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Oltre Berlusconi, tre grandi sconfitti

Terzo Polo, Veltroni e cattolici democratici: tre progetti politici sconfitti nelle amministrative. E con Milano per il Pdl arrivano i nodi al pettine.

moratti pisapia

La situazione politica si ingarbuglia. Non se ne uscirà se non con decisioni importanti. Non basteranno i ritocchi. Uno dei principali paradossi di questo primo turno delle amministrative è la sproporzione tra quanto è accaduto – essenzialmente la sorpresa di Milano – e le conclusioni apocalittiche che se ne vorrebbero trarre. C’è stato un naufragio, ma piccolo e in una pozzanghera.

Il fatto però che se ne faccia un caso di Stato significa che c’erano molti problemi irrisolti che ora sono esplosi. Pisapia ha fatto da detonatore. Di per sé perdere al primo turno, anche se a Milano, non è catastrofico, come vincere al primo turno non significa rovesciare gli equilibri politici nazionali. Se, però, l’esito milanese comporta così tanti smottamenti, alcuni dai quali già in corso anche se per il verdetto finale bisogna aspettare il 29 maggio, vuol dire che c’erano delle decisioni da prendere che non sono state prese. Ma vediamo con calma il quadro completo.

In pochi hanno messo in evidenza tre grandi sconfitti di questo primo turno elettorale: il Terzo polo, la linea di Veltroni e i cattolici democratici. Obiettivamente Casini è in difficoltà, forse ancora più di Fini, che perde in queste ore Andrea Ronchi e potrebbe perdere domani Adolfo Urso. I due non hanno condiviso la neutralità nei prossimi ballottaggi che comporta politicamente l’uscita definitiva del centrodestra. Casini ha dovuto registrare un ridimensionamento dei voti ricevuti e, soprattutto, non è in grado di esprimere in questo momento una linea di contenimento né dell’avventurismo milanese di Pisapia a Milano né dell’esplosione giustizialista e un po’ qualunquista di De Magistris a Napoli. Con il suo neutralismo si è collocato in una terra di nessuno non come scelta politica ma come ritirata obbligata. L’elettorato cattolico e moderato di Casini e Buttiglione potrebbe non capire perché non sia stato possibile sbarrare la strada al centrosinistra che nel campo della vita e della famiglia senz’altro si prepara a traumatici cambiamenti negativi.

Veltroni è l’altro sconfitto. La linea del Lingotto, quella del partito a vocazione maggioritaria, è  sconfessata dall’emergenza della sinistra di Vendola e Pisapia, nonché dal ritorno sulla ribalta di Ferrero. Senza la sinistra estrema, il cui peso aveva prodotto l’immobilità e poi il crollo del governo Prodi, oggi il Partito democratico non riesce a produrre nessuna linea politica riconoscibile. Se al ballottaggio milanese Pisapia dovesse confermarsi, la segreteria di Bersani diverrebbe ostaggio degli ecologisti, degli aperturisti a tutti i costi delle frontiere, dei pauperismi borghesi, dei sostenitori del pluralismo familiare e dell’ideologia del gender. Non è un caso che costoro continuino a ribadire che l’alternativa a Berlusconi la si fa non confluendo al centro, ma accentuando l’opposizione di sinistra. Il che spiazza ulteriormente Casini, che fino a ieri era corteggiato da D’Alema e Bersani e ora non più. La eventuale vittoria di Pisapia allontanerebbe definitivamente il Partito democratico dal Terzo polo e Casini (e persino Fini) non sarebbero più tanto ricercati come nel recente passato.

I cattolici democratici, non tanto di Rosi Bindi quanto di chi fa capo a Beppe Fioroni, rimarrebbero spiazzati da una eventuale vittoria di Pisapia a Milano e di De Magistris a Napoli. Nel centrosinistra emergerebbero due anime, quella arcobaleno e quella manettara, che poco hanno a che fare con l’ispirazione dei cattolici democratici, molti dei quali sono già espatriati dal Partito democratico e senz’altro altri se ne andranno se l’equilibrio politico si spostasse più a sinistra.

Con questo non si vuole nascondere le difficoltà del Pdl e del premier Berlusconi, prime fra tutti i segni di ripensamento di alcuni dei “responsabili”, che in queste ultime ore si sono divisi al loro interno rendendo più difficile il raggiungimento della maggioranza nelle votazioni in aula. Notiamo solo che dalla situazione attuale Berlusconi non è l’unico a perderci e questa considerazione forse potrebbe provocare un ripensamento tra tanti elettori milanesi.

Ammettiamo che a Milano ci sia un nuovo ribaltamento e che a Napoli De Magistris non ce la faccia. Sarebbero con ciò finiti i guai del Pdl? Non crediamo. La pozzanghera milanese rivela che una serie di nodi non sono stati sciolti a tempo debito ed ora basta un piccolo colpo d’aria per far venire la polmonite. Quando manca il gatto i topi ballano. Gli scricchiolii e gli smottamenti nel Pdl derivano dal fatto che Berlusconi ha tardato un po’ troppo a predisporre il futuro del partito dopo di lui e si è concesso troppo alla polemica giudiziaria rispetto all’attività di governo. Meno comizi davanti al Tribunale di Milano e idee chiare sul futuro del partito dopo di lui avrebbero evitato sia la stanchezza dell’elettorato milanese sia i pensieri di fuga di qualche feudatario.