• ALMENO 69 MORTI

Nigeria, infiamma la protesta #EndSars (che non è il virus)

Un video-denuncia sui social e poi le proteste, degenerate in violenze. È di almeno 69 morti il bilancio degli scontri tra le forze dell’ordine e il movimento #EndSars, nato per chiedere l’abolizione dell’unità di polizia anticrimine ritenuta responsabile di vari abusi. La Sars è stata intanto sciolta, ma la rivolta - che mette in discussione l’intera struttura della società nigeriana - continua.

“Chi pensa di nascondere la protesta dei cittadini dietro alla furia dei facinorosi è in malafede. Il Paese è esausto e rischia di assistere a una rivolta sociale, per colpa dell’inefficienza dei suoi governanti”, scriveva il giornalista Mario Giordano il 25 ottobre a proposito della rivolta dei napoletani contro il lockdown. “Non provate a nascondere la rabbia degli italiani dietro quattro delinquenti”.

Sono più o meno le stesse parole usate in questi giorni da diversi osservatori che commentano le manifestazioni di protesta iniziate in Nigeria il 7 ottobre e degenerate, come sempre succede in Africa, in violenze, saccheggi, atti vandalici. Lì, la protesta dei cittadini si è già trasformata in rivolta sociale.

Tutto è incominciato il 3 ottobre quando sui social network è circolato un video in cui si vedono dei poliziotti che fermano un ragazzo in macchina, gli sparano e se ne vanno sulla sua auto. Nei giorni successivi altri ragazzi hanno raccontato sui social le loro brutte esperienze con le forze dell’ordine e con una unità di polizia in particolare. #EndSars, il loro hashtag diventato subito virale, non si riferisce al Covid-19 (Sars-Cov-2). Sars, qui, sta per “Special anti-robbery squad”, l’unità di polizia anticrimine creata nel 1992 per combattere rapine, furti di automezzi, sequestri di persona, furti di bestiame e altri crimini. La Sars però è odiata e temuta per il suo strapotere e per i suoi abusi: accusata di esecuzioni extragiudiziarie, estorsioni, torture, ricatti, stupri di uomini e donne, coinvolgimento in sequestri di persona e persino traffico di organi.

Le testimonianze di violenze subite hanno alimentato la collera in un crescendo che si è tradotto in manifestazioni di giovani organizzate prima, il 7 ottobre, a Lagos, la più popolosa città del Paese, e poi in altre città, fino a dar vita a una delle più grandi proteste giovanili nella storia della Nigeria. I giovani scesi per le strade chiedevano la soppressione della Sars. Non è valsa a calmare gli animi la notizia che il ragazzo a cui gli agenti avevano sparato in realtà non era morto e neanche l’annuncio che il presidente della Repubblica, Muhammadu Buhari, aveva deciso di sciogliere la Sars. Le proteste sono continuate.

Poi, il 10 ottobre, le forze di sicurezza impegnate a Lagos a contenere i dimostranti hanno ucciso un ragazzo. Da quel momento la situazione è stata fuori controllo. I dimostranti, a cui si sono aggiunti teppisti e sbandati, hanno incominciato a dare la caccia agli agenti e sono iniziati i saccheggi e gli atti vandalici contro proprietà private e pubbliche. Le forze dell’ordine hanno reagito duramente soprattutto a Lagos, dove hanno sparato ad altezza d’uomo anche contro chi stava manifestando pacificamente.

Al momento il bilancio delle vittime è almeno di 69 morti, in gran parte civili. La stima governativa è di 51 civili, 11 agenti di polizia e sette militari. Il capo dello Stato ha promesso l’istituzione il 26 ottobre di una commissione d’inchiesta sugli abusi della polizia a Lagos. Forse neanche questo servirà a riportare l’ordine e neanche gli appelli alla calma lanciati negli ultimi giorni dalle associazioni che condividono le ragioni dei giovani dimostranti e li sostengono finanziariamente. L’intero sistema di governo è sotto accusa, e non per la prima volta: corrotto, inetto, ingiusto.

Ma la ribellione questa volta sembra andare oltre, mettendo in discussione anche la credibilità della millenaria struttura sociale patriarcale, autoritaria e gerontocratica. I dimostranti hanno danneggiato, incendiato e saccheggiato negozi, centri commerciali, proprietà di noti uomini politici. In diverse città hanno attaccato i magazzini governativi contenenti le scorte di cibo destinate a essere distribuite alla popolazione durante il lockdown e ancora pieni. Ma a Lagos hanno dato l’assalto anche al palazzo dell’Oba, il rispettato e venerato capo tradizionale, hanno rimosso il suo trono e lo hanno trascinato per le sale del palazzo, hanno saccheggiato e gettato nella piscina mobili e suppellettili e infine hanno cercato di dare fuoco all’edificio. L’esercito è intervenuto per evacuare il palazzo e impedire che andasse distrutto.

Le autorità dapprima hanno pensato che si trattasse di uno dei frequenti scoppi di violenza giovanile, motivati prima di tutto dalla disoccupazione che nella fascia di età che va da 15 a 35 anni ha raggiunto il 55,4%. Per questo hanno tardato a intervenire e, a quel punto, lo hanno fatto in maniera brutale. Ma mancanza di prospettive e povertà non riguardano solo i giovani. Quasi un quarto della popolazione è disoccupata, il 20% è sottoccupata. Secondo le statistiche ufficiali il 40% dei nigeriani sono sotto la soglia di povertà: questo nel Paese che è la prima economia e il primo produttore di petrolio del continente, che estrae ed esporta petrolio da oltre mezzo secolo, indipendente da 60 anni, senza colpi di stato e dittature da 20.

La povertà aggrava le tensioni sociali causate dal tribalismo, endemico in Africa, e in Nigeria esasperato da due fattori: il millenario scontro tra pastori e agricoltori, nella fascia centrale del Paese dove le due categorie economiche si sovrappongono; l’appartenenza religiosa che divide in due la Nigeria - a maggioranza islamica al Nord e cristiana al Sud - e che negli stati del Nord Est è diventata appello islamico al jihad, con la formazione nel 2002 del gruppo armato Boko Haram. L’esito è il dilagare insostenibile della corruzione, a tutti i livelli e in ogni ambito, che impedisce non solo di sconfiggere il jihad, a mala pena contenuto grazie a una forza militare regionale di cui fa parte il potente esercito del Ciad, ma anche la delinquenza comune e la criminalità organizzata di cui anzi si rendono complici tanti funzionari, agenti, militari.

Questa è la situazione che i giovani denunciano. Alcuni indicatori fanno dire a chi segue gli sviluppi della crisi che le proteste di questi giorni “hanno cambiato la Nigeria per sempre”. Le concessioni del governo - abolizione della Sars, riforma generale della polizia, commissioni di inchiesta per individuare i responsabili degli abusi di esercito e polizia - rendono i giovani fiduciosi di poter ottenere dei risultati. Al di là della “furia dei facinorosi”, i dimostranti sono stati capaci di organizzarsi, in pochi giorni hanno creato un numero verde in grado di rispondere alle emergenze, hanno aperto una stazione radiofonica e un servizio di assistenza legale. Tutto questo è stato possibile grazie a un crowdfunding al quale partecipa tra gli altri, con ingenti fondi, la Feminist Coalition, un’associazione femminista fondata nel luglio del 2020.

Si moltiplicano i commenti in cui i giovani di #EndSars vengono indicati come esempi di come le cose potrebbero migliorare in Nigeria “se non fosse per i politici che spesso sembrano più interessati al loro tornaconto personale invece di pensare al progresso del Paese”. L’ultima notizia è che i dimostranti hanno deciso di eleggere dei leader e dei consiglieri e stanno allestendo un sistema di voto tramite i social network. Le schede già in circolazione mostrano come candidati celebrità, avvocati, esperti politici.