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Non solo presidenziali. Si vota sui principi non negoziabili

L'8 novembre, negli Usa, si vota anche per 157 referendum in 35 Stati. Si vota per la legalizzazione dell'eutanasia, della cannabis, la limitazione della libertà di portare armi, per l'abolizione della pena di morte e per innalzare il salario minimo. E la Chiesa? Tace su tutto, tranne che per la pena di morte. L'elettorato conservatore è disorientato.

Campagna contro l'eutanasia

L'ex speaker del Congresso Usa (fra i candidati delle primarie repubblicane del 2012) Newt Gingrich lo ha dichiarato con sicurezza settimana scorsa di fronte agli evangelici radunati per l'American Renewal Project. Le presidenziali non sono mai state così decisive per il futuro degli Stati Uniti come quest'anno: “Da una parte abbiamo il secolarismo totalitario che vuole usare il potere del governo per imporsi, per decidere anche di quello che deve avvenire all'interno delle chiese e delle sinagoghe” mentre dall'altra pur con molte incognite è chiaro che non c’è alcun segno di voler imporre un “secolarismo di Stato” pervasivo.

Ma a mostrare l'alternativa radicale di fronte a cui è posta l'America sono anche le 157 iniziative referendarie a cui saranno sottoposti gli elettori di 35 Stati che si recheranno a scegliere il futuro presidente. Oltre alla cannabis legale e all'eutanasia che darebbero il colpo di grazia a un paese che ha già distrutto l'Occidente legiferando a favore del divorzio prima, dell'aborto poi e recentemente dell'ideologia Lgbt, ci sono in ballo questioni di stampo socialista-europeo, come il salario minimo, e nulla hanno a che vedere con la tradizione americana, come la limitazione del porto d'armi. E se nel 2012 la Chiesa per voce dell'intera Conferenza episcopale degli Stati Uniti era scesa in campo giudicando ogni aspetto messo a tema dai candidati alla Casa Bianca, questa volta la mancanza di una parola chiara e unanime sta alimentando lo spaesamento dei cattolici, più concentrati a giudicare in base agli scandali che ai pricìpi non negoziabili indicati dal magistero come criterio per indirizzare il proprio voto.

L’unico campo in cui la voce dei pastori si è alzata compatta è infatti quello della pena di morte che la California propone di abolire tramite la proposition 62. “E’ tempo di porre fine alla pena di morte, non solo in California ma in tutti gli Stati Uniti e anche nel mondo”, ha dichiarato il vescovo di Los Angleles, Jose Gomez, nel settembre scorso. Il clero si è espresso anche in Nebraska dove verrà presentato un quesito referendario simile. Anche qui i vescovi hanno citato la parte del catechismo in cui si spiega che l’omicidio del colpevole non serve a mantenere l’ordine pubblico e che per questo basta il carcere. Lo stesso ha fatto presente, ma singolarmente, il vescovo di Oklahoma City, Paul Coakley.

A pronunciarsi sulla legalizzazione dell’eutanasia saranno invece gli elettori del Colorando che la Conferenza episcopale locale ha incoraggiato così: “Speriamo che i cittadini del Colorando voteranno per opporsi a questa pericolosa e lesiva iniziativa”. Oltre a un breve comunicato, però, non c’è stata traccia di una mobilitazione da parte della Chiesa e dei laici. Ma il quesito etico che interrogherà più elettori è quello che norma la vendita della marijuana.  L’Arizona, l’Arkansas, la California, la Florida, il Maine, il Massachusetts, il Montana, il Nevada e il North Dakota sono tutti chiamati in causa, ma solo in Massachusetts, in Florida e in Arizona i pastori hanno parlato dell’impatto devastante sulle generazioni future e quindi a lungo andare su tutta la società.

Eppure, le elezioni del 2012 in Colorado hanno mostrato che più giovani si erano recati a votare rispetto ai loro coetanei di altri Stati quando oltre al presidente dovevano decidere per la legalizzazione della Cannabis e che il maggior afflusso alle urne aveva significato un numero di voti maggiore per Obama. Per questo “i democratici trarranno beneficio dall’affluenza alle urne per la marijuana”, ha spiegato Mason Tvert, capo ufficio stampa del Marijuana Policy Project. Ma ancora più convinti andrebbero a votare i disoccuopati o i membri delle classi meno abbienti mettendo a quel punto la loro crocetta sulla Clinton: "Crediamo che ci siano parecchi elettori che non sono entusiasti di Hillary, ma che sceglieranno lei e questa misura", ha sottolineato Patty Kupfer, manager della campagna per l’aumento del salario minimo in Colorado. Un recente articolo Washigton Post firmato da Amber Phillips conferma che i referendum “stanno diventando uno strumento di grande successo usato dalla sinistra. Che spera così di fare del 2016 il proprio anno più vittorioso”. Non a caso i soldi investiti nelle iniziative popolari sono incrementati oltre misura, basti pensare che nel 2012 furono spesi in tutto 800 milioni di dollari, mentre quest’anno solo in California si è raggiunta la cifra di 400. Secondo il quotidiano americano la strategia di appropriarsi del potere attraverso le “ballot measures” fu usata dalla sinistra per introdurre il matrimonio dello stesso sesso “mutando drammaticamente l’opinione pubblica in suo favore”. E ricordando che Maine, Colorado, Arizona e Washington voteranno per l’incremento del salario minimo, mentre i primi due insieme alla California voteranno anche per limitare il porto d’armi, ha spiegato che i progressisti stanno cercando di fare lo stesso attraverso “questioni sociali ed economiche di stampo populista”.

Un grande rischio per l’elettorato di destra che anziché pensare a difendere le istanze con cui i fedelissimi della Clinton intendono snaturare il paese è concentrato sui peccatucci da spogliatoio di Trump. Rischio incrementato anche dai pastori, che pur di non esporsi su un candidato controverso, seppur certamente meno ostile ai pricìpi cristiani, tentennano anche su aborto, matrimonio fra persone dello stesso sesso e libertà di pensiero, contribuendo ad alimentare la confusione dei cattolici (il cui voto non è mai stato così incerto anche per questo). E rinunciando così a ciò che per la Chiesa non dovrebbe essere negoziabile.