• MANOVRA FINANZIARIA

Pensioni e stipendi pubblici si mangiano il bilancio

Pare che tutto lo scontro fra Renzi e l'Ue sulla spesa pubblica riguardi i costi relativamente "piccoli" per far fronte all'immigrazione e alla ricostruzione dopo i terremoti del 2016. Ma a ben guardare il problema è un altro: la spesa pubblica è già molto dilatata a causa di pensioni e stipendi pubblici.

Inps

L'Italia che deve aumentare le spese per qualcosa di utile irrinunciabile e l'Europa madre severa che, in nome del rigore, la costringe a rinunciare. Quella che ci tocca leggere sui giornali e sentire sui media, a ogni legge di bilancio, è sempre la stessa solfa. E non fa eccezione, ovviamente, l'ultima manovra finanziaria di cui – per motivi di urgenza – il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha da poco firmato il decreto di presentazione alle Camere.

Questa volta lo scontro con l'Europa è su uno 0,6% di Pil circa che il governo Renzi vorrebbe sforare per risolvere alcune crisi contingenti: per la precisione fonti di Bruxelles riferiscono che l'Italia abbia chiesto di scomputare dal deficit una somma pari allo 0,22% del Pil per l'emergenza immigrazione, più uno 0,18% per l'edificazione di strutture antisismiche e uno 0,16% destinato alla ricostruzione delle zone colpite, per un totale di circa 9 miliardi. Per la ricostruzione serviranno infatti circa 2,8 miliardi e più o meno altrettanti per l'emergenza, mentre per l'accoglienza serviranno 3,43 miliardi (in netto aumento, questo è vero, rispetto agli 898 milioni del 2012). A queste cifre si affianca una manovra da 20,1 miliardi di spese (15,1 per la sterilizzazione dell'aumento dell'Iva al 25%, 1,9 per la flessibilità e la quattordicesima per le pensioni, 1,4 per investimenti pubblici, 1 per il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego e 700 appena milioni per misure per le famiglie) e 15 miliardi di entrate fra spending review, lotta all'evasione e vendita delle frequenze. Cifre tutt'altro che certe visto che, da quando il termine è stato introdotto nel vocabolario politico (era il 2012), la spending review non ha mai ottenuto alcun risultato apprezzabile. Lo stesso si dica per la voluntary disclosure (il rientro dei capitali dall'estero) per cui il governo aveva stimato una cifra di 1,6 miliardi di euro, che la Ragioneria di Stato ha però preferito però azzerare nel decreto fiscale ufficiale.

Quelle che abbiamo delineato sembrano cifre enormi ma, nella realtà, riguardano una piccolissima parte di un bilancio statale che ha da tempo superato il muro degli 800 miliardi l'anno. I veri incrementi, come ha denunciato sempre sabato Unimpresa, sono ben altri: basti pensare che nel triennio 2017-2019 saliranno di ben 40 miliardi la spese per pensioni e previdenza, di 3,3 miliardi le uscite per gli investimenti e di 4,6 per i consumi della pubblica amministrazione. Aumenti che eroderanno gli 11 miliardi di “tesoretto” dello spread, derivanti da minori tassi d'interesse su Bot e Btp (in barba a chi dice che la crisi di bilancio è colpa dell'euro). Del resto l'aumento della spesa pensionistica non è un dato che Unimpresa ha inventato: i dati sono gli stessi che aveva citato, un giorno prima, lo stesso presidente dell'Inps Tito Boeri denunciando come con la riforma del governo la spesa pensionistica salirà di ben 44 miliardi di euro: un numero enorme se pensiamo che, nel 2015, il costo di 23,1 milioni di trattamenti pensionistici (su 60 milioni di abitanti!) ha toccato quota 280,2 miliardi di euro, in aumento dell'1,2% rispetto al 2014. Parliamo di una cifra che corrisponde al 17,5% del Pil nazionale e che, se ci aggiungiamo le prestazioni sociali, arriva al 22,2%. Una follia se pensiamo che si tratta quasi del doppio della media dei Paesi Ocse, ferma all'8,9% (dato del 2011, anno in cui l'Italia arrivava al 15,8%). Giusto per aggiungere un dato secondo la Cgia di Mestre, tra il 2003 e il 2013, la spesa pensionistica sul Pil è aumentata di 2,6 punti percentuali sul Pil.

Lo stesso si dica della seconda voce, costituita dalla spesa per gli stipendi dei dipendenti pubblici, che da dati Def 2017, “mangiano” il 9,7% del bilancio statale, per una cifra che si aggira attorno ai 160 miliardi di euro. Cifra che, dopo alcuni anni di stabilità, il prossimo anno aumenterà per la fine del blocco dei rinnovi contrattuali (che verrà però sbloccato a partire da quest'anno). Alcuni gridano alla fine dell'ingiustizia anche se, in realtà, prima del blocco i contratti sono aumentati di molto: secondo l'ultimo rapporto semestrale dell'Aran, l'Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, le retribuzioni del pubblico impiego negli ultimi dieci anni sono salite del 39,7% contro il 25,7% del settore privato. Il rapporto ha inoltre dimostrato come, negli ultimi due anni, i contratti di lavoro nel pubblico impiego si siano chiusi in linea con il tasso di inflazione programmata del 3,2% nel biennio. Insomma, i contratti del pubblico impiego, dopo un aumento notevole nel decennio 2000-2010, seguono oggi il tasso di inflazione dando un potere d'acquisto assolutamente adeguato al costo della vita. Non è un caso che, secondo la Cgia di Mestre, proprio in questo decennio si sia registrato un boom della spesa pubblica, aumentata di 141,7 mld di euro, pari al +24,4%.

E tutte queste spese hanno avuto ovviamente anche un influsso diretto sulla crescita del debito: basti pensare che se nel 2007, beneficiando della riduzione dei tassi d'interesse dovuti all'euro, il debito raggiungeva il 99,7% del Pil, oggi veleggiamo attorno al 132%. Secondo il Def la media del 2017 sarà pari al 132,6%, appena lo 0,2% in meno del 2016, per una cifra attorno ai 2.200 miliardi di euro (bisognerà aspettare il 2019 per scendere sotto il 130%, per la precisione al 126,7%).

Se davvero vorrà risolvere i problemi del bilancio italiano Renzi farebbe meglio a puntare a sfoltire le grosse cifre costituite da pensioni e stipendi pubblici, invece che addurre scuse di migranti e terremoto, che rappresentano una piccola fetta delle spese complessive. I circa 9 miliardi sono infatti pari a un trentunesimo del costo delle pensioni e un diciottesimo degli stipendi pubblici. Non ricordarlo è opportunismo politico.