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ORA DI DOTTRINA / 41 - LA TRASCRIZIONE

Non nominare il nome di Dio invano - Il testo del video

Il secondo comandamento obbliga al rispetto di Dio nel Suo Nome, perché il nome esprime la persona che lo porta. Ci sono dieci atteggiamenti e abitudini che rivelano la mancanza del timore di Dio. Educarsi ad atti di riverenza - inginocchiarsi, inchinarsi al nome di Gesù, ecc. - aiuta a percepire la presenza di Dio.

Catechismo 16_10_2022

Tutti gli aspetti che abbiamo esaminato nelle lezioni di dottrina, sino ad ora: la fede, la speranza, la carità, la virtù di religione, con tutte le varie sfaccettature e distinzioni fatte all'interno di questi capitoli, sono in realtà tutti collegati alla confessione dell'Unico Dio. Abbiamo così iniziato i Comandamenti ed abbiamo concluso il Primo Comandamento. Oggi iniziamo il Secondo.

Attenzione! Quando parliamo dei Comandamenti, specialmente dei primi tre, ma anche il legame con gli altri sette, stiamo parlando della conseguenza logica, ovvia, normale del riconoscimento dell'Unico Vero Dio che si rivela. A Dio che si rivela è dovuta l'obbedienza della Fede, è dovuta l'adesione della Speranza, è dovuto l'amore di Carità, sono dovuti l'onore e la riverenza della virtù di religione. Quest'ultima si esplica, appunto, in questi tre primi grandi Comandamenti.

Il SECONDO COMANDAMENTO è spiegato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ai paragrafi 2142-2167.

Nel paragrafo 2142, troviamo un riferimento importante alla virtù di religione, per mettere in luce il più possibile quelle che sono le conseguenze della risposta dell'uomo a Dio che si rivela. Vediamolo:

“Il secondo comandamento prescrive di rispettare il nome del Signore.[cf. Es. 20, 7: "Non nominare il nome di Dio invano]”. Come il primo comandamento, deriva dalla virtù della religione e regola in particolare il nostro uso della parola a proposito delle cose sante”.

Il secondo Comandamento si può pensare come una sfumatura dell'unica grande virtù di religione, che è quella risposta di riverenza di sottomissione, di rispetto amoroso, di timore che è dovuto a Dio.

Questo comandamento impone, comanda, obbliga al rispetto di Dio nel Suo Nome, laddove il nome è chiaramente ciò che esprime la persona che porta quel nome. Riverire il nome di Dio significa pertanto riverire Dio; una sorta di analogia di ciò che abbiamo detto per le immagini sacre: riverire l'immagine non significa riverire l'immagine in sé stessa, ma Colui che in essa vi è rappresentato.

Tutto l'Antico Testamento è pieno di espressioni come: “il nome di Dio è Santo”, “Santo è il nome del Signore nostro Dio”, etc.

Il Nuovo Testamento, a sua volta, si apre con il Magnificat, che contiene la seguente affermazione: "E Santo è il Suo nome". La santità del nome di Dio non è qualcosa che appartiene ad una concezione chiusa dell'Antico Testamento, ma si prolunga e si compie specificandosi nel nome nuovo che Dio assume, che è il nome del Figlio incarnatosi: “Gesù” è un nome santo, perché è il nome del Dio fattosi uomo.

 Facciamo alcune riflessioni sulla santità del Nome di Dio.

Santo o Sacro, significa qualcosa che è separato, cioè che non è disponibile per l'uso profano, ma è messo da parte per Dio. Dire che il nome di Dio è Santo, "Sia santificato il tuo nome", ovvero che il nome di Dio vada santificato, cosa vuole dire?

Significa che il Nome di Dio può essere nominato, pronunciato o scritto solo in un contesto separato dal profano. Per esempio, in un contesto di preghiera, che sia essa di supplica, di ringraziamento, di lode. Oppure nella catechesi, nella predicazione, nel consiglio che si dà ad un amico, ad una persona cara; in quei contesti in cui si manifesta devozione e dovuto rispetto.

La tradizione ebraica ci consegna vari esempi di questo rispetto, come, per esempio, il divieto di pronunciare il tetragramma sacro, e di sostituirlo con il nome più generico di "Adonai".

Poiché Dio è Dio ed il nome di Dio esprime esattamente il nome della Santissima Trinità, non è possibile utilizzarlo come se fosse un nome tra i tanti.

Il § 2144 del Catechismo spiega con chiarezza che: «Il rispetto per il nome di Dio esprime quello dovuto al suo stesso mistero e a tutta la realtà sacra da esso evocata. Il senso del sacro fa parte della virtù della religione».

Non vi è discontinuità tra il rispetto per Dio ed il rispetto per il nome di Dio. Poi viene riportato un sermone di San John Henry Newman, dal titolo eloquente: “Riverenza, un atto di fede nella presenza di Dio”. Il senso della sacralità di questo nome esprime il senso stesso della sacralità di Dio, della fede in Lui.

Il Catechismo cita ovviamente solo un paragrafo, ma è interessante vedere come Newman sviluppi l’intera argomentazione. Egli fa l’elenco di una serie di atteggiamenti e abitudini che manifestano la mancanza del timore di Dio, delle riverenza.

1. La prima spia della mancanza del timore di Dio è proprio l'uso del nome dell’Altissimo con una certa “familiarità e leggerezza”, utilizzandolo di conseguenza come un nome tra i tanti.

2. Un'altra spia è il "modo sfacciato e senza scrupoli con cui gli uomini parlano della Santissima Trinità e del mistero della divina natura”; essi ricorrono a termini e frasi sacre e discutono punti di dottrina che riguardano l'Altissimo e l'Eterno “davanti alle loro tazze"; oggi diremmo in conversazioni da bar, come se i misteri della Fede fossero alla stregua del tempo metereologico, o di qualsiasi altro argomento.

3. Il terzo segnale è “il modo perentorio con cui gli uomini stabiliscono che cosa Dio debba fare e che cosa non possa non fare”. Le famose frasi: "Se Dio fosse buono, non permetterebbe... Se Dio fosse Dio, non farebbe…" e tante altre mormorazioni contro Dio, rientrano in questa categoria.

4. Il quarto segnale è la tranquillità con cui gli uomini spesso parlano della loro conversione, della loro santificazione, “come se conoscessero, alla stregua di Dio, la condizione della loro anima”.

5. “La riluttanza, così spesso avvertita, di inchinarsi al nome di Gesù e anche l'irritazione che si manifesta verso coloro che lo fanno”.

6. “La modalità superficiale con cui gli uomini parlano delle azioni e delle parole di Nostro Signore come se fosse un semplice uomo”, dimenticando la divinità del Signore. Molti, ad esempio, con la scusa che Gesù è nato in una stalla, credono di poterlo trattare alla stregua di un pastore o addirittura dell'asino e del bue…

7. “La familiarità con cui certe persone si indirizzano nella preghiera al Signore” applicando a nostro Signore dei nomignoli o degli epiteti, come se fosse un amicone o uno di noi e nient'altro.

8. Nella preghiera, “l'uso di un linguaggio prolisso e libero con frasi enfatiche, con parole impegnative, con uno stile colorato e ricco, con modi pomposi e toni oratori, come se la preghiera fosse una predicazione e come se il suo oggetto non fosse indirizzarsi all'Altissimo ma impressionare e colpire chi ascolta”. La preghiera non è più rivolta a Dio, ma ai presenti. Pensate, in primis, all’orientamento liturgico: guardarsi in faccia non favorisce l'orientamento a Dio, dal punto di vista dei sensi e della fisicità. Pensate al modo di declamare le orazioni. Pensate alla preghiera dei fedeli, dove si parla magari anche di Dio, ma la preghiera non è rivolta a Dio, ma è più un fervorino rivolto ai presenti.

9. L'irriverenza in Chiesa, stando seduti anziché inginocchiarsi [compatibilmente è chiaro con la propria condizione fisica], o assumendo posizioni e atteggiamenti che dimostrano rilassatezza, distrazione.

10. “La libertà con cui gli uomini si mettono in testa di cambiare la legge di Dio per seguire la propria convenienza e andare incontro al proprio tempo”.

Questi sono tutti segnali di mancanza di riverenza, ai quali purtroppo non diamo più peso. Ma c'è un punto fondamentale che rimane da chiarire: perché sono così importanti i gesti di riverenza e perché sono così problematici quelli contrari? La risposta ci viene nel brano del sermone di Newman, riportato nel Catechismo:

“Il sentimento di timore e il sentimento del sacro sono sentimenti cristiani o no? [...] Nessuno può ragionevolmente dubitarne. Sono i sentimenti che palpiterebbero in noi, e con forte intensità, se avessimo la visione della Maestà di Dio. Sono i sentimenti che proveremmo se ci rendessimo conto della sua presenza. Nella misura in cui crediamo che Dio è presente, dobbiamo avvertirli. Se non li avvertiamo, è perché non percepiamo, non crediamo che egli è presente”.

Il Catechismo si ferma qui nella citazione del sermone, ma il testo originale prosegue:

"Se è un dovere sentire come se vedessimo Dio, quindi avere fede, è anche un dovere avere questi sentimenti. E se è un peccato essere privi della fede, è un peccato essere privi di questi sentimenti".

L’argomentazione è cristallina: la fede ci fa credere in Dio, ma non siamo ancora nella visione beatifica; essa è un “vedere”, ma non ancora fuori del mistero. Se c'è la fede, allora si agisce credendo che Dio è presente, e se si crede che Dio è presente come Dio, non secondo la mia idea di Dio o la misura sminuita che io mi faccio di Lui, se la fede mi dice che Dio è Dio ed è Presente, allora anche questi sentimenti e gesti di riverenza nei confronti di Dio presente vengono di conseguenza e sono doverosi. Noi dobbiamo pensare alla presenza di Dio come se, da un momento all’altro, cadesse il velo e lo vedessimo faccia a faccia.

Newman ci dice anche che esercitarci con questi atti concreti di riverenza significa esercitare la fede. Inginocchiarsi, inchinarsi al nome di Gesù, etc. ci aiuta a “percepire” Dio come presente realmente. Viceversa più questi gesti vengono tolti più decade il senso della presenza di Dio.

Il SECOLARISMO si è affermato in nome di una fede più interiore, ma una fede solo interiore non è una fede adeguata all'uomo. Se togliamo i gesti della fede togliamo via via anche il senso della presenza di Dio.