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ENCICLICA

Non piangete sulle banche accusate dal Papa

Non possono certo sorprendere i passaggi che papa Francesco ha dedicato alla finanza nella sua enciclica Laudato si'. Non sorprendono perché fanno risuonare un atto di accusa che più volte si era levato negli ultimi mesi contro «la finanza che uccide», ma nello stesso tempo meritano ancora più attenzione per la loro attualità. 

Editoriali 21_06_2015
Duro atto d'accusa al sistema finanziario nell'enciclica Laudato si'

Non possono certo sorprendere i passaggi che papa Francesco ha dedicato alla finanza nella sua enciclica Laudato si'. Non sorprendono perché fanno risuonare un atto di accusa che più volte si era levato negli ultimi mesi contro «la finanza che uccide», ma nello stesso tempo meritano ancora più attenzione perché entrano con precisione al cuore dei problemi dell'economia attuale. Con due prospettive ugualmente importanti: da una parte la centralità della persona umana che non può essere sacrificata a interessi materiali o a prospettive ideologiche particolari, dall'altra la necessità di cambiare radicalmente modello di sviluppo perché solo da una prospettiva di equità e giustizia si può pensare di affrontare i grandi temi del rispetto e valorizzazione della natura e dell'attenzione a ritrovare interventi efficaci contro la povertà.

C'é al cuore del messaggio del Papa un'osservazione particolare: ci sono nel mondo risorse naturali, potenzialità umane, capacità tecniche e strumenti di intervento che potrebbero, se ben utilizzate, avviare su di una strada più corretta il percorso dell'umanità. Non c'é nessuna condanna a priori per le tecnologie così come per i sistemi finanziari: é il modo con cui questi strumenti vengono utilizzati che chiede a tutti un supplemento di volontà per indirizzare queste dimensioni non alla massimizzazione del profitto, ma alla ricerca possibile del bene comune. Troppo spesso negli ultimi decenni la finanza da strumento al servizio dell'economia reale, da cinghia di trasmissione tra il risparmio delle famiglie e le esigenze di credito delle imprese, é diventata una struttura di potere, tesa all'obiettivo di fare i soldi con i soldi, di moltiplicare i propri profitti, di premiare dirigenti e manager con stipendi e bonus al di fuori di ogni realtà. Non è un caso che un grande economista come Giangiacomo Nardozzi abbia dedicato un libro a questi temi dandogli un titolo molto significativo: Un mondo alla rovescia e iniziando con le parole «c'é troppa finanza in questo mondo». Troppa e cattiva finanza potremmo aggiungere. Una finanza costruita per finalità che prescindono dalle condizioni essenziali dell’umanità e della giustizia. 

«Il paradigma tecnocratico», osserva il Papa, «tende a esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale». Particolare attenzione, e qualche critica, ha suscitato il passaggio in cui papa Francesco mette sotto accusa la crisi finanziaria degli ultimi anni e gli interventi che sono stati messi in atto per farvi fronte: «Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura». A una lettura superficiale potrebbe sembrare che il Papa esprima la propria contrarietà al salvataggio delle banche e magari non tenga conto del fatto che comunque nella maggior parte dei casi gli interventi finanziari nelle banche sono stati poi ripagati anche con gli interessi. 

Ma lette nel contesto dell’enciclica queste considerazioni sono essenzialmente una drastica condanna di un sistema finanziario che è diventato talmente forte da perdere completamente responsabilità e senso etico: le banche troppo grandi per fallire sono state gestite ai fini fortemente speculativi, continuando a garantire sontuosi e scandalosi compensi ai propri amministratori. Il problema non è il salvataggio delle banche, ma è come se, a spese di tutti, si salva un pilota ubriaco che è uscito di strada, ma poi non gli si ritira la patente, non si sospende la corsa, ma lo si rimette alla guida in vista di nuovi e ancora più pericolosi incidenti. 

Ed è significativo che questo attacco alla finanza si trovi all’interno di una riflessione sulla globalità dei problemi. È solo con una presa di coscienza collettiva che possono nascere soluzioni diverse capaci di rendere protagonista l’uomo e non il denaro.