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Non è peronista: il governo Fernandez si rivela socialista

In Argentina inizia l’era Fernandez. Ma non siamo in presenza di un governo peronista, bensì di un governo progressista social-democratico. Nel quale non poteva mancare la “perla” della legalizzazione dell’aborto secondo i diktat dei poteri internazionali. E le critiche “dolci” della Chiesa cattolica.

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Martedì 10 dicembre ha assunto pieni poteri come presidente argentino Alberto Angel Fernandez, dopo aver sconfitto alle urne l’ingegnere Mauricio Macri, che aspirava alla rielezione, nonostante il disastro generale del suo mandato. Mandato che è stato uno dei peggiori, se non il peggiore, di tutta la storia argentina. Un (mal)governo che ha portato beneficio solo alle sue attività famigliari, quelle energetiche e quelle petrolifere, minerarie e quelle della speculazione finanziaria nel suo insieme, mentre la maggior parte del popolo argentino si è visto ridurre drasticamente il suo tenore di vita e la sua qualità. Questo ha danneggiato principalmente i settori più vulnerabili come i bambini, i disoccupati e i pensionati di tutto il Paese. Non c’è stato un solo indicatore economico né sociale che il governo macrista abbia migliorato nel corso della sua gestione. Al contrario sono tutti peggiorati.

In questo senso, il trionfo elettorale di Fernandez e della sua compagna in ticket, la ex presidenta Cristina Fernàndez De Kirchner, ha significato inizialmente una boccata d’ossigeno e aperto un orizzonte di speranza nella maggior parte della popolazione, nonostante i precedenti politici e giudiziari che, soprattutto, impensieriscono l’attuale numero due del governo e vicepresidente della Nazione.

Infatti, è importante sottolineare che la coalizione elettorale creata per le elezioni è stata chiamata Frente de Todos, una coalizione politica che ha incluso il Partido Justicialista e altri 18 partiti politici, alcuni di spiccata identità peronista e molti altri con idee e visioni che si possono ascrivere al progressismo social-democratico, che ha dato identità e fisionomia al frente elettorale, in spregio alla concezione dottrinale justicialista, sempre definita come umanista e cristiana.

In altre parole: non siamo in presenza di un governo peronista o justicialista, ma siamo di fronte a un governo progressista social-democratico, con una scarsissima e minoritaria presenza peronista nella sua composizione. E non solo nella sua composizione, ma anche nei suoi esempi presi a modello. Nel suo discorso iniziale al debutto da presidente, Alberto Fernandez ha riabilitato le figure di Arturo Frondizi, Juan Bautista Alberdi, Domingo Faustino Sarmiento, Cristina Fernandez de Kirchner, Esteban Righi, Nèstor Kirchner e Raùl Ricardo Alfonsin (il primo presidente post dittatura nel 1983, di estrazione radicale), ai quali ha reso omaggio all’inizio del suo discorso. Però Juan Domingo Peròn ha brillato per la sua assenza.

E ciò che conferma e rafforza il profilo socialista del nuovo governo argentino è l’influenza e il controllo che detiene il Centro di Studi Legali e Sociali (CELS) nei ministeri sensibili come quello dell’Educazione, della Giustizia, della Salute e Sicurezza. Il CELS è un’organizzazione “non governativa” presieduta da Horacio Verbitzsky, collaboratore della dittatura militare del generale Onganìa (1966-1969), rivoluzionario montonero dal 1970 al 1976 e attualmente presidente della menzionata Ong, sovvenzionata, tra gli altri, dall’Ambasciata Britannica di Buenos Aires, dal Ministero degli Esteri, dalla Fondazione Ford, dal Planned Parenthood, e dalla Open Society Foundation di George Soros. Come si può vedere, si tratta di un percorso tortuoso e inspiegabile da parte del presidente di questa organizzazione, diventato attualmente il banditore della democrazia e dei diritti umani.

Inoltre, come ogni governo progressista e socialista che si rispetti, non poteva mancare la presenza della “perla”: la pena di morte per i bambini non ancora nati, vale a dire l’aborto libero e incondizionato come diritto della donna e non già un crimine contro gli esseri più innocenti e indifesi tra tutti gli esseri umani.

Già nell’agosto scorso, Fernandez si dichiarò a favore della “depenalizzazione e della legalizzazione dell’aborto”, salvo dire che non sarebbe stato un tema prioritario della sua agenda in caso di conquista della presidenza. Però, dopo essere stato consacrato presidente in ottobre, Fernandez ha dichiarato pubblicamente a metà novembre che la legalizzazione dell’aborto sarebbe stata una delle prime misure che avrebbe promosso e incentivato. Questa “accelerazione abortista” è valsa al presidente eletto la reprimenda pubblica dell’Arcivescovo de La Plata, monsignor Victor Fernandez, considerato l’alter ego di Francesco, il quale lo ha rimproverato, non tanto però per aver posto il tema della legalizzazione, quanto per il “cambio di passo” che avrebbe provocato divisioni e dissensi in un momento in cui gli argentini necessitano invece, più che mai, di unire le forze per affrontare la difficilissima situazione economica e sociale che soffre la maggioranza del popolo argentino.

Un altro politico “oficialista”, Eduardo Valdés, ex ambasciatore argentino in Vaticano durante la presidenza di Cristina Kirchner e frequentatore di Santa Marta, se n’è uscito con la gaffe di affermare che l’aborto in Argentina sarà legge e che Francesco pur non essendo d’accordo, non si sarebbe opposto perché «sa che il mondo sta andando in questa direzione». In questo caso, Valdés è sembrato esprimere una opinione personale, sebbene ci sia il fermo sospetto che si tratti di un “Eugenio Scalfari” argentino, il quale dice cose a nome di Francesco, che lo stesso non potrebbe affermare direttamente.

Alimenta questo sospetto la reazione del presidente della Conferenza Episcopale Argentina, monsignor Vicente Ojea, il quale, in un comunicato ha detto che “l’unico che può parlare a nome del Papa è lo stesso Papa”, sconfessando dolcemente le parole dell’ex ambasciatore argentino presso la Santa Sede, cattolico dichiarato, ma abortista.

Ciononostante, la legalizzazione della pena di morte prenatale, eufemisticamente chiamata aborto, ha rappresentato una delle prime priorità del governo che presiede Alberto Fernandez, il quale in un suo discorso inaugurale non ha menzionato l’argomento, facendo però espresso riferimento alla necessità di chiudere le ferite che dividono gli argentini.

Nel frattempo, a spingersi oltre è stato Ginès Gonzales Garcìa, neo ministro della Salute e amico del presidente, il quale già prima di assumere l’incarico aveva dichiarato che non solo per promuovere la legislazione sull’aborto non bisogna chiedere permesso a nessuno, nemmeno al presidente, ma che lo farà nel più breve tempo possibile. Questa “autonomia operativa” del neo ministro della Salute si spiega con i legami che questo “emulo di Erode in Argentina” ha con la Internacional Planned Parenthood  e con la Ford Foundation, la qual cosa gli permette di portare avanti queste istanze indipendentemente da chi si suppone sia il suo capo politico, che però in realtà si dimostrerà come un passivo garante del suo ministro.

In tempi come questi, nei quali il governo necessiterebbe dell’unità e della collaborazione della popolazione per risolvere gli squilibri del governo precedente in materia economica e sociale, Fernandez e la sua squadra di governo pretendono di mettere in vendita la legislazione della pena di morte riservata ai bambini, consacrando il genocidio prenatale secondo i desiderata dei Rockefeller e dei Soros, ma provocando nuove lacerazioni nel tessuto sociale e spirituale del popolo argentino, che dimostrerà ancora una volta di non essere disposto a sacrificare i suoi figli sull’altare dell’avidità dell’imperialismo internazionale, del quale il progressismo social-democratico è servo con un fervore degno di miglior causa.

Si avvicinano tempi durissimi in un’Argentina in battaglia per la sopravvivenza economica e in guerra contro i mercanti di morte travestita da progressismo. Bisognerà vedere quale sarà la posizione della gerarchia della Chiesa Cattolica Argentina: se si mostrerà come l’autentica Chiesa di Cristo o penserà tristemente come la Chiesa di Laodicea menzionata nell’Apocalisse. 

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