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Non basta un "tesoretto" a far ripartire l'economia

Renzi dice che c’è oltre un miliardo e mezzo di euro da spendere, risorse che potrebbero servire per estendere il beneficio degli 80 euro agli incapienti e ai pensionati. Sarà un caso che il premier abbia annunciato questa novità a un mese e mezzo dalle elezioni regionali? E poi, servirà a far ripartire i consumi?

Matteo Renzi

Prima delle elezioni europee dell’anno scorso, il premier annunciò il bonus degli 80 euro come provvedimento di equità sociale. Nelle urne l’elettorato lo premiò con un consenso storico. Oggi sembra volerci riprovare. Dal consiglio dei ministri di venerdì è uscito, infatti, un nuovo proclama: l’andamento del rapporto tra deficit e prodotto interno lordo consente di utilizzare uno 0,1% del Pil, pari a 1,6 miliardi, per interventi di redistribuzione del reddito. In soldoni, ci sarebbe oltre un miliardo e mezzo di euro da spendere, risorse che potrebbero servire per estendere il beneficio degli 80 euro agli incapienti e ai pensionati.

Sarà un caso che questa novità sia stata annunciata a un mese e mezzo dalle elezioni regionali? Per ora Renzi ha solo detto che questa somma sarebbe nella disponibilità del governo, ma non ne ha ancora indicato la destinazione. Tuttavia, è molto probabile che essa possa servire per finanziare nuovi aiutini a classi disagiate, nella speranza che tutto questo basti per rilanciare i consumi. Con gli 80 euro i consumi non sono affatto ripartiti. La gente tende a conservare quei soldi piovuti dal cielo in vista di bisogni futuri. Occorre dunque stimolare l’economia con misure diverse. Pure sul versante occupazionale, le impietose cifre fornite dall’Inps nei giorni scorsi documentano che nei primi mesi del 2015 la defiscalizzazione delle nuove assunzioni ha prodotto solo 13 contratti in più rispetto al 2014. Davvero pochini, dopo le illusioni delle settimane scorse.

Al di là delle buone intenzioni, quindi, questo governo fa fatica a intraprendere una strada efficace sul terreno del risanamento dei conti pubblici e della crescita dell’economia reale. Le limature del Documento di economia e finanza, che non è una legge di stabilità, ma una semplice fotografia dello stato delle cose, e le alchimie contabili non possono bastare a intercettare le innegabili opportunità che la congiuntura ci offre. Il quantitative easing (maggiore liquidità), il calo del costo del petrolio, il rapporto favorevole euro-dollaro potrebbero consentirci di agganciare il treno della ripresa, a patto che le riforme siano davvero strutturali e non di facciata. Dal 2008 a oggi abbiamo perso oltre dieci punti di ricchezza nazionale e un quarto della produzione industriale. Solo la Grecia ha fatto peggio di noi. Le imprese che hanno il loro core business entro i confini nazionali annaspano, mentre sopravvivono, a volte anche con performance ragguardevoli, quelle che esportano gran parte della loro produzione. Se si realizzassero le previsioni (ottimistiche?) del ministero dell’Economia (crescita dello 0,7% nel 2015 e del 2% negli anni successivi) avremmo comunque bisogno di un lustro per tornare ai livelli del 2007, quando si poteva ancora parlare di sviluppo economico-sociale.

Il premier ha rassicurato gli italiani escludendo altre tasse. Neppure Regioni e Comuni devono preoccuparsi perché, stando a Palazzo Chigi, non ci saranno altri tagli, soprattutto delle spese sanitarie, che si ripercuoterebbero sui servizi erogati ai cittadini. Ma non basta mantenere stabili le tasse. Le tasse vanno drasticamente ridotte perché in Italia investono in pochi proprio perché c’è la zavorra del fisco che demolisce ogni modello di business e scoraggia ogni nuova iniziativa imprenditoriale. Queste considerazioni basate su dati oggettivi dimostrano quanto sia velleitario tentare di affrontare le emergenze del Paese con l’arma dei tesoretti o dei regali elettorali. Alla luce della voragine che si è creata nel corso dei decenni nei nostri conti pubblici, non c’è altra strada che quella della dismissione del patrimonio pubblico. Bisogna monetizzare, recuperando centinaia di miliardi, per ripianare i conti pubblici e rilanciare gli investimenti. In un “progetto Paese” pluriennale devono entrare certamente le cessioni di patrimonio pubblico e vanno altresì inseriti tagli drastici alle spese improduttive (sul modello Thatcher, tanto per intenderci) e agevolazioni fiscali per il mondo delle imprese affinché esse possano tornare a investire e a creare posti di lavoro stabili.

Tutto il resto sono palliativi, che forse consentiranno a qualcuno di rimanere al governo e di raggranellare voti di elettorato disperato e in cerca di futuro, ma che certamente ruberanno il futuro alle nuove generazioni, incolpevoli degli errori fatti da chi ha governato il Paese per oltre mezzo secolo.