Morte Fakir, Bologna devastata: le responsabilità del sindaco Lepore
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La manifestazione convocata a Bologna dal sindaco per la solidarietà ad Abderrahim Fakir, l'uomo morto durante un intervento della polizia, si è trasformata prevedibilmente in una serata di guerriglia urbana provocata dagli antagonisti.
La tragedia di Bologna ha aperto una ferita profonda nella città e nel Paese. La morte di Abderrahim Fakir merita anzitutto rispetto, accertamenti rigorosi e una ricostruzione completa dei fatti. Proprio per questo sorprende la scelta del sindaco Matteo Lepore di convocare una manifestazione pubblica prima ancora che fossero conclusi gli accertamenti più importanti, a partire dall'autopsia e dalle indagini della Procura sul comportamento degli agenti intervenuti.
In una vicenda tanto delicata, il primo dovere delle istituzioni dovrebbe essere quello della prudenza. Non per negare il diritto dei cittadini a manifestare, né per minimizzare la gravità di una morte avvenuta durante un intervento di polizia, ma perché uno Stato di diritto si fonda sul principio che i fatti vengano accertati prima di emettere sentenze politiche o morali.
La decisione del sindaco di chiamare la città alla mobilitazione ha inevitabilmente assunto un forte significato politico. In un clima già attraversato da tensioni, slogan contro le forze dell'ordine e accuse gravissime rivolte alla polizia, quella convocazione è stata interpretata da molti come una legittimazione della protesta proprio nel momento in cui gli investigatori stavano ancora lavorando per ricostruire l'accaduto.
È questo il punto centrale della vicenda. Non si tratta di negare il diritto alla solidarietà verso la famiglia della vittima. Nessuno mette in discussione il dolore dei familiari né il diritto di chiedere chiarezza. Ma una cosa è chiedere verità, un'altra è organizzare una manifestazione nel cuore della città quando ancora non erano disponibili tutti gli elementi necessari per comprendere cosa fosse realmente successo.
L'esito della serata è purtroppo sotto gli occhi di tutti. La manifestazione è stata seguita da violenti scontri che hanno trasformato il centro storico in uno scenario di guerriglia urbana. Oltre sessanta agenti sono rimasti feriti, sono state devastate vetrine, danneggiate automobili e abitazioni, distrutto arredo urbano. Persino i giornalisti impegnati nelle dirette televisive hanno corso seri rischi per la propria incolumità mentre raccontavano quanto stava accadendo.
Naturalmente la responsabilità penale delle devastazioni appartiene esclusivamente a chi le ha materialmente commesse e sarà la magistratura a individuare gli autori delle violenze. Ma accanto alle responsabilità penali esistono anche quelle politiche. Ed è proprio sul terreno della responsabilità politica che si concentra oggi il dibattito.
Il sindaco ha cercato di distinguere nettamente tra la piazza pacifica di Piazza Nettuno e gli scontri avvenuti successivamente, sostenendo che la violenza non rappresenti Bologna. È una distinzione comprensibile, ma che non esaurisce la questione. Perché resta da spiegare se fosse opportuno convocare quella manifestazione proprio in quel momento e se fossero stati adeguatamente valutati i rischi di infiltrazione da parte dell'area antagonista, storicamente presente nelle mobilitazioni più conflittuali.
Le opposizioni hanno parlato apertamente di errore politico. La Lega ha annunciato un esposto alla Procura per verificare eventuali responsabilità amministrative nella gestione della manifestazione, oltre a una mozione di sfiducia in Consiglio comunale. Fratelli d'Italia ha chiesto le dimissioni del sindaco, mentre diversi esponenti del governo hanno contestato quella che ritengono una condanna preventiva delle forze dell'ordine prima che le indagini siano concluse.
Si tratta di iniziative politiche sulle quali saranno gli organi competenti e il Consiglio comunale a pronunciarsi. Tuttavia, al di là dello scontro tra maggioranza e opposizione, rimane una domanda che riguarda il ruolo stesso di un sindaco.
Il primo cittadino è chiamato a rappresentare l'intera comunità, soprattutto nei momenti di maggiore tensione. La sua funzione non è quella di alimentare contrapposizioni, ma di favorire il dialogo, la calma e il rispetto delle istituzioni. Davanti a una morte tanto drammatica, sarebbe forse stato più opportuno attendere gli esiti degli accertamenti giudiziari, manifestare vicinanza alla famiglia della vittima con forme istituzionali e invitare tutti alla responsabilità.
La politica ha certamente il diritto di esprimere giudizi, ma quando i fatti non sono ancora stati chiariti dovrebbe evitare di sovrapporsi al lavoro della magistratura. Le inchieste servono proprio a stabilire se vi siano state responsabilità individuali, da qualunque parte esse ricadano. Anticipare quel giudizio nelle piazze rischia soltanto di alimentare tensioni che poi diventano difficili da controllare.
In questo senso la scelta di Lepore appare quantomeno discutibile. Anche ammesso che le intenzioni fossero quelle di esprimere solidarietà e vicinanza alla famiglia di Fakir, un amministratore pubblico deve valutare anche le conseguenze prevedibili delle proprie decisioni. E quando una città finisce devastata, decine di agenti rimangono feriti e il centro storico si trasforma in un teatro di scontri, la questione della responsabilità politica non può essere liquidata come un semplice attacco dell'opposizione.
Tra pochi mesi Bologna tornerà al voto e sarà inevitabilmente anche su questa capacità di gestire le emergenze, oltre che sulle politiche amministrative, che i cittadini saranno chiamati a esprimere il proprio giudizio. Saranno gli elettori, prima ancora degli avversari politici, a stabilire se il comportamento del sindaco sia stato all'altezza del ruolo istituzionale che ricopre. Ma una lezione dovrebbe già essere chiara: nelle vicende che coinvolgono la morte di una persona e il delicato rapporto tra cittadini e forze dell'ordine, la prudenza non è debolezza. È il primo dovere di chi rappresenta le istituzioni.
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