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Oscar 2015: Ida nel paese del politically correct

Una serie di scelte politicamente corrette ha portato la giuria degli Academy Awards a lasciare Clint Eastwood a mani quasi del tutto vuote. Il regista Iñárritu fa la predica pro-immigrazione e l'attrice Patricia Arquette la fa sul femminismo. Una sola eccezione, dalla Polonia: si chiama Ida

Ida

Gli Oscar 2015 sono andati esattamente come tutti prevedevano che andassero. Una grande festa del politicamente corretto, la vera ideologia americana. Unica eccezione, che ha del miracoloso, è il premio al film polacco Ida di Pawel Pawlikowski, un film forte e innegabilmente cristiano.

Per il resto, la fiera delle ipocrisie del politicamente corretto, è iniziata un mese prima delle premiazioni, con le polemiche su American Sniper, l’ultimo lavoro di Clint Eastwood. Mai come in quel caso critica e pubblico sono stati più distanti. Il film di Eastwood ha incassato circa 319 milioni e mezzo di dollari negli Usa e circa 108 milioni nel resto del mondo, da gennaio ad oggi, ha battuto ogni record di incassi nel suo primo weekend di proiezione. Sono cifre da capogiro. Un intero popolo si è messo in moto per andare a vederlo al cinema. E qual è stato il risultato agli Oscar? Un unico premio per miglior sonoro, un premio tecnico, di quelli che vengono notati e ricordati solo da pochi specialisti del settore. Almeno non si può più affermare con serenità che gli Academy Awards siano dei premi “commerciali”. Perché qui i giudici sono andati dritti e testa bassa contro il “commercio”. La polemica, appunto, è iniziata prima della cerimonia, con l’Associazione Arabo-americana anti-discriminazione che accusava Clint Eastwood di diffondere islamofobia, le femministe pacifiste di Code Pink che lo boicottavano e voci di bocciatura preventiva persino dentro la giuria dell’Academy. Incredibile, a questo proposito, l’esclusione di Clint Eastwood dalla nomination a miglior regista, anche se il suo film era, necessariamente, candidato a miglior film. Una scelta assurda che puzza di discriminazione politica lontano un miglio, considerando che Eastwood è stato l’unico grande cineasta a far campagna elettorale per il candidato repubblicano Mitt Romney nel 2012.

Si può comprendere come mai American Sniper sia uscito a mani quasi vuote anche dalle critiche positive, paradossalmente. Chi ha difeso Clint lo ha fatto negando o celando il suo messaggio, definendo il suo lavoro come un “film sui reduci”, o un “dramma sulle ferite lasciate dall’orrore della guerra”. Insomma, chi difende Clint, come questa incredibile intervista de Il Manifesto, lo fa trasformandolo in pacifista, estrapolando dubbi dalle sue granitiche certezze. Eppure Clint ha espresso il suo pensiero con un unico, semplicissimo, argomento all’inizio della pellicola: nel mondo ci sono pecore, lupi e cani da pastore. Il suo film è un elogio ai cani da pastore, che vanno in battaglia contro i terroristi islamici portandosi una Bibbia sempre con sé, vincono e sanno di avere ragione, lasciano un segno indelebile anche dopo la morte, nonostante le difficoltà fisiche e psicologiche che il loro ruolo comporta. E’ questa vittoria morale che il politicamente corretto non può digerire.

Il politicamente corretto si esprime con un altro linguaggio, su altri temi che “fanno tendenza” e che rendono “socialmente accettabili” coloro che se ne fanno portavoce. L’immigrazione, prima di tutto. Il vincitore a man bassa degli Oscar, fra cui miglior regista e miglior film, è stato Alejandro González Iñárritu, messicano. Il suo film, Birdman, non c’entra niente con l’immigrazione. Anche se ci aveva abituato a trame in cui i diafani abitanti del mondo industrializzato sono sempre isterici, depressi, impotenti, mentre gli abitanti del mondo in via di sviluppo sono vitali, spontanei, sinceri. E vittime dei bianchi. Alejandro González Iñárritu, almeno stavolta non ha ripetuto il suo solito copione, razzista alla rovescia, ma ha ritratto un attore decaduto nel suo ultimo canto del cigno, uno di quei film in cui Hollywood massacra se stesso. E però … la solita musica sull’immigrazione è spuntata di nuovo nel suo discorso, non appena è arrivato sul palco ad afferrare la statuina: “Io prego che (i messicani che vivono negli Usa, ndr) siano trattati con lo stesso rispetto e dignità goduto da coloro che sono giunti prima di loro a costruire questa incredibile nazione di migranti”. Sorvolando per un attimo su come, storicamente, furono trattati gli italiani nel secolo scorso (e i polacchi, gli ebrei, gli irlandesi e tanti altri), Iñárritu ha semplicemente reso omaggio all'amnistia di Barack Obama, che risparmierà dal respingimento almeno 5 milioni di clandestini, quasi tutti sudamericani. Cosa che sta scatenando un putiferio proprio in questi giorni, perché l'amnistia è assimilabile a una riforma dell'immigrazione non dichiarata, promossa a colpi di decreto, saltando a piè pari la volontà del Congresso e degli Stati più esposti all’ondata migratoria. Non appena ha parlato Iñárritu, il trend topic su Twitter è subito diventato #VivaMexico. Se non è politica, questa…

Qual è l’altro argomento che rende socialmente accettabili? Ovvio che lo sappiamo tutti: il gender. In questo caso il “gender gap”, la differenza salariale fra maschi e femmine sul posto di lavoro. Ritirando la statuetta, così ha parlato Patricia Arquette (miglior attrice non protagonista per Boyhood): “tutte le donne che hanno partorito, tutte le cittadine e le contribuenti di questa nazione: abbiamo combattuto per i diritti di tutti gli altri, adesso è ora di ottenere la parità di retribuzione una volta per tutte, e la parità di diritti per tutte le donne negli Stati Uniti”. Sarà vero che negli Usa le donne sono discriminate? A quanto pare no, come rileva anche un articolo dettagliato pubblicato sul quotidiano (progressista) Washington Post. L’argomento è più confuso che mai, perché i sostenitori della teoria del “gender gap” non comparano i salari a parità di lavoro, ma in termini assoluti, misurando la differenza fra il salario medio di tutte le donne e quello medio di tutti gli uomini. Entrando nel dettaglio, invece, si scopre che le donne sono meno pagate, semplicemente, perché lavorano in aziende che pagano meno, o negoziano meno aumenti di salari, lavorano meno ore perché hanno figli e famiglia a cui badare. E comunque, se il “gender gap” esiste ancora, si sta chiudendo molto rapidamente. Ma non importa cosa sia in realtà: anche questo è un omaggio alla politica progressista di Barack Obama, oltre che della first lady Michelle, che hanno fatto del "gender gap" uno dei loro cavalli di battaglia. E il discorso della Arquette è diventato l’altro trend topic della giornata, soprattutto dopo che, nel pubblico, Meryl Streep e Jennifer Lopez non si sono limitate ad applaudire ma hanno iniziato a sbracciarsi e dimenarsi come delle ossesse.

Meryl Streep e Jennifer Lopez 

Stupisce che in tanta correttezza abbia vinto un film letteralmente alieno: Ida, appunto. Un film polacco, in bianco e nero, ambientato nel regime comunista del 1962 (girato oggi come sarebbe stato girato allora, se solo si fosse potuto) dove una giovanissima novizia, Anna, cresciuta in orfanatrofio, conosce per la prima volta sua zia, Wanda, una ex spietata giudice stalinista che ha perso la fede nel comunismo, oltre che in se stessa. Anna, grazie a sua zia, scopre le sue origini: si chiamava Ida, era ebrea, i suoi genitori sono stati uccisi dai collaborazionisti polacchi degli occupanti nazisti. Assieme a Wanda, scopre il mondo esterno e compie scelte fondamentali per la sua vita e il suo percorso di fede. Meglio non andare oltre con le rivelazioni, ma il film è già uscito in Italia l’anno scorso ed è passato pressoché inosservato. A parte le recensioni entusiaste della stampa cattolica, soprattutto quella americana, è stato un caso poco dibattuto. Sul perché abbia vinto a Hollywood, in una stagione di film obamiani, è difficile capirlo. Forse perché, come rileva il recensore della rivista conservatrice National Review, la critica cinematografica ha ritenuto, per lo più, che l’argomento religioso, in Ida, fosse solo “accidentale” o “secondaria”.

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