Nessun islamico eletto alle amministrative ma è solo l'inizio
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È un clamoroso flop elettorale la carica dei candidati musulmani da Agrigento a Lecco passando per Venezia, ma è anche il primo tentativo organizzato e trasversale di portare la mezzaluna nei Comuni. Un campanello d'allarme su una presenza sempre più visibile e determinata a occupare il vuoto lasciato dall'Occidente.
Con una frustrazione palpabile, il Partito Democratico ha dovuto registrare un nuovo, cocente insuccesso: le sue roboanti campagne sull’immigrazione, pur cariche di retorica inclusiva, continuano a non spostare nemmeno una manciata di voti verso sinistra. I numeri sono esigui, eppure non rasentano di certo l’irrilevanza. Volantini redatti in bengalese, video girati nelle scuole di italiano per stranieri in cui candidati dem, con tono bonario e paternalistico, hanno spiegato a donne velate come tracciare la croce accanto al simbolo del Pd «perché è il vostro partito», tutto questo apparato di mobilitazione dei “nuovi italiani” si è rivelato un buco nell’acqua. Da Venezia ad Agrigento, da Legnano a Lecco, la cosiddetta “carica” dei candidati islamici arruolati dal Pd, da Alleanza Verdi e Sinistra e dalle varie liste arcobaleno si è schiantata contro un muro di realtà.
A Venezia, dove la scommessa era più ambiziosa, la débâcle è stata particolarmente eloquente. Rhitu Miah si è fermata a 459 preferenze, Kamrul Syed a 362: sono due degli esponenti della comunità bengalese che non hanno conquistato il seggio, ma non si può certo dire non abbiamo dato nulla al Pd veneziano che li ha candidati. È certo, però, che la contemporanea e ostentata richiesta di una grande moschea nel nord-est, abbinata alla visibilità di queste candidature, ha finito per compattare l’elettorato spingendolo con decisione verso il centrodestra.
Eppure le amministrative del 2026 sono state un laboratorio rivelatore. Per la prima volta si è assistito non solo al tentativo massiccio e trasversale di portare l’islam in Comune, ma anche agli effetti collaterali di questa strategia sul resto degli italiani. In Italia vivono circa un milione e 700.000 musulmani, dei quali quasi l’80% possiede ormai la cittadinanza italiana: un bacino elettorale imponente che la sinistra corteggia con insistenza crescente. La comunità più numerosa resta quella marocchina, seguita da bengalesi, pakistani e albanesi.
Il candidato della sinistra ha trionfato nel centro storico, tra le calli frequentate dai ceti più abbienti e progressisti, ma ha capitolato nelle periferie, dove i problemi quotidiani pesano di più. Insomma dei sette candidati bengalesi in campo – due per il Consiglio comunale e cinque per le Municipalità – soltanto Sumiya Begum e Mhade Abdul sono riusciti a emergere nel multietnico quartiere di Marghera, conquistando rispettivamente 180 e 172 voti e risultando i più votati della loro lista. A Mestre, Afay Ali si è fermato a 187 preferenze, quarto nella propria competizione interna.
A Lecco, la giovane Nousaiba Samti, nota come Nussi, candidata con il velo e sostenuta dal Pd, ha raccolto appena 42 voti personali. La sua presenza aveva acceso polemiche dopo che la Lega aveva affisso manifesti con lo slogan «stop a maranza e moschea», ai quali il Pd aveva risposto denunciando razzismo e islamofobia. Altri aspiranti consiglieri di origine straniera nelle liste progressiste hanno oscillato tra gli 8 e i 27 voti. A Legnano, Zakaria Roumi ha totalizzato 70 preferenze; a Lecco, Sidik Aboubakari Sanogo si è fermato a 8 nella lista di Alleanza Verdi e Sinistra. Ad Agrigento, l’imprenditore marocchino Adnane Khezar e la convertita napoletana Carmela Lombardi, detta Lina, che si era presentata sui santini con l’hijab e un messaggio bilingue, hanno ottenuto 13 e 3 voti.
Un epilogo grottesco che ha svelato i limiti di un approccio che ignora la realtà del corpo elettorale, inclusa la quota ancora scarsamente alfabetizzata del loro elettorato, e che alle prossime tornate potrebbe presentarsi più preparata.
Ma è a Vigevano, nel cuore della Padania operosa un tempo simbolo del manifatturiero lombardo e roccaforte storica del centrodestra, che lo smacco ha assunto contorni quasi paradossali. Proprio qui, dove nessuno se lo sarebbe aspettato, la Lega ha presentato due candidati musulmani, di cui una donna velata, in netto contrasto con la linea tradizionale del Carroccio sull’islam politico e sui rischi per l’integrazione. Una mossa che ha provocato un danno d’immagine profondo, non solo locale ma nazionale, e ha contribuito a far evaporare migliaia di voti. La sindacatura, guidata dal Carroccio per oltre vent’anni, è sfumata in una sera. Ha brillato, però, l’exploit del candidato locale legato a Roberto Vannacci, la cui lista ha staccato di cinque punti quella della Lega, attirando proprio gli ex tesserati delusi. E la Lega Lombarda ha finito con azzerare l’intera struttura provinciale.
Numeri impietosi raccontano un fallimento tattico evidente. Eppure, dietro l’apparente débâcle si nascondono dinamiche più complesse e preoccupanti, che vanno ben oltre la conta delle preferenze. Per il momento, le manovre orchestrate dai vertici progressisti per mobilitare i blocchi compatti dell’islam hanno prodotto l’effetto contrario, accelerando, in alcuni casi, la disfatta della sinistra grazie al risveglio di anticorpi sociali dettati dal più elementare buon senso. Eppure, sarebbe un errore imperdonabile adagiarsi su questo parziale scacco. L’avanzata di quelle che lo schieramento dem descrive enfaticamente come risorse imprescindibili è un movimento appena agli albori, che non si lascerà arginare da una singola battuta d’arresto.
Certo, l’orizzonte italiano non coincide ancora con la realtà di Birmingham, seconda città inglese dove la popolazione musulmana sfiora il trenta per cento, i bianchi sono minoranza e lo scorso 7 maggio è stato eletto un sindaco pakistano. E dove, proprio pochi giorni fa, in occasione dell’insediamento del neo sindaco dall’inglese da bazar di Islamabad, s’è visto un imam con tanto di turbante e barbone nero officiare la preghiera islamica in consiglio.
Ma l’Italia si prepara a una delle transizioni più radicali della sua storia. E derubricare il risultato di oggi a un semplice «flop» è un errore grave di miopia. Festeggiare la débâcle elettorale dei candidati islamici significa non voler vedere la verità: quella di oggi non è una sconfitta, bensì l’atto inaugurale di un processo storico, per ora, irreversibile.
Le nostre piazze sono già occupate. L’Occidente ha lasciato un vuoto, e qualcun altro lo sta colmando con disciplina, determinazione e una presenza sempre più visibile. Il vero campanello d’allarme non è il voto di oggi. È il silenzio con cui stiamo assistendo a ciò che verrà domani. Tant’è che il presidente dell’UCOII, in occasione dell’Eid al-Adha, ha rivolto un messaggio ai musulmani italiani, e alle nuove generazioni, invitandoli a farsi protagonisti del progetto di pervasiva presenza nella società italiana.
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