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Dottrina sociale
a cura di Stefano Fontana

Il libro

Pio XII spartiacque per la Dottrina sociale? Parliamone

Pubblicata l’antologia La Dottrina sociale della Chiesa da Leone XIII a Pio XII, con un’introduzione di Paolo Gulisano. La decisione di fermarsi a papa Pacelli a proposito di DSC apre una marea di questioni. Vediamone qualcuna.

Dottrina sociale 09_04_2024

Con un’introduzione di Paolo Gulisano, è stato pubblicato il libro La Dottrina sociale della Chiesa da Leone XIII a Pio XII (OAKS Editrice, Sesto San Giovanni 2024). Si tratta di un’antologia di insegnamenti di Leone XIII, Pio XI e Pio XII, soprattutto di quest’ultimo in verità. Come dice il titolo, la rassegna non va oltre Pio XII. Vuol dire che dopo di allora non c’è più stata una Dottrina sociale della Chiesa? Oppure che c’è stata ma diversa dalla precedente? Ricordiamo che Benedetto XVI nella Caritas in veritate (n. 4) ha detto che non si può erigere un muro tra la Dottrina sociale preconciliare e quella postconciliare perché si tratta di un unico sviluppo organico. Gulisano, nell’introduzione, spiega i due motivi di questa scelta. Il primo riguarda la valutazione secondo cui «La Dottrina sociale, con i papi conciliari, si modificò sostanzialmente, introducendo elementi di internazionalismo, pacifismo, terzomondismo»; «Un tentativo di riportare in auge la Dottrina sociale più tradizionale venne fatto con il pontificato di Giovanni Paolo II» (p. 10). Il secondo motivo si basa sull’assunto che «le analisi dei problemi sociali svolte dai tre Pontefici presi in considerazione siano tuttora insuperate» (p. 11). Segue una breve esplicitazione di questo assunto.

Le antologie hanno sempre meriti e demeriti. Limitare i riferimenti a Leone XIII solo alla Rerum novarum, per esempio, può essere considerato un difetto, dedicare 13 capitoli su 15 a Pio XII può essere visto come un eccesso oppure un merito, data la dimenticanza che vela ormai da molto tempo il ricordo degli insegnamenti di questo pontefice. Su questo aspetto del libro, quindi, ognuno esprimerà il proprio giudizio in base alle proprie attenzioni. Da parte mia invito soprattutto a recuperare Pio XII.

Certamente più stimolante è la decisione di fermarsi a quest’ultimo pontefice. Le questioni implicate in questa scelta sono talmente tante e impegnative che certamente l’introduzione di Gulisano non poteva non dico spiegare ma nemmeno affrontare. Si pensi solo alla valutazione da dare al Vaticano II e al periodo postconciliare fino ad oggi, oppure allo sviluppo della teologia cattolica: un mare magnum di questioni. Per limitarmi a fare solo qualche brevissima osservazione: anche io ho scritto alcune cose sulle “variazioni” della Dottrina sociale della Chiesa nel periodo post-conciliare e, quindi, concordo con chi nutre qualche perplessità sulla continuità forse eccessivamente proclamata. Non arrivo però a fermare la storia della Dottrina sociale a Pio XII, anche se mi sento spinto a pensare che dopo Benedetto XVI essa sia in liquidazione, non solo perché non viene più nominata e adoperata ma perché la Chiesa di oggi non accetta più il quadro filosofico e teologico che faceva da quadro e fondamento alla sua Dottrina sociale. Se il libro ha fatto questa scelta per richiamare l’attenzione su una fase della Dottrina sociale molto interessante allora va bene, ma se la scelta intende sostenere che con Pio XII la Dottrina sociale della Chiesa si è conclusa, allora la tesi avrebbe avuto bisogno di altre e più forti argomentazioni, pur non negando il sottoscritto – come già detto – che nel periodo successivo siano emerse diverse “variazioni” che andrebbero esaminate con attenzione e, in qualche caso, anche “sanate”, compresa la dottrina dell’ermeneutica della riforma nella continuità applicata alla Dottrina sociale.

Qualsiasi sia, delle due possibilità ora richiamate, quella autentica, rimane il fatto che oggettivamente questa scelta pone, anche indirettamente, il tema della “continuità” della Dottrina sociale della Chiesa. Il libro ritiene che, anche se si dovesse esaminare l’insegnamento successivo, la chiave di lettura dovrebbe essere questo magistero da Leone XIII a Pio XII, e non solo per una certa coincidenza di eventi storici, come Gulisano segnala, ma secondo me anche per una questione di principio: gli insegnamenti più recenti vanno letti alla luce della tradizione. Anche qui, però, si spalanca una enorme questione, quella della conciliabilità dell’ermeneutica moderna (Heidegger o Habermas per capirsi) con la tradizione cattolica. L’ermeneutica moderna infatti pensa il contrario, ossia che le nostre precomprensioni di oggi siano capaci di riscrivere i documenti di allora.

Stefano Fontana