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Odessa, il venerdì di fuoco e sangue

Odessa si risveglia con 42 morti negli scontri fra nazionalisti ucraini e pro-russi. È il singolo più grave episodio di violenza dai giorni della rivolta del Maidan, a Kiev. Intanto la Russia ammette di aver "perso la sua influenza" sui separatisti.

Scontri a Odessa

Gli scontri di Odessa segnano un’altra tappa dell’escalation in Ucraina. Odessa è stata teatro di eventi nefasti nella storia russa e nella prima indipendenza ucraina. Nel 1905 fu l’ammutinamento della corazzata Potemkin, in rada nel porto, a dare il via alla prima rivoluzione russa. Nel 1919, un altro ammutinamento, questa volta degli equipaggi delle navi francesi, alleati delle forze russe anti-comuniste, pose fine all’intervento delle potenze occidentali in Russia e contribuì alla vittoria di Lenin (che pose fine alla prima, breve, indipendenza dell’Ucraina).

Odessa, importante snodo commerciale nel Mar Nero, il più vicino al confine dell’Unione Europea, ancora una volta segna una potenziale svolta storica per l’Ucraina. In questo caso, venerdì, non si è verificato un ammutinamento di un’unità militare, ma tutto è iniziato con una partita di calcio fra le squadre Metalist Kharkiv e Chernomorets, una dell’Ucraina orientale e l’altra di Odessa. I tifosi delle due squadre, lungi dal darsele fra loro, si sono congiunti in una manifestazione a sostegno dell’unità dell’Ucraina (a conferma di quanto detto da Dario Fertilio a La Nuova Bussola Quotidiana: si tratta di uno scontro generazionale, più che etnico). Fuori dallo stadio si sono azzuffati con militanti pro-russi. La guerriglia urbana vera e propria è scoppiata vicino alla stazione centrale e i sostenitori della causa di Putin si sono barricati nella sede dei sindacati. I racconti su quel che è avvenuto dopo divergono. Secondo le fonti russe, i nazionalisti ucraini avrebbero deliberatamente dato fuoco al palazzo, finendo col linciare quelli che cercavano di fuggire. Secondo la stampa ucraina e testimoni locali, invece, l’incendio sarebbe scoppiato in seguito al lancio reciproco di bombe molotov e la popolazione e i servizi di sicurezza ucraini avrebbero poi fatto di tutto per salvare chi cercava di fuggire alle fiamme. In ogni caso, il palazzo dei sindacati è andato a fuoco e il bilancio complessivo degli scontri è salito fino a 42 morti.

La popolazione locale è ancora sotto shock. Fin dallo scorso novembre, quando iniziò la rivolta a Kiev, il porto sul Mar Nero era sempre stato relativamente tranquillo. Testimonianze locali riferiscono che fin nel pomeriggio del 2 maggio, in città era “pieno di gente in vacanza, molti turisti e anche molti turisti russi”. Sempre secondo testimoni locali, lo scoppio della violenza è stato improvviso e causato, da un lato, dagli hooligans, dall’altro da gruppi ben organizzati pro-russi. Come spiega uno dei testimoni intervistati dalla Bbc, Ivan Cutajar, «La gente non sostiene il governo di Kiev. È provvisorio. Queste (manifestazioni, ndr) sono nazionaliste, per l’unità dell’Ucraina, che è molto diverso».

A Odessa, i nazionalisti si scontrano pensando a quel che avviene nell’Ucraina orientale, dove sta continuando l’operazione contro i pro-russi della regione di Donetsk e dove si registrano combattimenti, a bassa intensità, a Kramatorsk e Sloviansk. Il nervosismo dei nazionalisti ucraini è dovuto al fatto che temono un’invasione da Mosca. Che per certi versi è già in corso. Nuove intercettazioni di conversazioni fra le milizie dell’Est ucraino e la capitale russa sono state consegnate dal governo di Kiev agli Stati Uniti, come prova ulteriore dell’infiltrazione in corso. Militari con insegne russe e mostrine in vista sono stati fotografati anche a Luhansk, altro epicentro del fronte separatista. Il fatto che siano stati abbattuti due elicotteri militari ucraini su Kramatorsk è l’ulteriore dimostrazione che, dalla parte dei separatisti del Donbass, ci sono militari armati con missili terra-aria e ben addestrati al loro uso. Ma la conferma più plateale arriva da una voce ufficiale di Mosca, dal portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, che all’indomani della tragedia di Odessa ha dichiarato che la Russia «ha perso la sua influenza sulle forze di autodifesa» dell’Ucraina orientale. Il che vuol dire, in ogni caso, che fino a ieri l’influenza c’era.

Almeno una buona notizia c’è: gli osservatori militari europei dell’Osce e cinque ufficiali ucraini, rapiti a Sloviansk nelle settimane scorse, sono stati liberati su ordine dell’autoproclamato sindaco Viaceslav Ponomariov, nel giorno del suo compleanno. Subito dopo la liberazione, i ministri degli Esteri americano e russo, John Kerry e Sergej Lavrov, si sono parlati. Kerry chiede al suo omologo russo di iniziare a ritirare le milizie irregolari pro-russe dall’Ucraina orientale. Lavrov risponde chiedendo al suo omologo americano di esercitare tutta la sua influenza su Kiev perché cessi le operazioni nell’Est. Entrambi sembrano concordare su una maggior presenza di ispettori dell’Osce. E questo spiega perché il gruppo di ufficiali europei sia stato liberato così facilmente.