Pillole abortive via posta, nuova triste conferma dalla Corte Suprema
Confermata ancora una volta la norma introdotta dall’amministrazione Biden che consente di spedire via posta il mifepristone. Dissentono i giudici Alito e Thomas. Il caso continua comunque nelle corti inferiori.
Sulle pillole abortive è arrivata una nuova delusione per il movimento pro vita americano e per chiunque ha a cuore i bambini nel grembo materno. Ieri, giovedì 14 maggio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato ancora una volta la norma introdotta dall’amministrazione Biden che consente di spedire via posta – senza il requisito minimo della visita di persona – il mifepristone, una delle due sostanze usate per l’aborto farmacologico. Una conferma che tecnicamente è arrivata senza offrire motivazioni, attraverso la proroga della sospensione del divieto al mifepristone via posta che era stato emesso lo scorso 1 maggio dalla Corte d’Appello del Quinto Circuito. Nel caso di specie, che nasce dall’azione legale avviata dallo Stato della Louisiana, la sospensione del divieto era stata richiesta con un ricorso d’emergenza presentato il 2 maggio da Danco Laboratories e GenBioPro, due aziende produttrici del mifepristone.
La decisione della maggioranza della Corte Suprema ha visto dissentire i giudici Samuel Alito e Clarence Thomas. Quest’ultimo, nella sua opinione dissenziente, avallando la linea argomentativa della Louisiana, ha sottolineato che «la spedizione di mifepristone per uso abortivo costituisce un reato penale. Il Comstock Act vieta l’uso della “posta” per spedire qualsiasi “farmaco [...] destinato a provocare l’aborto”». Thomas ha ricordato che questa violazione della legge, attraverso la spedizione del mifepristone, causa quasi mille aborti al mese in Louisiana, aggirando le normative pro vita dello Stato. E poi lo stesso giudice, con parole stringenti, ha messo in luce l’assurdità di appoggiare il ricorso dei produttori del mifepristone: «I ricorrenti non hanno diritto alla sospensione di un’ordinanza giudiziaria sfavorevole sulla base del mancato guadagno derivante dalla loro attività criminale. Essi non possono, in alcun senso giuridicamente rilevante, subire un danno irreparabile a causa di un’ordinanza giudiziaria che renda loro più difficile commettere reati». L’interesse pubblico, spiega Thomas richiamando un precedente giurisprudenziale (Zedner vs Stati Uniti), è di ridurre la possibilità dei ricorrenti di commettere reati, mentre una proroga va nel senso opposto.
Degno di nota anche quanto scritto dal giudice Alito, che nella sua opinione dissenziente ha affermato che il mifepristone per corrispondenza rientra in «un piano volto a minare la nostra decisione nel caso Dobbs contro Jackson Women’s Health Organization», cioè la sentenza del giugno 2022 che ha annullato la Roe contro Wade e restituito ai singoli Stati federati il diritto di regolamentare l’aborto. «Alcuni Stati hanno risposto alla sentenza Dobbs rendendo ancora più facile ottenere un aborto rispetto a prima, e questa è una loro prerogativa. Altri Stati, tra cui la Louisiana, hanno reso l’aborto illegale tranne che in circostanze limitate. [...] Ma gli sforzi della Louisiana sono stati vanificati da alcuni operatori sanitari, organizzazioni private e Stati che detestano leggi come quella della Louisiana e cercano di minarne l’applicazione», ha scritto Alito. La Louisiana, come gli altri Stati a guida repubblicana, caratterizzati da normative più attente al diritto alla vita dei nascituri, è quindi danneggiata nella sua sovranità.
Già nel giugno 2024 la Corte Suprema aveva mantenuto intatte le norme sul mifepristone, allora sfidate dall’Alleanza per la Medicina Ippocratica e altri ricorrenti, i quali, secondo i giudici (in quel caso all’unanimità), non avevano i requisiti per agire in giudizio in quanto non erano riusciti a dimostrare di aver subìto un danno personale concreto dalle regole introdotte dalla Food and Drug Administration. Invece la Louisiana, così come l’altra ricorrente, Rosalie Markezich, una donna costretta ad abortire dal suo fidanzato attraverso pillole che lui stesso si era fatto spedire, hanno le carte in regola anche da questo punto di vista, tant’è che la Corte d’Appello del Quinto Circuito aveva concesso loro la sospensione della norma introdotta sotto Biden (il mifepristone via posta, appunto) sulla base delle buone probabilità di vincere nel merito. È arrivata la doccia fredda della Corte Suprema, ma l’esame del caso continuerà nelle corti inferiori.
USA, Corte Suprema reintroduce (per ora) pillole abortive via posta
Altalena giudiziaria negli Stati Uniti in pochi giorni. Dopo la sentenza della Corte d’Appello (1 maggio 2026), che aveva bloccato la norma dell’amministrazione Biden sul mifepristone via posta, ieri la Corte Suprema l’ha temporaneamente ristabilita. Una norma che si è ritorta contro la “libertà” delle stesse donne. Il caso della ricorrente Rosalie Markezich.
La pillola abortiva resta, ma la Corte Suprema non chiude i giochi
La Corte Suprema degli USA ha deciso all’unanimità che un gruppo di medici non ha i requisiti per agire in giudizio contro la liberalizzazione del mifepristone. Ma la sentenza lascia aperta la porta ad altri ricorsi, in primis delle donne danneggiate dalle pillole abortive.


