• LA MOSSA DI PADOAN

Monte dei Paschi "salvata" a spese del contribuente

Si chiude il cerchio della vicenda Monte dei Paschi di Siena. L'allora ministro Padoan aveva aiutato la banca senese in fallimento con soldi pubblici. Oggi è presidente di Unicredit e acquista a prezzo di saldo la parte sana di MPS (lasciando la bad company a carico del contribuente). Ma così il Pd rischia di perdere il seggio di Siena. 

Pier Carlo Padoan (al centro)

Ancora una volta il risiko bancario si intreccia con le trame politiche e ancora una volta il campo è quello del centrosinistra. La prima domanda da farsi è: in quale altro Stato che non sia l’Italia un Ministro dell’Economia salva con i soldi pubblici una banca decotta, poi diventa presidente di un’altra banca e ottiene che quest’ultima acquisti a prezzo di saldo la parte sana della banca salvata con i soldi di tutti i contribuenti, lasciando a questi ultimi la parte cattiva? La risposta è scontata: nessuno.

Eppure nello sciagurato mondo bancario italiano succede anche questo. E il detto “paga sempre Pantalone” si accinge a tornare d’attualità nell’affare Monte dei Paschi di Siena (MPS), che domina le polemiche politiche degli ultimi giorni.

Pier Carlo Padoan, nel 2017, da Ministro dell’Economia del Governo Gentiloni, nazionalizzò Monte dei Paschi di Siena con una bella dote di soldi pubblici (5,4 miliardi di euro), poi ha fatto il deputato Pd nel collegio senese, infine si è dimesso per diventare presidente di Unicredit, istituto bancario al quale oggi il Governo starebbe per svendere la parte sana del Monte dei Paschi, mentre quella cattiva (crediti deteriorati e contenzioso) resterebbe a carico dello Stato, quindi dei contribuenti, con nuove tasse. La Banca senese, che è peraltro la più antica del mondo, fondata nel 1472, oggi è la peggiore nei cosiddetti stress test, quelli che l’Eba, autorità di vigilanza europea, conduce per capire se una banca può reggere a situazioni economiche più difficili. Il Ministro dell’Economia, Daniele Franco, che dovrà riferire in Parlamento forse già mercoledì, sta cercando un compratore, ma finora solo Unicredit ha mostrato interesse, peraltro a condizioni capestro, tra esuberi e vincoli, come quella di lasciare nelle mani pubbliche la patata bollente dei crediti deteriorati e inesigibili e quella, non meno perniciosa, delle cause legali passate. Si valuta che l’accettazione di tali condizioni comporterebbe per lo Stato, che ha già il 64% di partecipazioni in MPS, un ulteriore esborso di circa 10-15 miliardi.

La vicenda si incrocia con le elezioni suppletive nel capoluogo toscano, dove si candida il segretario del Pd per il seggio che fu di Padoan. Mentre fino a un mese fa Enrico Letta immaginava di dover fare una semplice passeggiata in un collegio da sempre feudo della sinistra, oggi le cose sembrano cambiate. Lui ha detto che in caso di sconfitta lascerebbe la politica, e con le nubi che si addensano all’orizzonte dell’istituto bancario non è affatto detto che l’ipotesi non si verifichi. Infatti il leader dem rischia di diventare il parafulmine di una faida tutta interna al mondo bancario, che trova indifferente l'efficientista Draghi, interessato solo alla stabilità del sistema bancario più che alle convenienze dei leader politici. E Matteo Renzi non vede l’ora di far fuori per la seconda volta l’odiato rivale, candidando in quel collegio un suo candidato, con il solo scopo di far perdere il “sereno” Enrico.

Peraltro le polemiche sul MPS aumentano le possibilità che il centrodestra strappi il collegio alle sinistre. Il leader della Lega, Matteo Salvini è infatti già partito lancia in resta. "A Siena i cittadini voteranno il 3 ottobre perché il deputato del Pd (Padoan) si è dimesso per andare a fare il presidente di Unicredit. Vi sembra normale?".

"Bisogna intervenire in Parlamento sul mostruoso conflitto di interessi Unicredit-Pd-Monte dei Paschi di Siena –rincara Maurizio Gasparri, di Forza Italia – La banca toscana è già costata milioni e milioni ai cittadini italiani. La banca toscana è stato luogo degli scandali targati Pci-Pds-Pd". Denuncia conflitti di interesse e opache manovre finanziarie per tornaconti personali e partitici nel mondo della sinistra anche la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

Anche i Cinque Stelle si ribellano alla svendita del terzo gruppo bancario del Paese. "Chiediamo di capire cosa muoverà le imminenti scelte, ma vogliamo passaggi privi di opacità", dichiarano i grillini.

Uno dei nodi da sciogliere, e che avrà inevitabilmente riflessi sull’esito delle elezioni di ottobre, è quello degli esuberi. Se ne ipotizzano seimila. Non meno critica la questione della difesa degli sportelli bancari, soprattutto nei Comuni più piccoli. E poi la tutela del marchio, che è un marchio storico. Lo spezzatino che si profila rischia di compromettere tutti questi aspetti: la difesa dell’occupazione, del radicamento territoriale dell’istituto bancario e della tradizione.

Ultima ma non ultima l’incognita Ue. La Commissione europea vigilerà sugli aiuti di Stato e non è detto che non chieda già a settembre chiarimenti al Governo italiano su un’operazione che, per come si va delineando, assume contorni di natura statalista e dirigista. Occorre, in base alle norme europee, che l’operazione segua regole di mercato, tanto care all’attuale premier Draghi ma incompatibili con gli interessi del Pd sul territorio senese e nel sistema bancario.

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