Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Leonida di Alessandria a cura di Ermes Dovico
BRACCIO DI FERRO SUL BOSFORO

O la "borsa" o i migranti. Erdogan ricatta l'Europa

Incassati i sei miliardi di euro promessi da Angela Merkel (ma pagati dalla Ue) nel 2016 per impedire nuovi flussi il presidente turco Erdogan torna a battere cassa. Lo fa minacciando nuove “invasioni” di clandestini. Una prima apertura alle sue richieste è arrivata dal premier olandese Mark Rutte, per il quale la Ue deve "andare incontro all' insoddisfazione della Turchia e rinegoziare i termini dell'accordo". Meno morbido il premier greco Mitsotakis che parla di "minacce" del presidente turco.

Esteri 13_09_2019

Incassati i sei miliardi di euro promessi da Angela Merkel (ma pagati dalla Ue) nel 2016 per impedire nuovi flussi su vasta scala di immigrati clandestini come quelli del 2015 diretti al cuore dell’Europa attraverso i Balcani, il presidente turco Recep Tayyp Erdogan torna a battere cassa.

Lo fa minacciando nuove “invasioni” di clandestini e rivolgendosi al medesimo interlocutore tedesco come sembrerebbe confermare il colloquio telefonico di ieri con la cancelliera nel quale il presidente turco ha chiaramente ipotizzato di aprire i confini con Grecia e Bulgaria al passaggio di nuove ondate di migranti illegali buttando di fatto al macero l'accordo firmato il 18 marzo 2016 dopo un lungo negoziato.

L’intesa prevede che tutti i migranti fermati dai turchi e diretti verso i confini dell'Unione Europea vengano riportati in Turchia e per ogni siriano di ritorno in Turchia dalle isole greche, un altro, il cui nome è inserito in una lista d'attesa, ottenga i documenti necessari a venire accolto come rifugiato in Europa.

Finora però sono stati trasferiti in Europa 24.348 siriani (dei quali 8.896 accolti in Germania) dei 3.670.000 che fuggirono in Turchia (350mila sono già rientrati in Siria, nelle zone del nord occupate dalle truppe turche) mentre dalla Grecia sono tornati in Turchia appena 1.904 siriani dal marzo 2016, cui vanno aggiunti altri 600 trasferiti in base ad accordi bilaterali tra Grecia e Turchia.

Il sottosegretario al ministero dell’Interno tedesco, Stephan Mayer, ha chiesto ieri ad Ankara di riportare in Turchia un numero maggiore di profughi approdati sulle isole greche. "Deve essere chiaro che abbiamo urgente necessità di progressi rispetto ai pochi rientri in Turchia dei migranti, allo scopo di migliorare la difficile situazione nei centri d' accoglienza sulle isole" ha detto Mayer..

L'accordo prevede inoltre che l'Ue versi nelle casse turche 6 miliardi di euro sulla base di una formula 3+3. La Ue ha quasi ultimato il saldo della seconda tranche del versamento ma oltre al sostegno finanziario, Angela Merkel si impegnò ad accelerare il processo di integrazione europea della Turchia e soprattutto ad abolire i visti per i cittadini turchi che vogliano varcare i confini dell'Unione. Alla mancata abolizione dei visti e allo stop al processo di ammissione della Turchia nella Ue, dovute alle restrizioni attuate da Erdogan nel campo delle libertà e dei diritti civili, Ankara ha aggiunto la protesta per l’insufficiente aiuto finanziario lamentando di aver dovuto spendere 40 miliardi di dollari per l’accoglienza dei profughi siriani.

La Turchia batte cassa e vuole negoziare un nuovo accordo sostenendo il merito di aver fermato circa 268.000 migranti sulla via del' Europa nel 2018 e più di170 mila nel 2019.

Tra i segnali di insofferenza lanciati da Ankara si notano soprattutto gli aumentati flussi di clandestini verso le isole greche delle ultime settimane.

Solo quest' anno in Grecia sono arrivati 26 mila migranti, quasi cinque volte il numero di quelli giunti in Italia (dove però il record minimo di sbarchi è dovuto alle politiche restrittive attuate dal governo appena caduto) e di questi ben 8 mila sono sbarcati in agosto, cioè da quando Ankara preme per negoziare un nuovo accordo con la Ue.

La guardia costiera greca ha reso noto ieri che nelle ultime 24 ore sono arrivati altri 427 profughi a Rodi, Lesbo e Samos, andando ad aggravare una situazione già esplosiva nei campi di Lesbo, Chios, Samos, Leros e Kos dove i migranti registrati sono oramai oltre 20 mila contro una capacità' prevista di 6.300. Altri 4000 migranti sono stati sistemati in campi più piccoli quasi improvvisati e in abitazioni private.

"Qualcuno non ha mantenuto fede ai patti. Se questo progetto si rivelerà un buco nell'acqua allora dovremo riaprire i nostri confini. Se davvero l'Europa ci sostiene allora lo faccia in maniera concreta", aveva ammonito il presidente turco il 5 settembre.

"Non è una minaccia, ma neanche un bluff. Si tratta di una possibilità reale" ha aggiunto il 7 settembre il vicepresidente Fuat Oktay.

Erdogan vuole inoltre il supporto europeo al progetto di una “safe zone” in territorio siriano profonda 32 chilometri dal confine turco già condiviso dagli USA. Una zona cuscinetto in cui Erdogan conta di trasferire almeno un milione di profughi siriani, non graditi però ai curdi che vivono in quella regione e non disposti ad accogliere profughi di altre regioni della Siria che altererebbero la composizione etnica locale.

Del resto secondo il rapporto dell’Istituto di ricerche Tepav il 72% dei siriani presenti in Turchia non intenderebbe tornare in patria neppure a guerra finita, per lo più adducendo ragioni di sicurezza ma in molti casi perché si tratta di disertori dell’esercito di Assad, renitenti alla leva fuggiti per non venire arruolati o sostenitori dei gruppi di ribelli che temono persecuzioni da parte di Damasco.  

I siriani hanno aperto in Turchia 15.159 imprese che hanno dato lavoro ad oltre 44mila profughi creando benessere per 250 mila persone.

Una prima apertura alle richieste di Erdogan è arrivata dal premier olandese Mark Rutte, per il quale la Ue deve "andare incontro all' insoddisfazione della Turchia e rinegoziare i termini dell'accordo". Meno morbido il premier greco Mitsotakis che respinge le "minacce" del presidente turco. "L'Europa ha già dato 6miliardi per aiutare la Turchia a gestire i flussi migratori", ed i negoziati si conducono con "un linguaggio da buoni vicini" non sulla base di "minacce".