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Nessuna politica condivisa sull'immigrazione nell'Ue L'ungherese Orban guida il fronte del rifiuto

L'emergenza immigrazione è la crisi al primo posto dell'agenda europea. A Bruxelles, domani e venerdì, il vertice dell'Ue deve elaborare una politica comune. A guidare il blocco del rifiuto, nei paesi dell'Est, reggendo alle pressioni dall'Ue occidentale, c'è il premier ungherese Orban, che parla esplicitamente del rischio di "Eurabia".

 

RAPPORTO ACNUR SUI RIFUGIATI di Anna Bono

 

Orban ispeziona la frontiera meridionale ungherese

Non c’è Brexit o crisi geopolitica che tenga, l’emergenza immigrazione è senza dubbio il tema più divisivo nell’agenda delle cancellerie europee. Lunedì il premier ungherese Victor Orban ha escluso la possibilità di raggiungere una politica comune europea in materia di immigrazione. Il primo ministro magiaro ha espresso questa considerazione al vertice di Varsavia tra gli esponenti del gruppo Visegrad (Polonia, Rep. Ceca, Ungheria e Slovacchia) e quelli del Benelux (Belgio, Olanda, Lussemburgo). 

“Ogni Paese ha la sua storia e identità, le proprie esperienze e il proprio punto di vista”, ha spiegato Orban alla riunione dei sette capi di governo sottolineando ancora che "l'immigrazione tocca il cuore di tale identità". Insomma i flussi migratori incontrollati hanno risvolti ben più importanti di quelli legati ai costi relativi alla loro gestione e al fattore sicurezza. Orban e il primo ministro della Polonia, Beata Szydlo, hanno poi evidenziato la necessità di un impegno teso a differenziare i rifugiati economici dai profughi richiedenti asilo anche tramite la collaborazione con i Paesi d’origine. 

Dunque nessun passo indietro dei Paesi dell’Est. L'incontro è infatti avvenuto dopo che la Commissione Ue martedì 13 giugno ha aperto una procedura d'infrazione nei confronti di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca a causa del rifiuto di accogliere la loro quota di rifugiati. Fonti comunitarie citate dalla France presse sostengo che i Paesi dell'ex blocco sovietico pongono condizioni inaccettabili e rifiutano categoricamente i musulmani, adducendo questioni legate alla minaccia terroristica, mentre durante la conferenza stampa a margine del summit, il primo ministro del Lussemburgo Xavier Bettel ha risposto al suo omologo ungherese che “la solidarietà non è flessibile”.

I diktat di Bruxelles non sembrano però scalfire la fermezza di Orban che, solo venerdì scorso, in un’intervista alla radio pubblica ungherese ha accusato alcuni Paesi  di voler creare una "Eurabia" nel Vecchio Continente, unendo "i resti" della cultura cristiana con quella musulmana. "Se tedeschi, francesi e italiani vogliono sottoporsi a questo esperimento, non possiamo vietarglielo, ma non possono costringerci ad accettarlo”, ha aggiunto il primo ministro. 

Il tema dell'immigrazione, insieme a quelli della sicurezza, della difesa comune e della Brexit, sarà sul tavolo dei capi di Stato e di governo di tutta l’Ue che si riuniranno a Bruxelles giovedì e venerdì prossimi. Intanto oggi all’Europarlamento lo stesso presidente dell’assemblea Antonio Tajani ha convocato una grande conferenza sulle migrazioni con l’obiettivo dichiarato di fare pressing sui governi dei Paesi Ue affinché "decidano presto e bene" gli interventi per gestire i flussi, in primo luogo con la riforma del sistema d'asilo (Dublino) e i ricollocamenti. Nell'emiciclo di Bruxelles interverranno non solo Tajani e molti altri parlamentari, ma anche il premier libico Fayez Al Sarraj e numerosi esponenti della Commissione Ue, a partire dal presidente Jean-Claude Juncker, dalla vice presidente Federica Mogherini, e dai commissari Dimitris Avramopoulos e Julian King e il rappresentante speciale Onu per le migrazioni Arbour. Tajani parla di politiche di condivisione, ma tradisce la solita propensione delle istituzioni comunitarie nell’intimare la cessione di quote di sovranità dietro la minaccia di multe milionarie: “Bene ha fatto la Commissione ad aprire le procedure d'infrazione verso quei governi che non hanno rispettato gli impegni sui ricollocamenti". 

Ma su una politica di apertura alle masse di migranti che attraversano il Mediterraneo non sembra crederci nessun esecutivo europeo. Le ultime perplessità in ordine temporale sono state esplicitate dall’Austria. Lunedì, all'arrivo al Consiglio europeo a Lussemburgo, il ministro degli esteri Sebastian Kurz ha dichiarato che “l'Austria ha sempre sostenuto la necessità di avere centri per rifugiati fuori dall'Europa, in modo che il salvataggio nel Mediterraneo non sia un biglietto per l'Europa Centrale".

Kurz ha inoltre affrontato quello che è ritenuto dalla maggior parte dei governi il cuore del problema: "Finché la gente continuerà ad essere portata in Europa centrale dopo il salvataggio, sempre più gente si metterà in viaggio, i trafficanti guadagneranno sempre di più e, cosa peggiore, sempre più persone moriranno. Non appena fermeremo la gente alla frontiera esterna dopo il salvataggio e da lì saranno organizzati i ritorni, difficilmente questi si rimetteranno  in cammino". Kurz ha quindi affermato che continuerà a sostenere la sua linea "a livello europeo": "Sono convinto che alla fine sarà questa la linea della Ue".

Insomma, oltre le Alpi nessuno si fida dei controlli e della “selezione” effettuata nei centri di accoglienza italiani e greci che vagliano le domande di asilo politico. Tutto fa pensare che la tre giorni di discussione sui migranti che si apre oggi a Bruxelles si concluderà con l’ennesimo nulla di fatto.