• DOPO L'ATTENTATO A LONDRA

Moralmente disarmati di fronte al jihadismo

Difficile combattere i terroristi islamici, incarcerare le cellule jihadiste e prevenirne gli attacchi se non si riesce a far restare in galera neppure chi è già stato condannato per terrorismo. L'attentato di Londra è la dimostrazione di quanto le democrazie occidentali siano vulnerabili al terrorismo, per motivi più culturali che materiali.

Poster dell'antiterrorismo a Londra

Difficile combattere i terroristi islamici, incarcerare le cellule jihadiste e prevenirne gli attacchi se non si riesce a far restare in galera neppure chi è già stato condannato per terrorismo.

La “lezione” che viene da Londra dopo l’attacco al coltello al Ponte di Londra non riguarda certo solo il Regno Unito, ma tutta l’Europa. E’ ormai chiaro che il terrorismo islamico, soprattutto quello “fai da te” con l’uso di coltelli o veicoli non sia facile da prevenire specie in paesi dove tra le nutrite comunità islamiche spesso riottose a una reale integrazione il numero di estremisti e potenziali terroristi è sempre molto alto. In questo caso però siamo di fronte alla manifesta incapacità degli Stati di detenere in carcere terroristi conclamati e già condannati. Una incapacità “culturale” e non solo materiale che si abbina alla cieca iniziativa di molti Stati europei di continuare a incrementare il numero di residenti e cittadini islamici o che prevede il reinserimento sociale per i “foreign fighters” macchiatisi di crimini orribili in Iraq e Siria.

Il caso di Usman Khan, ucciso venerdì sera dalla polizia londinese, ben rappresenta l’incapacità “strutturale” dell’Europa di combattere in casa il jihadismo. Residente nello Staffordshire, l’uomo ha ucciso due persone ferendone altre tre ma il bilancio del suo gesto sarebbe stato certo ben più grave se alcuni passanti non lo avessero coraggiosamente aggredito e bloccato. Un attacco attuato nello stesso luogo di un attentato ben più grave effettuato nel 2017, quando 3 terroristi islamici avevano fatto 8 vittime, prima con un furgone lanciato contro la folla e poi con un assalto a coltellate.

Il 28enne di origine pakistana era in libertà vigilata, con il braccialetto elettronico perché era stato arrestato nel 2010 e condannato due anni dopo a 16 anni di carcere per reati terroristici, ma scarcerato nel 2018 con la condizionale. Khan, che aveva partecipato alla pianificazione di attentati terroristici ispirati da al-Qaeda contro il London Stock Exchange, il Big Ben e l’abbazia di Westminster, si era dichiarato colpevole alla vigilia del processo a carico suo e di altri 8 islamici e la polizia gli aveva trovato addosso anche una lista scritta a mano di bersagli che includeva Boris Johnson, primo ministro britannico che allora era sindaco di Londra. A conferma che non si trattasse di un “pesce piccolo”, Khan aveva anche sviluppato un piano per creare un centro di addestramento per terroristi nel Kashmir, in un’area di proprietà della sua famiglia.

Nella sentenza di condanna il giudice aveva definito Khan tra i “jihadisti più pericolosi' raccomandando di non rilasciarlo. Oltre al danno c’è spazio pure per la beffa considerato che Khan, dopo il rilascio, aveva partecipato nei mesi scorsi a un programma governativo di de-radicalizzazione e riabilitazione di detenuti estremisti: un’ulteriore conferma del fallimento dei programmi di questo tipo varati in tutta Europa in base a teorie buoniste e politicamente corrette che hanno permesso solo di foraggiare con denaro pubblico terroristi, “foreign fighters” e fans del jihad.

La questione è destinata infiammare la campagna elettorale britannica. Il governo di Boris Johnson assicura per bocca di Brandon Lewis, viceministro dell'Interno e responsabile della sicurezza, di voler far chiarezza sulla mancata vigilanza sul killer. "Dobbiamo e vogliamo fare una valutazione completa" del suo dossier, per "trarre la lezione del caso", ha detto Lewis negando che l'episodio possa essere considerato un fiasco delle autorità politiche o degli organi di sicurezza. Johnson accusa infatti il sistema giudiziario dichiarando che è "un errore consentire a criminali violenti di uscire di prigione in anticipo". Sulla stessa linea l'ex capo dell'antiterrorismo britannico, Chris Phillips, ha accusato il sistema giudiziario di "giocare alla roulette russa" con la sicurezza dei cittadini. "Il nostro sistema giudiziario penale deve guardarsi dentro" e rivedere il modo in cui accordai benefici della libertà vigilata, ha commentato Phillips all'agenzia Pa. "Noi lasciamo uscire di prigione gente condannata per reati molto, ma molto gravi e li reinseriamo nella società quando sono ancora radicalizzati". In queste condizioni, si è chiesto quindi polemico, "come accidenti possiamo chiedere alla polizia e ai servizi segreti di tenerci al sicuro?”

Un tema che investe anche la decisione, assunta il 4 novembre dal ministero dell’Interno, di rivedere al ribasso il livello di allerta-terrorismo riducendolo da “grave” (severe) con rischi di attacchi "molto probabili" (il secondo gradino nella scala di pericolo del Joint Terrorism Analysis Centre) a “considerevole” (substantial) con rischi "probabili", ossia il terzo e il più basso livello dal 2014, anno in cui a Mosul venne proclamato il Califfato.