Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana».

Personalmente ritengo che non sarebbe un bene per la Chiesa aprire questa breccia, foss’anche per la sola regione pan-amazzonica. Parlo di breccia perché la storia insegna che concessioni inizialmente limitate sono poi divenute spesso pratica pressoché universale nella Chiesa. D’altro canto, la mancanza di sacerdoti è un male che affligge parecchie aree del mondo cattolico e non solo l’Amazzonia. Se tale mancanza nell’area amazzonica giustificasse l’ordinazione di viri probati, non si vede perché non si dovrebbe poi procedere a risolvere il problema nello stesso modo anche in altre aree geografiche dove la Chiesa sperimenta difficoltà dello stesso tipo. L’ordinazione dei viri probati costituirebbe, poi, a sua volta una breccia, che faciliterebbe la prospettiva di rendere il celibato ecclesiastico facoltativo anche per uomini più giovani. Infatti, se il problema si risolvesse ordinando uomini anziani sposati che non hanno seguito corsi teologici regolari né ricevuto una formazione pastorale specifica per svolgere il ministero presbiterale, perché non si dovrebbero ammettere all’ordinazione uomini sposati più giovani, che la Chiesa potrebbe preparare più adeguatamente al ministero?

In breve, se al Sinodo per l’Amazzonia si suggerisse di procedere in simile direzione, e se la Santa Sede confermasse in seguito tale proposta, vi sarebbe certamente, nell’arco di pochi anni, un cambio di disciplina circa l’obbligatorietà del celibato ecclesiastico nella Chiesa latina. Si nota anche che la ragione addotta dall’Instrumentum Laboris per ordinare i viri probati è il cosiddetto “diritto dei fedeli all’Eucaristia”, inteso come il fatto che possano avere disponibile con frequenza la celebrazione della Santa Messa, oltre agli altri Sacramenti.

Un grande problema per il teologo cattolico oggi è quello di fare il proprio dovere senza con ciò dare l’impressione di essere contro qualcosa o qualcuno (il che rappresenterebbe un uso “politico” della scienza teologica). Come, dunque, condividere il frutto del proprio studio e delle proprie riflessioni – sempre per il bene della Chiesa e a servizio di essa – senza che tale comunicazione venga interpretata come un attacco o una ribellione?

Circa il caso in analisi, mi sono imbattuto in una breve nota che scrissi nel 2012 e fu pubblicata l’anno seguente, durante il pontificato di Benedetto XVI. Tale breve articolo è disponibile QUI. Essendo stata scritta in tempi non sospetti, è impossibile che essa venga intesa come un’“arma” di attacco teologico. Appare invece utile riprenderla, affinché si possa ragionare con serenità e oggettività su un tema che ha per la Chiesa una rilevanza molto più grande di ciò che spesso si pensi (ho poi dedicato ancora alcune pagine al celibato sacerdotale, aggiungendo altri dati, nella mia Dogmatica dal titolo La Verità è sintetica, Siena 2018 [III ediz.], pp. 665-670).

Ringrazio La Nuova Bussola Quotidiana per la disponibilità a ripubblicare questo mio testo del 2013. Segnalo in esso particolarmente la citazione contenuta nella nota 3, che rimanda al Sinodo dei Vescovi del 2005, che scriveva: «Certuni hanno fatto riferimento ai “viri probati”, ma quest’ipotesi è stata valutata come una strada da non percorrere». Se un recente Sinodo, per di più con carattere universale, ha già discusso e rigettato l’ipotesi, è possibile che dopo pochi anni un Sinodo a carattere più limitato e territoriale ribalti la decisione, ancora una volta confermata, di non procedere in tale direzione?

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Il cosiddetto “diritto all’Eucaristia” e la scarsità numerica di Sacerdoti: quali indicazioni? (pubblicato in Alpha Omega 16 [2013], pp. 471-476)
È noto che uno dei problemi attuali più seri, che riguardano non solo il sacerdozio cattolico in sé, ma la Chiesa stessa, è la scarsità numerica dei Sacerdoti, che risalta maggiormente se paragonata al numero complessivo dei fedeli cattolici.

Quando mancano i Sacerdoti, la prima conseguenza è che non si riescono più a svolgere sufficientemente le missioni apostoliche e a reggere adeguatamente le diverse istituzioni religiose, quali scuole, ospedali, gruppi e movimenti ecclesiali e, in particolare, le parrocchie. Tra gli innumerevoli risvolti negativi, vi è quello per cui molti fedeli non possono partecipare regolarmente alla celebrazione della Santa Messa, né ricevere l’assoluzione sacramentale dei peccati. Il venir meno della pratica sacramentale è uno dei danni più gravi dovuti alla scarsità numerica del Clero.

Si è già da tempo posta la questione del come affrontare questa sofferta situazione. Non pochi hanno proposto di aumentare il numero dei Sacerdoti sia abolendo il celibato ecclesiastico obbligatorio, sia ordinando presbiteri i cosiddetti viri probati – ossia cattolici coniugati (perlopiù anziani), che si siano distinti nella pratica della fede –, sia ancora riammettendo al ministero i Sacerdoti che lo hanno in passato abbandonato e sono stati dispensati dagli obblighi propri dello stato sacerdotale[1].

Per quanto riguarda la prima proposta – l’abolizione del celibato obbligatorio – essa è stata in più occasioni scartata dal Magistero ecclesiastico, sia per motivi teologici che fenomenologici. I motivi teologici, che non dobbiamo qui riprendere, mostrano che la questione del celibato sacerdotale va molto al di là di ragioni puramente funzionali, sottolineando la particolare conformazione del Sacerdote a Cristo, che possiede anche peculiari significati ecclesiologici ed escatologici. I dati fenomenologici evidenziano, dal canto loro, che anche le Comunità cristiane che ammettono il Clero uxorato conoscono la stessa “crisi di vocazioni”, se non addirittura una crisi maggiore, di quella della Chiesa Cattolica.

Al riguardo si è espresso con chiarezza il Servo (oggi santo ndr) di Dio Paolo VI:
«Non si può senza riserve credere che con l’abolizione del celibato ecclesiastico crescerebbero per ciò stesso, e in misura considerevole, le sacre vocazioni: l’esperienza contemporanea delle Chiese e delle Comunità ecclesiali che consentono il matrimonio ai propri ministri sembra deporre al contrario. La causa della rarefazione delle vocazioni sacerdotali va ricercata altrove, principalmente, per esempio, nella perdita o nella attenuazione del senso di Dio e del sacro negli individui e nelle famiglie, della stima per la Chiesa come istituzione di salvezza, mediante la fede ed i sacramenti, per cui il problema deve essere studiato nella sua vera radice»[2].

Rispetto alle altre due proposte – quella dell’ordinazione dei viri probati, o della riammissione al ministero attivo di Sacerdoti dispensati e convolati a nozze – bisogna ad esse rispondere che gli stessi elementi teologici che provano la grandissima convenienza del celibato ecclesiastico motivano anche l’assoluta sconvenienza di tali soluzioni[3]. Esse, infatti, si fondano sulla stessa motivazione che sostiene le proposte di abolizione del celibato: vale a dire, un concetto principalmente funzionale del sacerdozio. Ora, se è di fede che solo il Sacerdote ordinato può celebrare l’Eucaristia ed assolvere sacramentalmente dai peccati[4], è anche vero che l’identità del Sacerdote non coincide semplicemente con l’essere – sit venia verbis – una sorta di “distributore di sacramenti”. Egli è segno vivo di Cristo Pastore, Sacerdote e Maestro in seno alla Comunità.

La proposta di ordinare i viri probati, o di reintegrare nel ministero i Sacerdoti dispensati, viene in genere accompagnata da alcune considerazioni. Innanzitutto, si dice, la vita celibataria – ritenuta particolarmente onerosa e a volte persino “contro natura” – può essere raccomandabile ma non obbligatoria. Causa principale della scarsità del Clero sarebbe, secondo questa visione, l’obbligo del celibato. Questa opinione è stata riportata, criticamente, anche da Paolo VI[5] assieme a diverse altre. Papa Montini, tuttavia, dopo aver preso atto delle argomentazioni in circolazione, invitava ad elevare lo sguardo più in alto, ad una comprensione di fede del celibato e non puramente funzionale:
«Non ignoriamo che altre obiezioni possono essere sollevate contro il sacro celibato: è questo un tema molto complesso, che tocca sul vivo la concezione abituale della vita, e che introduce in essa la luce superiore proveniente dalla divina rivelazione; una serie interminabile di difficoltà si presenterà per coloro che non capiscono questa cosa (cf. Mt 19,11), che non conoscono, o che dimenticano il dono di Dio (cf. Gv 4,10), e non sanno quale sia la logica superiore di tale nuova concezione della vita e quale la sua mirabile efficacia, la sua esuberante pienezza»[6].

In secondo luogo, si fa spesso leva sul presunto “diritto dei fedeli all’Eucaristia”, che verrebbe violato dalla Gerarchia la quale, nel rito latino, continua a mantenere il carattere obbligatorio del celibato ecclesiastico, anche a prezzo del costante assottigliamento dell’organico presbiterale. Questa seconda argomentazione, da un lato, ripropone l’idea che il celibato sia la causa della diminuzione dei sacerdoti, dall’altro suppone un diritto dei fedeli che in realtà non sussiste. Infatti, il “diritto all’Eucaristia” viene riconosciuto dal Codice di Diritto Canonico nei termini seguenti: «Ogni battezzato, il quale non ne abbia la proibizione dal diritto, può e deve essere ammesso alla Sacra Comunione»[7]. Il “diritto all’Eucaristia”, dunque, riguarda la possibilità di accedere al Sacramento, lì dove esso viene celebrato o almeno conservato, da parte di coloro che non sono impediti canonicamente. In termini assoluti, non sussiste un diritto dei fedeli ad avere la disponibilità del Sacramento in qualunque condizione e situazione. Pertanto, anche se si ammettesse in teoria che la scarsità di Clero, e di conseguenza, l’indisponibilità della Celebrazione Eucaristica, dipendono dal voler mantenere l’obbligatorietà del celibato ecclesiastico (cosa che, come detto, non è affatto provata), ciò non rappresenterebbe comunque la violazione di un diritto dei fedeli da parte della Gerarchia cattolica.

Ad un terzo livello, si aggiunge la considerazione per cui, anche se in senso stretto non sussiste un “diritto” all’Eucaristia, è talmente grande il profitto spirituale che proviene ai fedeli dalla pratica sacramentale, da suggerire comunque l’ordinazione dei viri probati, o il reintegro di Sacerdoti dispensati, allo scopo di ampliare l’offerta di celebrazioni eucaristiche. Il Concilio Vaticano II, pur avendo discusso del problema, non ritenne questa la soluzione adeguata ad esso. La linea del Concilio va piuttosto verso l’incoraggiamento dei Sacerdoti alla generosità ed alla disponibilità ministeriale:
«Ricordino quindi i Presbiteri che a essi incombe la sollecitudine di tutte le Chiese. Pertanto, i Presbiteri di quelle diocesi che hanno maggior abbondanza di vocazioni si mostrino disposti ad esercitare volentieri il proprio ministero, previo il consenso o l’invito del proprio Ordinario, in quelle regioni, missioni o attività che soffrano di scarsezza di Clero»[8].

In questa stessa linea, il Beato Giovanni Paolo II – di prossima canonizzazione (oggi canonizzato ndr) – ebbe a dire:
«Il celibato sacerdotale non è soltanto una legge ecclesiastica ma riveste un significato profondo alla luce della teologia del sacerdozio. La Chiesa non riconosce come accettabili i tentativi e le pressioni per reintegrare nel ministero sacerdotale coloro che lo lasciano per la vita nel matrimonio. Non sarà questo il cammino per risolvere la grave carenza di sacerdoti»[9].

Le indicazioni magisteriali – qui solo brevemente richiamate – ricordano che al grave problema della scarsità dei Sacerdoti non si deve rispondere solo per via organizzativa. Bisogna elevare lo sguardo ad una visione più alta, la visione della fede:
«Il Nostro Signore Gesù non dubitò di affidare a un pugno di uomini, che ognuno avrebbe giudicato insufficienti per numero e qualità, il formidabile compito della evangelizzazione del mondo allora conosciuto, e a questo “piccolo gregge” ingiunse di non perdersi d’animo, perché avrebbe riportato con lui e per lui, grazie alla sua diuturna assistenza, la vittoria sul mondo. Gesù ci ha ammonito anche che il regno di Dio ha una sua forza intima e segreta che gli permette di crescere e di giungere alla messe senza che l’uomo lo sappia. La messe del regno di Dio è molta e gli operai sono ancora, come all’inizio, pochi; non mai anzi sono stati in numero tale che l’umano giudizio avrebbe potuto giudicare bastevole. Ma il Signore del regno esige che si preghi, affinché sia il padrone della messe a mandare gli operai nel suo campo. I consigli e la prudenza degli uomini non possono sovrapporsi alla misteriosa sapienza di Colui che nella storia della salvezza ha sfidato la sapienza e la potenza dell’uomo con la sua follia e la sua debolezza»[10].

In questa medesima prospettiva, si è espresso ancora Benedetto XVI, rispondendo alla domanda di un Sacerdote, durante un incontro tenuto nell’ambito dell’Anno Sacerdotale:
«Realmente lei tocca di nuovo un problema grande e doloroso del nostro tempo: la mancanza di vocazioni, a causa della quale Chiese locali sono in pericolo di inaridire, perché manca la Parola di vita, manca la presenza del Sacramento dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti. Cosa fare? La tentazione è grande: di prendere noi stessi in mano la cosa, di trasformare il sacerdozio – il Sacramento di Cristo, l’essere eletto da Lui – in una normale professione, in un “job” che ha le sue ore, e per il resto uno appartiene solo a se stesso; e così rendendolo come una qualunque altra vocazione: renderlo accessibile e facile. Ma è una tentazione, questa, che non risolve il problema. Mi fa pensare alla storia di Saul, il re di Israele, che prima della battaglia contro i Filistei aspetta Samuele per il necessario sacrificio a Dio. E quando Samuele, nel momento atteso, non viene, lui stesso compie il sacrificio, pur non essendo sacerdote (cf. 1Sam 13) (cfr); pensa di risolvere così il problema, che naturalmente non risolve, perché se prende in mano lui stesso quanto non può fare, si fa lui stesso Dio, o quasi, e non può aspettarsi che le cose vadano realmente nel modo di Dio. Così, anche noi, se svolgessimo solo una professione come altri, rinunciando alla sacralità, alla novità, alla diversità del sacramento che dà solo Dio, che può venire soltanto dalla sua vocazione e non dal nostro “fare”, non risolveremo nulla. Tanto più dobbiamo – come ci invita il Signore – pregare Dio, bussare alla porta, al cuore di Dio, affinché ci dia le vocazioni; pregare con grande insistenza, con grande determinazione, con grande convinzione anche, perché Dio non si chiude ad una preghiera insistente, permanente, fiduciosa, anche se lascia fare, aspettare, come Saul, oltre i tempi che noi abbiamo previsto. Questo mi sembra il primo punto: incoraggiare i fedeli ad avere questa umiltà, questa fiducia, questo coraggio di pregare con insistenza per le vocazioni, di bussare al cuore di Dio perché ci dia dei Sacerdoti»[11].

In conclusione, il problema della scarsità odierna dei Sacerdoti, problema che non può essere sottovalutato, non trova risposta adeguata né nell’abolizione del celibato ecclesiastico, né nell’ordinazione dei viri probati, e neppure nel reintegro nel ministero attivo dei Sacerdoti che sono stati in passato dispensati. La soluzione andrà cercata per altre vie, meno vicine al funzionalismo e più prossime ad una visione di fede soprannaturale, la quale produce tra l’altro uno spiccato senso della necessità di pregare per le vocazioni. Bisogna sempre ricordare che la soluzione indicata da Cristo al problema del ristretto numero di operai della messe va esattamente in questa direzione (cf. Lc 10,2).

 

[1] Tra i sostenitori di questa tesi, vi è anche chi mette a disposizione on line materiale di riflessione, come sul sito http://viriprobati.it

[2] Paolo VI, Sacerdotalis Caelibatus, 24.06.1967, n. 49.

[3] Toccando il tema preoccupante della scarsità dei Sacerdoti, il Sinodo dei Vescovi del 2005, dedicato all’Eucaristia, si era chiaramente pronunciato contro l’ipotesi di ordinazione dei viri probati: «La centralità dell’Eucaristia per la vita della Chiesa fa sentire con acuto dolore il problema della grave mancanza di clero in alcune parti del mondo. Molti fedeli sono così privati del Pane di vita. Per venire incontro alla fame eucaristica del popolo di Dio, che spesso per non brevi periodi deve fare a meno della celebrazione eucaristica, è necessario fare ricorso ad iniziative pastorali efficaci. In questo contesto i Padri Sinodali hanno affermato l’importanza del dono inestimabile del celibato ecclesiastico nella prassi della Chiesa latina. [...] Certuni hanno fatto riferimento ai “viri probati”, ma quest’ipotesi è stata valutata come una strada da non percorrere» (Sinodo dei Vescovi, XI Assemblea Generale Ordinaria, 02-23.10.2005, propositio 11; corsivo nostro).

[4] Cf. DS 802; 1321; 1323; 1684; 1710; 1740; 1752.

[5] Cf. Paolo VI, Sacerdotalis Caelibatus, n. 8.

[6] Ibid., n. 12.

[7] Codex Iuris Canonici, can. 912. Per altri aspetti particolari, cf. cann. 917-918; 923.

[8] Concilio Vaticano II, Presbyterorum Ordinis, 07.12.1965, n. 10.

[9] Giovanni Paolo II, Discorso ai Sacerdoti nella Cattedrale di Natal (Brasile), 13.10.1991, n. 4.

[10] Paolo VI, Sacerdotalis Caelibatus, n. 47.

[11] Benedetto XVI, Incontro Internazionale con i sacerdoti, 10.06.2010.

*Professore Ordinario dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum; Professore Invitato presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino in Urbe (Angelicum)