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Operazione Sophia: continua il braccio di ferro nella Ue

L’Operazione Sophia non sembra poter guadagnare credibilità, che non ha mai avuto, neppure nel nuovo compito che le si vorrebbe attribuire. Non ha alcuna possibilità di risultare efficace e bilanciata, lasciando aperto il dubbio che la ricostituzione della sua componente navale punti in realtà a riprendere i flussi migratori su vasta scala verso l’Italia.

La riunione degli ambasciatori della Ue del 13 febbraio non è riuscita a sbloccare l'impasse sul rilancio dell'Operazione Sophia, che in molti vorrebbero ripristinare nella sua componente navale non più per contrastare i trafficanti di esseri umani ma bensì per fermare le forniture di armi alla Libia che violano l’embargo dell’ONIU.

C'è infatti nell’Unione Europea un'intesa sul rafforzamento della missione con mezzi aerei e satellitari (aerei ed elicotteri della Op. Sophia sono basati in Italia) mentre il ritorno in mare di una flotta Ue, richiesto dall'Alto rappresentante Josep Borrell, non sembra convincere tutti per il rischio che le navi Ue davanti alle coste libiche si trovino a soccorrere gommoni e barconi e a imbarcare immigrati clandestini.

Se ne riparlerà alla riunione dei ministri degli Esteri della Ue del 17 febbraio ma Austria e Ungheria hanno già confermato la loro ferma opposizione che potrebbe indurre l’Unione a confermare solo il rafforzamento di Sophia con aerei e satelliti.

Per mantenere l'embargo Onu delle armi alla Libia "è necessario rafforzare il dispositivo dell'operazione Sophia. La nostra posizione è che si debba rimettere in campo la componente navale, e crediamo che se questi sono gli obiettivi condivisi da tutti, si possa arrivare a questo risultato" ha detto il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, a margine della ministeriale Nato.

Più morbida la posizione tedesca. “Per mantenere l'embargo sulle armi in Siria in Europa non c' è accordo sul ripristino dell'operazione Sophia e alcuni paesi hanno difficoltà rispetto alla sorveglianza navale. Ma una nuova missione potrebbe cominciare con la sorveglianza dello spazio aereo" ha dichiarato il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas in un'intervista alla Sueddeutsche Zeitung. 

In termini operativi però l’Operazione Sophia non sembra poter guadagnare credibilità che non ha mai avuto neppure nel nuovo compito che le si vorrebbe attribuire.

Varata dalla Ue nell’estate 2015 col compito di “interrompere il modello di business” dei trafficanti di esseri umani, la missione navale Ue si è limitata a sbarcare in Italia 44 mila clandestini soccorsi in mare senza mai essere autorizzata a colpire i trafficanti nelle acque e sul territorio libico.

Quando l’anno scorso il governo giallo-verde, su iniziativa del ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha imposto ai singoli paesi aderenti di sbarcare nei loro porti nazionali i clandestini raccolti in mare tutti i partner Ue hanno ritirato le navi dalla missione.

Ora se il ministro Guerini propone il riavvio della componente navale o è certo che il governo italiano è di nuovo pronto ad accogliere i migranti illegali raccolti dalla flotta europea, oppure conta su una disponibilità dei partner a farsene carico che per ora non è stata resa nota.

Pur cambiando compito è infatti certo che la presenza di navi europee (delle Ong o militari poco importa ai trafficanti) a ridosso delle acque libiche comporterà un incremento dei flussi di barconi e gommoni contando sul fatto che la Ue considera un obbligo il soccorso in mare anche se in realtà si tratta di “traghettamento”.

Sorgono inoltre molti dubbi sull’efficacia della missione Ue nel contrasto ai traffici di armi verso i contendenti in Libia. La sola componente aerea si limiterebbe a individuare navi sospette di trasportare armi senza poterle abbordare per le necessarie verifiche.  La presenza di navi da guerra potrebbe però risultare ben poco efficace tenuto conto che i mercantili che portano armi al Governo di accordo nazionale (GNA) di Fayez al-Sarraj a Tripoli sono scortati da navi da guerra turche. Nessuno riesce a immaginare, a Roma come a Bruxelles, che la flotta Ue abbia regole d’ingaggio così robuste da permetterle di scatenare una battaglia contro la Marina di Ankara per bloccare le forniture di armi al governo libico legittimo riconosciuto dall’ONU.

L’operazione Sophia infine avrebbe un ruolo sbilanciato poiché dalle basi in Sicilia potrebbe puntare a controllare con regolarità l’ingresso ai porti in mano al GNA, cioè soprattutto Tripoli e Misurata, mentre i porti della Cirenaica in mano all’esercito nazionale libico (LNA) del generale Khalifa Haftar resterebbero privi di controlli. Del resto la gran parte degli aiuti militari all’esercito di Haftar arrivano da tempo per via aerea con decine e decine di voli dei super cargo Antonov e Iliyushin noleggiati dagli Emirati Arabi Uniti russi o attraverso il confine terrestre egiziano. Altri aiuti militari in arrivo via nave vengono sbarcati nel porto egiziano di Sidi el-Barrani, nei pressi del confine, e poi trasferiti si strada in Cirenaica.

Per questo l’operazione Sophia non ha alcuna possibilità di risultare efficace e bilanciata lasciando aperto il dubbio che la ricostituzione della sua componente navale punti in realtà a riprendere i flussi migratori su vasta scala verso l’Italia. Un dubbio rafforzato anche dai veti di Vienna e Budapest.