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Pannella ha vinto, ma non aveva ragione

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A dieci anni dalla morte di Marco Pannella le istituzioni statali lo celebrano come “il vincitore” dato che quanto lui voleva (aborto, divorzio, eutanasia) è oggi realtà. Ma il vincitore di fatto, non automaticamente è anche il vincitore di diritto, colui che aveva ragione.

Editoriali 20_05_2026

Marco Pannella è stato celebrato ieri, decimo anniversario della sua morte, come il vincitore, dato che quanto lui voleva è oggi realtà. Quando un personaggio politico riceve l’elogio di un Pontefice (Francesco nella storica telefonata del 25 aprile 2014 e poi in altre occasioni) e di un Presidente della Repubblica (Mattarella ieri su Repubblica e anche lui in varie altre occasioni), sia dell’autorità spirituale che di quella secolare, significa che è stato un Vincitore con la maiuscola. 

Ma il vincitore di fatto, colui che ha imposto la propria ragione, non automaticamente è anche il vincitore di diritto, colui che aveva ragione. Anche i Papi, talvolta, e anche i Presidenti, più spesso, danno medaglie a chi ha avuto la meglio, non a chi ha generato il meglio. Se i vincitori avessero solo perciò ragione, essere perdenti sarebbe sempre una sciagura, invece è spesso una provvidenza.

Nei confronti di Marco Pannella ci collochiamo tra i perdenti, tra quelli che avevano ragione e la conservano gelosamente. Chi violenta la natura delle cose commette ingiustizia, chi fa della democrazia «l’organizzazione della disorganizzazione» (De Corte) dissolve l’ordine naturale su cui la società è costruita e la trasforma in una “dissocietà”. Non c’è alcun dubbio che Pannella sia stato un grande protagonista in questo campo, il Migliore, ma dalla legge sul divorzio in poi è stata una progressiva discesa agli inferi.

Non è il caso di ripetere qui la rassegna della dissoluzione prodotta, tanto è tristemente nota. Può essere più interessante, invece, esaminare meglio l’idea che Pannella sia stato un anticipatore dei tempi, colui che si pone controcorrente (come ha anche ricordato Mattarella ieri), che anticipa il futuro con rischio personale, un profeta capace di vedere quanto nessun altro ancora vedeva.

Nella seconda metà degli anni Sessanta e nel primo lustro dei Settanta del secolo scorso, la società italiana era già ampiamente secolarizzata. Il libro di Augusto Del Noce L’epoca della secolarizzazione è del 1970, ma l’analisi della situazione e del probabile futuro che ci attendeva era già stata scritta da lui nel 1964 ne “Il problema dell’ateismo”. Nel 1970 è stata approvata la legge Fortuna-Baslini sul divorzio, ma col suo libro Del Noce mostra che le basi sociali e culturali erano già state poste prima.

Nel 1974 Pannella e i Radicali guidarono il fronte del no al referendum sull’aborto. Ma in contemporanea anche Pedrazzi, Zizola, Scoppola, La Valle coalizzarono un fronte cattolico molto radicato e diffuso a favore del “no”, segno che il terreno era già pronto e l’esito non fu prodotto solo dal pioniere Pannella. Quell’appello dei cattolici democratici per il no al referendum fu firmato da qualche migliaio di aderenti, con molti nomi di spicco che già occupavano posti di grande rilievo nella vita italiana, politica, sindacale e culturale.

Va anche ricordato che dei nuovi diritti al divorzio e all’aborto parlavano proprio in quell’epoca grandi teologi cattolici progressisti. Si faccia attenzione alle date. Per esempio, nel 1971 Hans Küng pubblicava il suo Essere cristiani nel quale forniva il quadro teologico progressista per l’appoggio alle richieste, diciamo così, “pannelliane”, dandovi, ovviamente, un substrato di pensiero non paragonabile a quello di Marco. Nel 1972, Karl Rahner parlava di liceità dell’aborto nel suo libro Trasformazione strutturale della Chiesa come compito e come chance, pur essendo a quell’epoca ancora lontani dall’approvazione della legge 194 del 1978 e dalle battaglie per l’aborto di Pannella e Bonino che conversero nel referendum del 1982.

In altre parole, Pannella era stato anticipato perfino dalla teologia modernista cattolica. Certo, ricordare che a Küng fu ritirata la missio canonica per insegnare all’università di Tubinga proprio per il suo libro Essere cristiani fa capire che i Pontefici di allora non erano ancora pronti ad elogiare un Pannella come vincitore, ma nel mondo cattolico molto si era mosso prima di lui e attorno a lui. La discesa agli inferi ebbe molti altri pionieri.

Pannella è stato una guida alla secolarizzazione nichilista della società italiana, oppure è stato guidato? Possiamo dire che ha fiutato una situazione che era già in corso e che per molti versi lo aveva anche anticipato. I successi del Partito radicale non sarebbero stati possibili senza che il PCI diventasse quel “partito radicale di massa” previsto da Del Noce. E il gramscismo era già molto attivo anche prima che Del Noce ne parlasse nel 1978 nel libro il Suicidio della rivoluzione.  

È importante non fare di Pannella il solitario profeta anticipatore del suo e del nostro tempo, in questo modo si possono comprendere meglio le ragioni del suo “successo” di cui si parlava all’inizio. In questo quadro è doveroso anche ricordare il suo essere sempre stato prima di tutto un “liberale”. Questo ci porta a riprendere in mano il senso intimo del pensiero liberale e della sua profonda influenza sugli avvenimenti di cui Pannella è stato protagonista.

Certamente abbiamo avuto molte versioni di questo pensiero, ma ciò non esclude un punto essenziale in comune: l’uomo visto come individualità emancipata e liberante se stessa e lo Stato come individualità chiamata a garantire questo diritto, anche allargandone progressivamente gli eventuali confini. Pannella ha lavorato per far coincidere le due istanze, ma non le ha inventate perché sono state esse ad inventare lui.