• EDITORIALE

Papa indigesto? Visione errata della Chiesa

La Chiesa è un Mistero non riducibile a criteri sociologici. E il Papa è la presenza obiettiva del mistero di Cristo nella sua Chiesa, oggi. Il grande pericolo della Chiesa è accettare che la mentalità non cristiana diventi il criterio di lettura e interpretazione del fatto ecclesiale.

Papa Francesco

Non si capisce nulla del Papa, della sua funzione, della vita della Chiesa e della obbedienza che stringe tutto il popolo cristiano a lui, se non si parte dalla consapevolezza profonda che la Chiesa è un Mistero non riconducibile a nessuna condizione umana e a nessuna logica di tipo sociologico. “Entità etnica sui generis”, la definì il grande papa Paolo VI nella catechesi del 28 giugno 1972.

L’autorità, e significativamente l’autorità del Papa, è la presenza obiettiva del mistero di Cristo nella sua Chiesa oggi. Senza questa presenza la Chiesa non avrebbe il suo fondamento. E da questo fondamento non prenderebbe ogni giorno l’energia per la sua testimonianza nel mondo e per la sua missione di fronte all’uomo di questo tempo, come di ogni tempo.

Per questo la riduzione del fatto del Papa a gradimenti o non gradimenti massmediatici, a comprensioni o incomprensioni di linguaggio, a corrispondenze con le attese o non corrispondenze con le attese della società, sono un segno di questa riduzione dell’avvenimento della Chiesa a dimensioni puramente umane.

E questo è il grande pericolo che incombe sulla cristianità di oggi: accettare quell’inesorabile snaturamento della sua identità, dovuto al fatto che la mentalità non cristiana pretende di diventare il criterio di lettura e di interpretazione del fatto ecclesiale.
Per questo, come ho detto nei primi momenti dopo l’elezione del cardinal Bergoglio al soglio di Pietro con il nome di Francesco, noi dobbiamo vivere questo momento come l’accettazione, il rinnovarsi dell’accettazione, del mistero di Cristo che arriva fino a noi, qui e ora.

E dobbiamo quindi sottolineare l’aspetto essenziale, oggettivo e non quello delle nostre personali convinzioni o dei nostri personali intendimenti: una obbedienza profonda alla volontà di Cristo che si manifesta nella presenza di questo Papa come si manifesta nella presenza di tutti coloro che nel corso di questi 2mila anni lo spirito santo di Dio ha posto a fondamento della Chiesa.
Seguirlo, aderire incondizionatamente alla sua presenza e al suo magistero, fare della nostra vita personale parte viva della sequela a Cristo, rende il nostro cammino certamente fecondo.

La fecondità è l’esito di una dipendenza, così come la Resurrezione è stata l’esito di una Passione vissuta come obbedienza a Cristo. La Chiesa oggi di fronte al grande avvenimento di Francesco riprende questo cammino di adesione al Mistero, di penetrazione del Mistero di Cristo.

Allora il fatto del Papa diventa – come deve diventare – un grande fatto ecclesiale: un’occasione di conversione, come diceva così spesso il papa Benedetto XVI, occasione di conversione dell’intelligenza e del cuore. Se ci fermiamo invece agli spunti e alle reazioni di carattere massmediatico non avremo il contatto vero col Papa, ma con quell’immagine poco o tanto artificiosa di lui, che i mass media ci metteranno a disposizione. Osannandolo oggi, e inesorabilmente attaccandolo quando non potrà non assumersi le responsabilità di giudicare in maniera precisa tutte le distorsioni, le derive della mentalità laicistica e cristianofobica.

Per questo credo che dovremmo chiedere al Signore, nel nostro rapporto con il Papa, la grazia di una rinnovata conversione, per una più profonda appartenenza alla Chiesa e per un rinnovarsi in noi dell’impeto della missione. Come diceva don Giussani nella sua ultima intervista: "Vivere la nostra fede con letizia e con forza in faccia al mondo".

* Arcivescovo di Ferrara-Comacchio