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Pell, nuova condanna, ma un giudice non ci crede

Il cardinale George Pell ha visto respingere il suo appello contro la sentenza che in primo grado lo condannava a sei anni per abusi sessuali. Nessun riscontro alle testimonianze, nessuna prova e uno dei tre giudici ha espresso l'opinione che le accuse fossero costruite. Il Vaticano prende atto. Ora non resta che l'Alta Corte. 

Il cardinale George Pell ha visto respingere il suo appello contro la sentenza che in primo grado lo condannava a sei anni per abusi sessuali commessi nel 1996, e denunciati nel 2015 da una delle due vittime, un uomo che allora aveva 13 anni. L’altra vittima presunta è morta qualche anno fa. La decisione è stata presa a maggioranza: due giudici contro uno. Adesso il cardinale, che era presente alla sentenza, ha 28 giorni di tempo per presentare ricorso all’Alta Corte di Giustizia contro le due sentenze precedenti.

Il Vaticano ha immediatamente reagito con un comunicato: “Ribadendo il proprio rispetto per le autorità giudiziarie australiane, come dichiarato il 26 febbraio in occasione del giudizio in primo grado, la Santa Sede – ha riferito il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni - prende atto della decisione di respingere l’appello del cardinale George Pell. In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricorda che il cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza. E che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte. Nell’occasione, insieme alla Chiesa di Australia, la Santa Sede conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili”.

Pell è stato condannato da una giuria di 12 membri a dicembre, in gran parte in base alla singola accusa della vittima, un uomo di 30 anni. La seconda presunta vittima è morta diversi anni fa, senza aver mai raccontato a nessuno del presunto attacco. La sentenza è venuta nel secondo processo contro Pell con le stesse accuse: il primo processo, anch'esso tenuto in segreto, si concluse con un non verdetto (10 a favore dell’innocenza contro 2, a quanto pare).

L’accusatore ha raccontato come quella domenica mattina, dopo la messa solenne, lui e il suo amico si fossero allontanati di nascosto dal resto del coro per bere vino nella sacrestia. All'epoca avevano entrambi 13 anni. L'uomo disse alla corte che Pell li aveva sorpresi a bere vino e disse qualcosa come "siete nei guai”. Pell avrebbe quindi iniziato a muovere qualcosa sotto la veste prima di aggredirli sessualmente. Nessuno dei due ragazzi ha raccontato a nessuno dell’episodio, fino al 2015 quando l'uomo si è recato alla polizia di Victoria per presentare una denuncia formale. Aveva partecipato al funerale del suo amico, che era morto per overdose accidentale dopo anni di abuso di droghe.

Non c’erano altre testimonianze o evidenze, a parte l’accusa della presunta vittima. Ma è difficile capire questo processo se non si tiene conto del clima generale dell’opinione pubblica australiana, scossa da rivelazioni di abusi da parte del clero. Un clima che ha alimentato un forte pregiudizio anticattolico. 

Nel primo processo non sono stati ascoltati numerose persone che volevano testimoniare di come fosse semplicemente impossibile per l’arcivescovo, subito dopo la messa, vestito con i paramenti sacri, restare da solo, e tantomeno compiere ciò di cui lo si accusa in un ambiente continuamente attraversato da altre persone. 

All'udienza di appello di giugno, l'avvocato di Pell ha presentato un lungo elenco di motivi per cui "non sarebbe stato possibile" che Pell avesse commesso il presunto attacco. Ha detto che Pell, come nuovo arcivescovo, incontrava regolarmente i fedeli alla porta ovest della chiesa dopo la messa. "Se era alla porta occidentale durante quel periodo, allora la legge della fisica ci dice che questo è letteralmente, logicamente impossibile che si sia verificato il reato", ha detto l’avvocato Walker.

Gli avvocati di Pell hanno ricordato per scritto inoltre che una secolare legge della Chiesa impone che i vescovi non siano mai lasciati soli nelle loro vesti. Inoltre, "non era possibile" che nessuno non notasse che i ragazzi si allontanavano o rientravano più tardi alla processione del coro, sottolineavano gli avvocati.

Hanno anche messo in dubbio il racconto  dell'uomo. "Il resoconto del denunciante non è semplicemente non plausibile; ma lo ha anche cambiato ripetutamente in punti critici, quando gli sono stati presentati fatti che ne hanno rivelato l'impossibilità”.

L'accusa della corona ha ribattuto che "le prove fornite dal denunciante non erano solo plausibili, ma credibili, chiare e del tutto credibili, come si evince dal verdetto della giuria".

Anche gli avvocati di Pell hanno fatto appello contro la condanna per altri due motivi, il che avrebbe comportato un potenziale terzo processo. Il team di Pell ha chiesto di poter mostrare un video di animazione che sarebbe servito a chiarire in maniera grafica perché sarebbe stato impossibile che Pell avesse commesso il reato, un video che indicava i movimenti delle persone all'interno della chiesa durante il presunto attacco. Ma né nel primo processo, né durante l’appello questa dimostrazione è stata concessa.

Bisognerà ora leggere le trecento pagine della sentenza, quando sarà disponibile. Ma in buona sostanza si può dire che tutto si è giocato su un punto, in mancanza di prove e testimonianze che corroborassero l’accusa: se il denunciante fosse credibile o meno. "Il denunciante è un testimone molto convincente, chiaramente non è un bugiardo, non è un fantasista ed è una testimone della verità", ha detto la giudice Ann Ferguson, che ha letto un estratto della sentenza. Ma uno dei tre giudici si è detto tutt’altro che convinto, e ha espresso l’opinione che la testimonianza della vittima potesse essere costruita. Insomma su sensazioni più che su fatti specifici. Ann Ferguson ha detto che Pell “è una figura di spicco nella chiesa cattolica ed è noto a livello internazionale. Come ha commentato il giudice capo Kidd, quando ha condannato il cardinale Pell, ci sono state critiche vigorose e talvolta emotive al cardinale ed è stato pubblicamente diffamato in alcune sezioni della comunità. C'è stato anche un forte sostegno pubblico per il cardinale da parte di altri. Anzi, è giusto affermare che il suo caso ha diviso la comunità”. Ed è interessante notare che Ann Ferguson ha aggiunto che era importante che Pell non fosse un capro espiatorio per i presunti fallimenti della chiesa cattolica nell'affrontare gli abusi sessuale sui minori. Che è la sensazione prevalente in molti, in Australia e fuori.