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Patto di stabilità, un falso capro espiatorio

I sentimenti anti-euro ed anti-Germania, sempre più diffusi in Italia, sembrano confondere le cause con gli effetti: se l'Italia fosse arrivata alla crisi del 2008 con i conti pubblici in ordine, saremmo tra i Paesi "virtuosi".

euro stesi

In questi giorni, con la visita del presidente del Consiglio matteo Renzi in Francia e in Germania e con i suoi interventi sulla situazione economica, si è parlato molto di patto di stabilità europeo e del famoso 3% (nel rapporto tra deficit e Pil) previsto dal Patto di stabilità. Cerchiamo allora di capire di cosa si tratta.

Il Patto di stabilità e crescita (SGP) è un accordo stipulato e sottoscritto tra i 28 Paesi membri dell'Unione Europea che disciplina le rispettive politiche di bilancio pubbliche al fine di garantire la stabilità e creare le condizioni per la crescita nell'Unione Economica e Monetaria dell'Unione Europea (Eurozona), nello spirito di rafforzare il processo di convergenza ed integrazione previsto dal Trattato di Maastricht del 1992. I regolamenti che disciplinano tali procedure sono stati siglati nel 1997 (noto come il "braccio preventivo") e nel 1998 (il c.d. "braccio dissuasivo"), e sono stati poi oggetto di periodici aggiornamenti ed adeguamenti per tenere conto del ciclo economico.

In base a tali accordi, qualora un Paese membro non rispetti i limiti massimi previsti per il deficit ed il debito pubblico relativamente al proprio PIL (Prodotto Interno Lordo), rispettivamente il 3% ed il 60%, la Commissione Europea può avviare una procedura di richiesta di azioni correttive: se il Paese che "sfora" dai paletti imposti non dovesse rientrarvi, dopo ripetuti avvertimenti sono previste delle sanzioni economiche. Nel c.d. Fiscal Compact, per l'Italia siglato dal Governo Monti ed entrato in vigore il 1° gennaio 2013, il nostro Paese si è impegnato a riportare il rapporto Debito/PIL (ad oggi attorno al 133%) al 60% nell'arco di venti anni. Ogni anno i Paesi membri sono poi tenuti a sottoporre alla Commissione Europea ed al Consiglio dei Ministri un "programma di stabilità", cioé un documento di previsione sull'evoluzione attesa della compliance fiscale per l'anno in corso ed il triennio a venire. Tra i Paesi che più hanno caldeggiato l'adozione delle procedure sopra indicate si è sempre contraddistinta la Germania, con l'obiettivo di garantire la responsabilità fiscale degli Stati tradizionalmente meno virtuosi su tale fronte, come il Portogallo, l'Italia, la Grecia e la Spagna, in modo da prevenire sul nascere focolai inflazionistici che si ripercuoterebbero sull'economia dell'intera Unione Europea.

Con l'aggravarsi della crisi finanziaria ed economica che attanaglia l'economia mondiale dal 2008, con ripercussioni particolarmente negative sui Paesi più indebitati dell'area europea, come l'Italia, sempre più il Patto è stato oggetto di critiche perché considerato poco flessibile. In tale prospettiva si inserisce anche il giudizio dato dal premier Matteo Renzi, che giudica "anacronistico" il tetto imposto al rapporto deficit/PIL al 3%, seppur garantendone nel contempo il rispetto da parte del nostro Paese. Al di là del limite "quantitativo", a tale proposito bisognerebbe distinguere meglio, a livello "qualitativo", tra ciò che si configura come spesa pubblica improduttiva - quando non addirittura sperpero di denaro pubblico di tipo clientelare - rispetto alla spesa per investimenti, dove forse si potrebbero negoziare dei margini più ampi.

I fautori della ripresa economica di scuola keynesiana - collocati per lo più tra la sinistra politica e sindacale, anche se non esclusivamente - rivendicano la necessità di aumentare la spesa pubblica, e quindi il deficit, come volano necessario a fare ripartire l'economia e l'occupazione. I monetaristi, invece, sottolineano la necessità, da parte della Banca Centrale, di aumentare la massa monetaria, con politiche inflazionistiche volte anche a deprezzare il cambio per rilanciare l'export, sulla falsariga dell'interventismo della Fed statunitense e della Banca del Giappone.

Gli economisti che si rifanno alla Scuola Austriaca di economia ritengono invece che le crisi come quella che stiamo attraversando siano l'inevitabile conseguenza di bolle alimentate artificialmente negli anni passati con la crescita a debito e tassi di interesse troppo bassi che hanno spinto ad investimenti distorti. Secondo tale prospettiva, che personalmente mi sento di condividere, aumentare la spesa pubblica facendo deficit spending, implementare politiche inflazionistiche e svalutare il cambio non farebbe altro che rinviare al futuro la soluzione del problema. Un futuro in cui l'inverno demografico di per sé peserà non poco sulla sostenibilità del Welfare State, in cui le "leve" per rimettere a posto i conti saranno verosimilmente ancora minori di oggi.

Con grande realismo la Scuola Austriaca ritiene che né i Governi né le Banche Centrali abbiamo la capacità concreta di "creare ricchezza", o "occupazione", ma che tutt'al più con il proprio interventismo possono spostare ricchezza da una categoria all'altra - ad es. dai risparmiatori ai debitori, o da una generazione all'altra, adottando politiche inflazionistiche -, oppure da un settore produttivo ad un altro - con interventi redistributivi di politica fiscale ed economica o attraverso svalutazioni del cambio a favore dei settori orientati all'export a danno degli importatori. Quali che siano le misure adottate sicuramente contribuiranno ad amplificare i cicli economici, creando bolle e conseguenti crash oppure lunghi periodi deflazionistici come è accaduto al Giappone a partire dallo scoppio della bolla immobiliare ad inizio anni '90.

Quali sono le soluzioni possibili, quindi? Gli economisti austriaci ritengono più prudente evitare le manipolazioni dall'alto, evitare la crescita della spesa pubblica, della pressione fiscale e dei deficit, a favore di una crescita più sana e sostenibile. Purtroppo dopo lunghi anni di crescita effimera, alimentata dal debito, non esistono "ricette" semplici: per riassorbire le bolle gonfiate da debito e tassi di interesse artificialmente bassi occorrono purtroppo anni di "dimagrimento", di deleveraging, potremmo dire di "ritorno al reale". L'importante, in questa fase, è evitare i falsi rimedi, peggiori dello stesso male. Riaccumulazione del risparmio, dimagrimento dello Stato, taglio delle tasse, rilancio della famiglia per contrastare la crisi demografica sono linee di azione perseguibili, che richiedono però tempo per produrre risultati.

I sentimenti anti-euro ed anti-Germania, sempre più diffusi anche in Italia, sembrano quindi confondere le cause con gli effetti: se l'Italia fosse arrivata alla crisi del 2008 con i conti pubblici in ordine, una spesa pubblica contenuta ed una pressione fiscale non confiscatoria, oggi saremmo tra i Paesi "virtuosi" ed i ragionamenti che ci troveremmo a fare sarebbero sicuramente diversi. A proposito poi della c.d. "austerità" che ci sarebbe stata imposta dall'Europa bisogna puntualizzare che l'austerità vera consisterebbe nel taglio delle spese e non nel rialzo della pressione fiscale, come invece è accaduto negli ultimi anni. La forte contrazione economica che abbiamo subìto negli ultimi anni non è dovuta ad una pretesa austerità ma piuttosto ad un inasprimento fiscale che ha scoraggiato oltre ogni limite imprese e famiglie.

Le "rigidità" imposte dall'Europa possono anche essere oggetto di critiche - ad esempio l'idea di portare il rapporto debito/PIL dal 133% al 60% in 20 anni sembra assai ottimistico, perché le azioni volte ad abbassare il numeratore tendono anche a comprimere il denominatore, la crescita, senza cui non vi è speranza di uscire dalla "morta gora" in cui ci troviamo - ma senza dubbio hanno fatto venire al pettine i nodi pluri-decennali di un Paese che ha consumato al di sopra dei propri mezzi, con un'invadenza pubblica nell'economia e nella società da Stato "assistenziale", inefficiente ed inefficace, iniquo e liberticida, che ha sempre e solo saputo rinviare i problemi alle generazioni future.

La redifinizione del perimetro dello Stato ed il taglio della spesa pubblica e della pressione fiscale non possono avvenire nel nostro Paese - sottoposto ai veti incrociati delle lobby più variegate - se non sotto la necessità urgente di evitare un collasso delle finanze pubbliche e costretti, obtorto collo, da pressioni esterne. Può non piacere - perder sovranità è sempre uno scacco - ma ci abbiamo messo del nostro: anziché lamentarci e scaricare le nostre colpe sugli altri, cogliamo l'opportunità storica di questa profonda crisi per scegliere, finalmente, la strada giusta, per noi e per i nostri figli.