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Pd: quanto scricchiola il pavimento sotto Renzi

La priorità di Renzi sarà quella di affrontare la sua opposizione interna. Se nel paese e nelle istituzioni dominano ancora forze centripete, che puntano a salvare il governo, all'interno del Pd cresce l'opposizione, soprattutto a seguito di sempre più primarie locali vinte da candidati anti-renziani.

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Le fibrillazioni interne al governo a seguito dell’apertura dell’inchiesta sugli appalti per le grandi opere preoccupano il premier, che punta a gestire il caso Lupi con il minor danno d’immagine possibile per Palazzo Chigi. Un esecutivo indebolito dall’inchiesta sarebbe anche più vulnerabile sul versante delle riforme da approvare e potrebbe offrire alla minoranza Pd l’occasione per una rivincita.

Gli innumerevoli fattori legati alla congiuntura favorevole (euro debole, prezzo del petrolio basso, manovra Draghi con fiumi di liquidità per banche, imprese e cittadini) potrebbero non bastare al governo per rassicurare i mercati e per consolidare il quadro politico. Tuttavia, appaiono evidenti le forze centripete che puntano a salvare a tutti i costi la legislatura. Dal Quirinale arrivano segnali distensivi, con un Mattarella che sembra voler declinare pienamente lo stile notarile connaturato alla figura del Presidente della Repubblica e che si guarda bene dall’interferire nell’azione di governo, al contrario del suo predecessore.

Le opposizioni a parole rumoreggiano ma in realtà puntano a non far cadere il governo perché le elezioni anticipate in questa fase storica potrebbero consegnare un’ampia maggioranza ai renziani e non garantire la rielezione a molti attuali parlamentari. Ragion per cui si andrà certamente avanti con questo esecutivo. Ma un conto è la gestione ordinaria altra cosa sono le riforme costituzionali, che hanno una portata epocale e che richiedono un consenso più ampio o quanto meno una stabile compattezza del Pd. 

A Renzi interessa arrivare al più presto all’approvazione dell’Italicum, arma da brandire per ridimensionare i cosiddetti “gufi” e minacciare ad ogni votazione incerta lo scioglimento delle urne, che pure formalmente spetta al Capo dello Stato. La legge elettorale diventa decisiva per il premier, ma in commissione affari costituzionali della Camera, dove è incardinata, i renziani non hanno la maggioranza e quindi il rischio è che non passi. In aula a Montecitorio potrà essere approvata solo dopo il passaggio in commissione, dove le imboscate di bersaniani, cuperliani e civatiani non sono da escludere. La battaglia è su preferenze e capilista. Con l’appoggio dei berlusconiani, come si ricorderà, Palazzo Chigi era riuscito a far passare l’Italicum al Senato. Con il tramonto del Patto del Nazareno il premier non può più contare sui voti dei berlusconiani e quindi deve trovare una compattezza nel suo gruppo. E non è facile. Cambiare ora alla Camera una sola virgola alla nuova legge elettorale significherebbe doverla riportare al Senato, con tutte le incertezze del caso.

E allora all’ex sindaco di Firenze non rimangono che due strade: accontentare la minoranza interna su altre partite (Rai? Liste per le regionali?) in cambio del lasciapassare definitivo sull’Italicum, oppure andare allo scontro finale con la minoranza Pd, sostituire il capogruppo alla Camera, Speranza, e, a maggio, come è possibile fare dopo due anni di legislatura, cambiare i componenti delle commissioni per riequilibrare, anche nella commissione affari costituzionali, i rapporti di forza tra le correnti. In questo modo l’approvazione della legge elettorale sarebbe al sicuro.

Per i dem antirenziani sarebbe l’ennesima umiliazione dopo il jobs act. Tuttavia, c’è un particolare che sfugge a molti osservatori politici e che riguarda la dialettica dentro il partito di maggioranza relativa. Le ultime primarie in varie aree del Paese, oltre che prestare il fianco a critiche circa la loro regolarità e le provate contaminazioni da parte di elettori appartenenti ad altre aree politiche, hanno registrato il trionfo di candidati non renziani. L’ultima conferma di questa tendenza si è avuta a Venezia, dove il civatiano Casson ha trionfato, prevalendo anche sul candidato renziano. Il sindaco di Salerno De Luca, che sarà il candidato del centrosinistra nella corsa alla Regione Campania, ha sconfitto l’avversario espressione della corrente del premier. In Calabria, mesi fa, alle primarie Pd, ha stravinto il bersaniano Oliverio, attuale presidente della Regione. Nelle Marche il governatore uscente, di centrosinistra, ha deciso di voltare le spalle alla sua area politica e di candidarsi con il centrodestra, e non è detto che il candidato dem Ceriscioli, ex sindaco di Pesaro, riesca a scalzarlo dalla poltrona che occupa da 10 anni.

I candidati renziani sul territorio fanno quindi spesso cilecca. Un conto è l’innegabile carisma del loro leader su base nazionale, altra cosa è l’individuazione di candidati vincenti sul territorio. Sembra che il premier non intenda curare più di tanto il territorio e si accontenti di comandare a Roma. Sembra un dejà vu. Anche Berlusconi, nelle sue stagioni elettorali più fulgide, vinceva le politiche ma poi perdeva le amministrative o comunque sbagliava la scelta dei suoi candidati, che finivano per non attrarre consensi. Qui la competizione non è, come nel caso di Berlusconi, tra forzisti (spesso non autorevoli né carismatici) e avversari di sinistra, bensì tra renziani e oppositori interni. 

Stupisce osservare che, sia a livello di gruppi parlamentari che a livello di diramazioni territoriali, gli uomini del premier fanno fatica ad assumere il controllo della situazione. La nomenclatura dem è dura a morire e venderà cara la pelle. Renzi lo sta capendo in questi mesi e dovrà faticare molto per conquistare la maggioranza nei diversi ambiti locali.