• LA STORIA

Nathan, nato da uno stupro. E pro vita «senza eccezioni»

Kathy Folan andava ancora al college quando venne stuprata. Poche settimane più tardi scoprì di essere incinta e, malgrado l’angoscia, decise di dare alla luce il suo bambino. Cercandogli una famiglia adottiva. Oggi lui, Nathan, ringrazia la madre e i genitori adottivi e respinge l’idea che lo stupro possa legittimare l’aborto: «La vita è vita, senza eccezioni»

Quando si parla di aborto non è raro che anche in ambienti e gruppi sensibili alla difesa della vita nascente venga ammessa l’eccezione dell’aborto legale per le vittime di stupro. Eppure si tratta di qualcosa che aggiunge male a male e, inoltre, finisce per fare - seppur non intenzionalmente - il gioco del fronte abortista, che storicamente ha puntato e continua a puntare moltissimo proprio su questa eccezione (insieme all’incesto e al pericolo di vita per la madre) come cavallo di Troia per la legalizzazione ed estensione dell’aborto.

Una storia dagli Stati Uniti ci ricorda che un’alternativa, a favore della vita, c’è sempre, o che si tratti di crescere personalmente il bambino, come succede in non pochi casi, o che si scelga la via dell’adozione. È quest’ultimo il caso dell’americana Kathy Folan, che il 25 gennaio - in occasione della Marcia per la Vita di San Francisco - ha raccontato la sua esperienza, divulgata da Life Site News. Trent’anni fa, quando era ancora al college, Kathy venne stuprata da un conoscente. La sua reazione al trauma, devastante, fu cercare di dimenticarlo. «Ero piena di vergogna, non dissi niente a nessuno». Ma un mese più tardi iniziò ad avere delle nausee e alla fine intuì di essere rimasta incinta. Decise quindi di fare il test per la gravidanza: «I tre minuti in cui stetti seduta sul bordo della mia vasca sono stati tra i minuti più lunghi della mia vita. Se il test fosse stato positivo, la mia vita quasi perfetta, tutta americana e ben pianificata, sarebbe finita», ha detto Kathy, rievocando le sue impressioni di allora.

Il test risultò positivo. E lei si chiese che cosa avrebbero potuto pensare i suoi genitori, gli insegnanti, gli amici, e se qualcuno l’avrebbe mai sposata. Malgrado l’angoscia, Kathy racconta che «in quello stesso momento, riconobbi l’intrinseca dignità di questo nuovo essere umano, che Dio mi aveva affidato. Sapendo che avrei deluso i miei genitori, mi ci vollero 11 giorni di chiamate giornaliere prima di riuscire finalmente a dirglielo». A dispetto delle sue incertezze iniziali, Kathy trovò il sostegno e conforto dei suoi genitori, e non solo. Decise di cercare una famiglia disposta ad adottare il bambino che portava in grembo. Le venne presentata una coppia del Maryland, Barry e Liz Sullivan, che attraversarono in volo tutti gli Stati Uniti per incontrare la ragazza nella sua città natale, Spokane (Stato di Washington).

Tra Kathy e i Sullivan ci fu subito sintonia, «come se ci conoscessimo da sempre. È stato l’inizio di molti miracoli, piccole grazie provvidenziali, che hanno accompagnato la mia decisione di scegliere la vita». Tra queste grazie, Kathy ricomprende un’ispirazione comune avuta da lei e dai Sullivan, a migliaia di chilometri di distanza gli uni dall’altra: «Fummo indipendentemente ispirati a chiamare il bambino Nathan, che significa “dono di Dio”».

La donna racconta anche che subito dopo la nascita di Nathan aveva iniziato a esitare riguardo al darlo in adozione, e pure nei propri genitori era andato via via crescendo il dolore in attesa della separazione dal nipotino. Ma allo stesso tempo ricorda che sia lei che i genitori furono presi da uno straordinario senso di pace per la scelta dell’adozione, un sentimento che Kathy vede come un dono dello Spirito Santo. Nathan rimase con lei i primi sei giorni dopo il parto, e al quarto ricevette il Battesimo in una chiesa cattolica, alla presenza sia della madre che dei genitori adottivi.

Kathy ha spiegato che altri fatti l’hanno poi convinta della sua scelta: «Tornai al college meno di due mesi dopo la sua nascita e visitai la famiglia Sullivan quando Nathan aveva dieci mesi. Vedendolo con una famiglia che io non potevo offrirgli, ebbi al 100% la certezza di aver preso la decisione giusta per lui. Due settimane dopo essere tornata da quel viaggio, completamente in pace per la mia decisione, ho incontrato l’uomo dei miei sogni che ora è mio marito da quasi 25 anni. Si è innamorato di me nell’istante in cui ha sentito la mia storia».

Ancora oggi Kathy è in contatto sia con Barry e Liz Sullivan sia con Nathan, ed è fiera del modo in cui il figlio è cresciuto. «Barry [il padre adottivo] una volta ha detto che la ragione per cui la nostra storia è finita per essere così bella è la nostra fiducia in Dio e il fatto che ciò che era meglio per Nathan era al centro del nostro rapporto. Nathan ha un curriculum incredibile […]. Ha ispirato i nostri ragazzi a unirsi ai Boy Scout, così da poter essere proprio come il loro fratello maggiore. E ora è un uomo d’affari di successo», ma «ciò che è più importante è l’amore che ha per tutti coloro che lo incontrano. La sua fede è molto importante nella sua vita, è un uomo altruista, forte, un grande cattolico, e anche lui combatte in favore della vita. La sua è sicuramente una vita degna di essere vissuta, come lo è ogni vita».

Kathy smentisce quindi il già accennato cavallo di Troia dei gruppi pro aborto: «Dare alla luce Nathan non ha distrutto la mia vita, come il fronte abortista vorrebbe che tu pensassi». Il figlio, invece, «ha dato senso a un’esperienza dolorosa. Lui è la bellezza che è uscita da una situazione molto buia», come lo stupro subito.

E quella bellezza oggi ha appunto il volto e la voce di Nathan, che è salito sul palco della manifestazione pro vita subito dopo la fine del discorso della madre naturale, abbracciandola e proseguendone il ragionamento. «Spesso, quando si ascolta il dibattito pro vita - pro aborto, ciò che è scoraggiante è che anche alcuni di coloro che si identificano come pro vita facciano una piccola eccezione», ha osservato Nathan, aggiungendo: «L’avete già sentito prima… “Sono pro vita tranne… tranne nei casi di stupro”. Voglio che tutti si rendano conto […] che si sta parlando di me e di tutti quelli come me. La vita è vita, senza eccezioni. La vita è un dono, senza eccezioni. La vita è preziosa, senza eccezioni. Il modo in cui sono stato concepito non definisce chi sono. Ciò che mi ha formato è la scelta coraggiosa della mia madre naturale e dei miei genitori adottivi: loro hanno scelto l’adozione, lei ha scelto la vita. E ogni benedizione che ho avuto deriva da questa scelta».

Di qui l’esortazione di Nathan, secondo cui «siamo chiamati a costruire la generazione pro vita» con la nostra testimonianza concreta, in modo che anche altri possano esserne contagiati. Perché, afferma, «non dobbiamo lasciare un’eredità di endings», cioè di aborti, «bensì piuttosto un’eredità di inizi e di speranza».