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Ponte indaga il dolore e il riscatto di Giairo e gli altri

“Sotto il cielo della Palestina”, la nuova fatica di Giorgio Ponte, palermitano e milanese d’adozione, docente di italiano e storia e abile scrittore ( ricordiamo il successo editoriale di “Io sto con Marta”) non è semplicemente una raccolta di storie liberamente ispirate ad alcuni racconti evangelici, ma è la rielaborazione intensa e profonda del mal di vivere che accompagna alcuni personaggi che ritroviamo anche nel Vangelo, ma ovviamente, in quel contesto, privi della profonda introspezione psicologica che li caratterizza, invece, nell’opera di Ponte e nei quali tutti potremmo rispecchiarci.

Sotto il cielo della Palestina”, la nuova fatica di Giorgio Ponte, palermitano e milanese d’adozione, docente di italiano e storia e abile scrittore ( ricordiamo il successo editoriale di “Io sto con Marta”) non è semplicemente una raccolta di storie liberamente ispirate ad alcuni racconti evangelici, ma è la rielaborazione intensa e profonda del mal di vivere che accompagna alcuni personaggi che ritroviamo anche nel Vangelo, ma ovviamente, in quel contesto, privi della profonda introspezione psicologica che li caratterizza, invece, nell’opera di Ponte e nei quali tutti potremmo rispecchiarci. Personaggi provati dalla fatica e dalla sofferenza del vivere quotidiano che, in alcuni casi, assume sfumature estremamente drammatiche, al punto dal portarli al rifiuto di Dio, come avviene nella storia di Giairo. La raccolta è composta da tre racconti che hanno come protagonisti “Yokabe”, “Giairo” e “Levi” e che sono fruibili anche singolarmente

Ciò che colpisce di quest’opera di Ponte, in particolare, è il modo in cui egli scava nella sofferenza dell’animo umano, mostrandone tutte le sfumature e le contraddizioni. Davvero l’autore sembra soffrire insieme ai personaggi. Un parto: questo percorso di maturazione, di crescita umana e spirituale, sembra davvero un parto che l’autore vive con le sue “creature”, le cui doglie vengono fortemente trasmesse anche al lettore che, condotto per mano, pagina per pagina e dopo ogni singola vicenda, compie un viaggio straordinario che prima lo inabissa, insieme ai protagonisti, nel fondo di una sofferenza profondissima che proprio quando sembra essere divenuta ormai cieca e senza speranza, viene raccolta e redenta da un improvviso e straordinario evento che la riscatta. La riscatta sì, perché niente del vissuto degli uomini, ci dimostra Ponte, riagganciando sapientemente la storia dei suoi personaggi, al racconto evangelico corrispettivo, viene “buttato da via” da chi, anzi dall’unico, capace di redimere ogni dolore, indurimento e peccato.

La storia dei suoi personaggi, per quanto difficile, laida e disperata, abbraccia sempre quella del Maestro, incapace di resistere agli aneliti di rinascita (come nel caso di Yokabe) o ai gesti estremi di folle generosità e di amore (come nel caso di Nathaniel) come un richiamo a cui Dio non può e  non vuole resistere, regalando loro, non solo una seconda possibilità, ma la Vita stessa, una Vita che i personaggi avevano da sempre, solo appena intuito, come  fuoco sotto la cenere, ma la cui esistenza si mostra totalmente e nel pieno del suo splendore, solo davanti al Maestro.

Chi di noi non può non rispecchiarsi nell’indurimento del cuore di Giairo dopo una vita costellata di lutti e di sofferenze, in cui l’amore dopo aver fatto capolino, viene strappato via con violenza, lasciando un vuoto profondo ed inestinguibile? Chi nelle relazioni familiari complesse e problematiche tra Yokabe sua madre, suo marito e la sua comunità, non può non scorgere quelle incomprensioni e quei messaggi svalutanti fino all’autodistruzione che proprio le persone più care spesso ci rimandano?

Tuttavia, quella in cui ci immerge Ponte, non è una sofferenza gratuita ma catartica, di cui anche noi finiamo per farci carico, andando a fondo anche del nostro stesso io e proprio come, in una sorta di processo “maieutico”, facendo partorire in noi e da noi, tutti i turbamenti e le contraddizioni che ci caratterizzano. E proprio, nel momento in cui li abbiamo riportati alla luce, magari vergognandocene anche un po’, siamo pronti, insieme ai suoi personaggi, a fare finalmente l’incontro col Maestro, davanti al quale, anche noi, presentiamo i nostri pesi e il nostro male. E l’incontro è così vivido nelle parole dell’autore, che possiamo vedere trasfigurate anche le nostre esistenze, insieme a quelle dei personaggi e i nostri imbarazzanti lati oscuri.

In tutto questo viaggio nella parte più profonda e forse anche inesplorata dell’io, desta davvero meraviglia, il modo in cui l’autore propone, con incredibile originalità, la rappresentazione del male, contraddistinto, non semplicemente da pennellate fosche, ma da una drammaticità maestosa e totalizzante, per l’animo umano che ne è, suo malgrado avvolto (come per gli indemoniati di Gadara). Quella col Maligno diventa una lotta concreta, carnale, psichica, spirituale che vede due esseri a confronto: l’uomo e il suo Nemico rappresentato come non mai, in una caratterizzazione davvero particolareggiata, unica, nuova e tale, da dar vita, man mano che nelle pagine ce ne viene offerta la manifestazione, ad un dipinto straordinario, il cui soggetto, potrebbe occupare, con grande efficacia, un intero quadro.

Non meno efficace è la descrizione dei riti ebraici, ad esempio, attraverso la celebrazione del matrimonio tra Yokabe e Johanna. In questo caso, senza temere di esagerare, possiamo dire che la penna di Ponte, raggiunge vette di lirismo che, a tratti, si avvicinano a quelle del Cantico dei Cantici “L’uomo si fissava le mani nervoso, rigirando sulle nocche gli anelli di famiglia che non avrebbe mai più messo.

A un tratto le voci attorno a lui si affievolirono fino a scomparire, lasciando il posto a un silenzio solenne. La luce delle lampade sembrò farsi più intensa e persino il profumo dei fichi sembrò impregnare con più forza l’aria.
Johanna deglutì, alzando il capo. Lei era lì, ritta e immobile davanti la soglia di casa. Un ovale di luce bianca nel crepuscolo. Le parole del salmo proseguirono nella sua mente:
“Entra la figlia del re; è tutta splendore, tessuto d’oro è il suo vestito. È condotta al re in broccati preziosi. “La veste di lino candido avvolgeva il corpo di Yokabe incorniciandole le mani e il collo di ricami floreali, mentre la ghirlanda di gigli intrecciata con i capelli e orlata di gemme le irradiava di riflessi il viso velato, mostrando il bagliore degli occhi sotto il tessuto trasparente.
Johanna si accorse che la ragazza stava sorridendo e un fremito di desiderio lo attraversò. Si lesse il contratto, si pronunciarono i voti. A quel punto la folla di invitati, come avesse trattenuto il fiato fino a quel momento, esplose in un boato di esultanza, riprendendo a cantare in un vortice di tamburelli e arpe.  Johanna divenne uomo davanti agli uomini e davanti a Dio.

Un altro dato non trascurabile di quest’opera è il modo in cui Ponte si cala nelle vicende non solo delle “microstorie” dei protagonisti, ma anche della “macrostoria” del popolo ebraico. Emerge, infatti, da questi racconti, anche l’identità religiosa di un popolo, abituato a credere in un Dio esclusivamente trascendente, il cui volere può essere solo intuito e seguito, rispettando la Legge, ma che non penetra davvero nell’io più profondo degli uomini, lasciati ad interrogarsi, senza speranza, sul perché abbiano toccato un fondo a cui non immaginavano nemmeno di arrivare. A questo Dio fa, quasi da contraltare, seppure nella continuità della Legge, che è il filo conduttore che invisibilmente percorre le loro vite e mantiene deste le loro coscienze, il Maestro. Il Maestro, il Dio-con-noi che, come nell’incontro con la Samaritana (assente però in quest’opera) mostra di conoscere alla perfezione il cuore dei miseri che gli si presentano davanti, spesso nemmeno, per loro volontà ma trascinati, ai piedi, del Maestro, dal loro stesso peccato, in una forza attrattiva proveniente dall’unico Dio che salva, la cui potenza redentrice e purificatrice riesce a sovrastare il male più grande, persino quello di Legione, capace di piegare, non solo i due indemoniati, ma un intero villaggio.

Insomma, non esitiamo a dire che il contraccolpo offerto da questi tre racconti, è straordinariamente significativo, probabilmente frutto di un incontro personale vissuto e sviscerato fino alla polpa da Giorgio Ponte stesso che, nel momento in cui dirige sapientemente le fila delle varie storie “sa” dove arriveranno i suoi personaggi, ma non semplicemente perché ne ha studiate e costruite le gesta a tavolino, ma perché ne ha in prima persona vissuti i tormenti, le speranze, le cadute e le redenzioni, con un coinvolgimento non solo pieno ma totalizzante, nel quale ci avvolge, col quale ci investe, lasciandoci significativamente “toccati” e desiderosi di compiere un nuovo viaggio con lui, fino ai piedi del Maestro.