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Niente "macachi", siamo brasiliani antirazzisti

Delirio del politicamente corretto in Brasile. Telecronista dà del "macaco" a un giocatore, dopo un goal. E viene arrestato sul posto, in diretta Tv, con la pesante accusa di razzismo. Una parola che arriva ormai a inglobare ogni cosa.

Esteri 16_04_2014
macaco

Il prossimo campionato mondiale di calcio si svolgerà, come tutti sanno, in Brasile. Forse, però, non tutti si aspettano spalti di stadio gremiti di educande da collegio svizzero tenuto da suore orsoline. Milioni di tifosi saranno lindi, puliti, ravviati e composti. Al massimo faranno una ordinatissima «ola» da far invidia alle perfette coreografie olimpioniche cinesi. I temperamenti iracondi siederanno con un cerotto sulla bocca e avranno cura di usare, per maggior sicurezza, il nastro adesivo «americano», quello argentato che regge anche le crepe nei palloni da basket. Consentiti solo gli strumenti musicali, anche le strepitanti vuvuzelas sudafricane. Si potrà eseguire un waka-waka di gioia e gridare interiezioni tipo «capperi!» o «perdinci!», ma non di più.

Sì, perché ci sarà, negli stadi, più polizia che spettatori. E pure l’esercito, perché le norme brasiliane sono severissime con chi sgarra. Non tutti sanno, infatti, che in Brasile si deve stare attentissimi con la lingua, essendosi il Paese carioca provvisto di leggi molto dure sull’uso degli epiteti. Per esempio, ecco una notizia Ansa del 14 aprile 2014: a Maringá un giornalista è stato arrestato (sì, avete letto bene: arrestato) per aver dato del «macaco» a un giocatore. Si svolgeva la finale di ritorno del campionato regionale del Paraná e la squadra del Londrina aveva conquistato il titolo ai rigori contro l’ospitante Maringá. Uno dei gol era stato centrato dal giocatore Maicon Silva, che si era subito messo a saltellare per la gioia. In modo, supponiamo, particolarmente folkloristico, dato che la fantasia dei goleador ci ha abituati a esibizioni particolarmente, diciamo così, esuberanti, dopo una rete messa a segno. Nel caso di Silva, il reporter Lourival Santos (è vero, i cognomi brasiliani sembrano pochi e ripetitivi), presente per conto dell’emittente Rede Massa de Televisão, allo spettacolo del balletto improvvisato dal calciatore non ci ha visto più. Evidentemente tifoso della squadra perdente, ha perso ogni aplomb professionale, è balzato in piedi e ha gridato a quello: «Macaco!». Poi, prima di risedersi, ha aggiunto (forse per chiarire meglio il suo pensiero ai digiuni di zoologia): «Scimmione!». Ma non ha fatto in tempo a riaccomodarsi perché la polizia lo ha immediatamente arrestato, ar-re-sta-to. Il reporter è stato subito tradotto nelle patrie galere con l’accusa di «razzismo» e, a quanto se ne sa, in carcere ancora si trova.

Accanto a lui sedeva la collega Monique Vilela di Radio Banda B, che è stata sentita come testimone e ha confermato (ma il Santos aveva urlato o solo sibilato tra i denti? boh). L’emittente Rede Massa de Televisão, rimasta senza copertura in corso d’opera, da parte sua si è affrettata a licenziare in tronco il «razzista», diramando un comunicato di sentite scuse in cui si afferma che la ditta «ripudia e condanna tutti gli atti di razzismo, che considera un’abiezione imperdonabile in qualsiasi circostanza». Mentre il Santos in galera medita sulla sua tendenza all’intemperanza, noi ci chiediamo pensosi: ma dare dello «scimmione» a uno è razzismo?

Non è forse vero che le legislazioni di non pochi Paesi, sulla spinta dei movimenti animalisti, si stanno attrezzando per equiparare le scimmie antropomorfe agli umani in tema di diritti? Dunque, considerare la parola «scimmione» un insulto razzista andrebbe in controtendenza rispetto agli ultimi esiti del politicamente corretto. In effetti, l’ideologia politically correct è suscettibile di avvoltolarsi in una serie di contraddizioni potenzialmente senza fine, risolvibili solo accentuando allo spasimo la contrarietà al buonsenso e perfino alla logica dell’ideologia suddetta. Decisamente la definizione giuridica di «razzismo» sta talmente allargandosi da inglobare praticamente tutto e il suo contrario. A proposito, l’antichissima consuetudine di dare del «cornuto» all’arbitro che penalizza la squadra per cui stiamo tifando è «razzismo»? Bisogna che le Corti Costituzionali intervengano, così da darci il tempo di ripiegare sull’altrettanto classico, ma meno sanguinoso, «venduto». Quest’ultimo epiteto è, infatti, suscettibile solo di querela di parte. Almeno finché la plumbea cappa del «razzismo» non si stenda pure su di lui.