• IL CASO ROMANO

Ong e Onlus del buonismo, è ora di cambiare le regole

Molto del mistero sul rapimento ruota attorno all’opacità della Organizzazione non lucrativa con finalità umanitarie e sede nelle Marche, per la quale Silvia ha prestato servizio di volontariato in Africa. Si tratta della onlus Africa Milele di Fano, che ora potrebbe subire controlli e indagini. 

La gioia nazionale per la liberazione di Silvia Romano e l’opportuna condanna degli haters che in Rete l’hanno coperta di insulti di ogni tipo non devono far perdere di vista le questioni prioritarie collegate alla vicenda.

Molto del mistero sul rapimento ruota attorno all’opacità della Organizzazione non lucrativa con finalità umanitarie e sede nelle Marche, per la quale Silvia ha prestato servizio di volontariato in Africa. Si tratta della onlus Africa Milele di Fano, che ora potrebbe subire controlli e indagini, dal momento che la stessa ragazza, interrogata all’indomani della sua liberazione, l’ha accusata senza mezzi termini: «Mi hanno mandata allo sbaraglio. Senza scorta e senza collaboratori». Secondo la famiglia Romano, la onlus aveva ingaggiato la loro figlia mandandola allo sbaraglio in una zona dove in precedenza erano stati denunciati attacchi contro stranieri. Dunque un’area altamente insicura, con pericoli che l’organizzazione marchigiana avrebbe del tutto sottovalutato.

Gli inquirenti cercheranno di capire se davvero la onlus con la quale la giovane milanese era partita abbia fatto il possibile per garantirne la sicurezza. Anche in mancanza di una delega formale ai Ros dei Carabinieri, la Procura di Roma intende riprendere in mano il dossier della Farnesina e i controlli che l'Unità di crisi aveva intrapreso dopo il rapimento su quell'attività di volontariato avviata vicino a Malindi, in Kenia.

Ci sono tanti elementi che vanno appurati, dai contratti d'assicurazione alle registrazioni in ambasciata, fino ad arrivare alle certificazioni delle autorità keniote. La famiglia di Silvia Romano intende andare a fondo per capire se sia stato fatto tutto il possibile per evitare che Silvia venisse sequestrata.

Da Fano provano a difendersi. Lilian Sora, la fondatrice di Africa Milele, ha dichiarato che «Silvia non è stata mandata da sola a Chakama. È partita con due volontari e ad aspettarli c'era il mio compagno con un altro addetto alla sicurezza, entrambi masai». A quanto dicono dalla onlus, gli uomini «dovevano rientrare a Malindi il 19 novembre e Silvia doveva andare con loro», ma la ragazza rimase sola a Chakama e il 20 fu sequestrata da una banda di otto persone, che poi l’hanno rivenduta ai terroristi somali di Al Shabaab e portata in Somalia, dove è stata liberata.

A prescindere dalla fondatezza delle argomentazioni addotte dalla onlus per scaricare direttamente sulla ragazza o sulla fatalità le colpe di quanto accaduto un anno e mezzo fa, sarebbe davvero opportuno che le autorità nazionali e internazionali intervenissero una volta per tutte sul regime giuridico e sul rispetto delle regole di funzionamento delle Organizzazioni non governative (Ong) e, in generale, delle onlus e di altre entità giuridiche impegnate sui vari fronti umanitari.

La solidarietà in favore di popolazioni meno fortunate è la loro mission, ma essa va perseguita in una cornice di garanzie che, per la sovranità degli Stati e per l’incolumità dei volontari, troppo spesso vengono disattese. Sono tante le Ong che mandano allo sbaraglio ragazze indifese, senza formazione e senza protezione in territori ad alto rischio, per attività non necessarie, facendo leva sul loro slancio volontaristico e altruistico ed esponendole a un’elevatissima dose di rischi.

E’ importante che le associazioni con cui si parte siano strutturate e riconosciute dal Ministero degli esteri, oltre che dotate di protocolli e codici di sicurezza rigidi che rendano il rischio accettabile. Eppure ci sono codici da seguire per gli spostamenti e regole di comportamento sull’abbigliamento da indossare in casi del genere.

Molti volontari, però, preferiscono partire con piccole associazioni, disorganizzate e insofferenti a procedure, regole e manuali di sicurezza. Le Ong più strutturate hanno a volte legami con istituzioni e associazioni locali con le quali condividono una visione che consente, nei casi di sequestri o di pericolo, di collaborare. Le entità locali coinvolte, avendo un forte radicamento nel territorio, riescono sovente a supportare il lavoro degli investigatori e a fornire loro notizie decisive.

Le grandi Ong stipulano sempre polizze assicurative per i volontari e i cooperanti prima della partenza. Sono principalmente legate agli infortuni o all’aspetto sanitario, non a riscatti o sequestri, perché in quel caso sarebbero illegali. Tuttavia, non essendo assicurazioni obbligatorie, molte organizzazioni se ne infischiano e ne fanno a meno, rischiando.

Il capitolo Ong è sempre fonte di polemiche politiche molto accese. Le Organizzazioni non governative sono spesso state al centro di indagini. Per quanto riguarda i migranti, le Ong sono state accusate di essere "colluse" con gli scafisti. Le operazioni umanitarie di salvataggio sono schizzate nel corso degli anni: appena 1.450 persone salvate nel 2014 a fronte delle 46.796 anime recuperate nel 2016. I trafficanti preferiscono le missioni alle navi militari. Infatti, la mancanza di coordinamento con le autorità Ue e il vizio delle Ong di spingersi anche oltre i limiti delle acque territoriali, rappresenta uno stimolo per i trafficanti a mettere in mare molti barconi, sempre più carichi e con meno benzina, poi soccorsi e spesso portati in Italia. Il Giornale diretto da Alessandro Sallusti anni fa svelò i contatti tra scafisti e organizzazioni umanitarie. Non è un caso, dunque, che ben due procure, quella di Cagliari e quella di Palermo, hanno indagato sulle Ong. E’ stata spesso sollevata la questione del porto in cui vengono sbarcati i migranti una volta tratti in salvo.

Ma tornando alle Ong che si occupano di reclutare volontari da spedire in missioni umanitarie in Africa e in altri continenti, occorrerà, dopo la vicenda di Silvia Romano, prestare maggiore attenzione agli effetti che una loro attività disinvolta e disancorata da qualsiasi criterio di condotta può provocare sulla sovranità degli Stati e sull’incolumità delle persone. Lo sforzo dovrà essere duplice: verificare l’affidabilità delle regole esistenti e applicabili alle Ong; introdurne delle altre, ancora più vincolanti, affinchè la loro attività possa svolgersi in un quadro di certezze e non di pericoli.