a cura di Stefano Fontana
  • IL DIBATTITO

Prestito nazionale, una questione di sussidiarietà

Nelle scorse settimane si era molto discusso su dove reperire i fondi per la ripartenza dell’economia italiana. Non solo, quindi, le risorse per curare le ferite da covid-19 ma anche per ridare slancio alle imprese in generale. Tra le tante ricette più marginali, due principali percorsi si presentavano all’orizzonte: il primo consisteva nel chiedere dei soldi agli italiani tramite un prestito nazionale. Emissione quindi di titoli di Stato da acquistare ad un tatto basso ma oggi interessante con i risparmi delle famiglie che, come noto, in Italia sono ancora consistenti. Questa soluzione era suggerita da molti economisti e banchieri importanti e mirava nella sostanza a “fare da sé”.

Il secondo percorso era invece di ottenere le risorse dall’Europa, mediante una serrata trattativa a Bruxelles. Come è noto alla fine è prevalsa questa seconda soluzione. Dietro la questione, come è evidente, se ne nascondeva un’altra, ossia cosa fare dell’Unione Europea. Nel caso del prestito nazionale, l’Italia si sarebbe allontanata dall’Unione e i rapporti con Bruxelles si sarebbero ulteriormente raffreddati. Nel secondo caso, invece, l’Italia si rimetteva nelle mani dell’Unione in una posizione di stretta dipendenza.

Può essere interessante chiedersi quale delle due soluzioni potrebbe esser considerata migliore alla luce dei principi della Dottrina sociale della Chiesa. Anticipo subito che il mio parere è che la soluzione giusta sarebbe stata la prima e cerco di spiegare i motivi.

Il problema di fondo è se prima venga la nazione o le istituzioni sovranazionali. Il principio di sussidiarietà è chiaro nel dire che quanto può fare il livello inferiore non deve essere fatto dal livello superiore. Quindi se con l’aiuto dei risparmi degli italiani, l’Italia può trovare le risorse per fronteggiare la situazione, questa è la strada da seguire. Il motivo, prima che economico, è antropologico: le persone e le famiglie italiane sono prima italiane e poi europee. Non è vero che, come dice qualcuno, ormai la nostra patria è l’Europa. Tra l’altro qui non si parla nemmeno di Europa, ma di Unione Europea che non è certamente la nostra patria. C’è un ordine naturale delle cose: la famiglia e la nazione vengono prima e vengono insieme. Naturalmente – ma non si può qui approfondire – nazione non equivale a Stato.

A ciò seguono poi dei motivi politici. Accettare i finanziamenti europei significa cedere ulteriormente parti della nostra sovranità, quindi vuol dire spingere ancora verso un super-Stato europeo. I soldi che arriveranno dall’Unione non saranno gratuiti, né economicamente né politicamente. Non lo saranno economicamente perché andranno restituiti con gli interessi, e non lo saranno politicamente perché l’Unione imporrà all’Italia ristrutturazioni  e riforme decise altrove.

È vero che al tavolo di questo “altrove” siederemo anche noi, ma in posizione di debolezza. Le ristrutturazioni imposte da un lato avranno costi sociali oggi non dichiarati, dall’altro saranno una specie di “commissariamento” politico del nostro Paese. In questo modo gli aiuti vengono utilizzati per preparare un nuovo potere, oltre che per rintuzzare le spinte centrifughe che dopo la Brexit e il caso Grecia si erano accentuate. Con questo immenso prestito l’Italia è costretta a restare legata al carro europeo e a farsi dettare una precisa agenda dalle istituzioni dell’Unione.

Il giudizio sulle due strade da prendere è quindi fortemente condizionato dal giudizio che si dà sull’Unione. Non potendo qui riprendere questo vasto discorso, faccio notare almeno che se si prendono i grandi principi della Dottrina sociale, si deve notare che l’Unione europea sta andando completamente dall’altra parte. Non merita quindi nessuna attendibilità da questo punto di vista. La via del prestito nazionale avrebbe consentito almeno una pausa nel processo di integrazione europea e nel frattempo si sarebbero potute esprimere voci critiche, mentre con la scelta fatta è stata spianata la strada del solito europeismo che tanti sospetti suscita insieme con molte apprensioni.

La scelta avrà anche conseguenze politiche interne di notevole importanza. L’attuale governo, molto debole, rappresentato in Parlamento ma non nel Paese, con un livello di incompetenza senz’altro significativo, tenuto al proprio posto da un’emergenza prolungata artificialmente e da un parlamentarismo stretto puntellato dal presidente Mattarella, troverà conforto dai soldi in arrivo dall’Unione e potrà continuare indisturbato la sua corsa che, come si sa, sta producendo molti danni, tra cui la (ormai certa a questo punto) approvazione della legge contro l’omofobia. Tutto grazie ai soldi in arrivo da Bruxelles.