Monaco, un esercizio di retorica europea che cela sudditanza
La conferenza per la Sicurezza in Europa, tenutasi a Monaco, è stata caratterizzata da esercizi di retorica europei che non corrispondono ai fatti e ai rapporti di forza reali. L'Europa dipende dagli Usa e non è in grado di fronteggiare la Russia.
Quanto peso attribuissero gli Stati Uniti agli “alleati” europei era già abbastanza chiaro prima dell’inizio della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, quando solo il segretario di Stato aveva annunciato la sua visita mentre non c'erano né il vicepresidente JD Vance né il capo del Pentagono Pete Hegseth, quest’ultimo non pervenuto neppure al summit dei ministri della Difesa della Nato, pochi giorni prima della conferenza.
Benché con toni pacati rispetto al ruvido intervento contro i leader europei di cui si rese protagonista JD Vance nell’edizione de 2025, Marco Rubio ha affermato che Usa ed Europa hanno un destino comune, precisando però tra le righe che tale destino viene deciso a Washington.
Infatti la visita di Rubio è sembrata una tappa di passaggio verso gli incontri più importanti, con i leader più filo-Trump del Vecchio Continente, lo slovacco Robert Fico e l’ungherese Viktor Orban, soprattutto dopo che il segretario di Stato si è sottratto all'ultimo minuto da un incontro chiave con i leader europei sull’Ucraina e non ha incontrato il presidente Volodymyr Zelensky.
Proprio da Budapest, ieri Rubio ha rivendicato che gli Stati Uniti sembrano essere «l'unica nazione sulla Terra in grado di portare rappresentanti ucraini e russi al tavolo per parlare. Non voglio insultare nessuno, ma le Nazioni Unite non sono in grado di farlo, non c'è un altro Paese in Europa che è stato in grado di farlo», ha aggiunto il segretario di Stato Usa rispondendo alle domande dei giornalisti durante la conferenza stampa con Viktor Orban.
Gli europei sembrano aver compreso che il distacco ormai è irreversibile con gli Stati Uniti. Per questo sono state annunciate trattative tra Francia e Germania con in più la Gran Bretagna per puntare a un deterrente nucleare europeo. Progetto tecnicamente fattibile, ma politicamente molto complesso e che verrebbe osteggiato da Usa e Russia.
Certo, al di là delle dichiarazioni iperboliche e decisamente sopra le righe di tanti leader europei, occorrerebbe riflettere sul fatto che tedeschi e francesi sembrano sul punto di mandare a monte dopo anni e miliardi buttati al vento i progetti comuni per un nuovo aereo da combattimento di 6a generazione (Fcas) e per un nuovo carro armato (Mgcs). Non riescono a mettersi d’accordo per produrre armi, figuriamoci sulla “sovranità” europea dell’arsenale nucleare di Parigi che punta sul ritiro statunitense per conquistare la leadership militare d’Europa.
Lo sbando totale dell’Europa è stato ben evidenziato a Monaco dagli interventi di numerosi leader, quasi tutti sopra le righe ma soprattutto del tutto avulsi dalla concretezza della situazione militare ed economica. «Il vecchio mondo non tornerà mai più e l'Europa deve essere in grado di gestire più crisi in contemporanea», ha dichiarato a Monaco la premier danese, Mette Frederiksen. Facile credere che si riferisse al confronto con la Russia e alle minacce statunitensi di conquistare la Groenlandia.
E invece no, come ha chiarito il premier danese, la minaccia sono ovunque «i sogni imperiali della Russia che coinvolgono l'Ucraina, l'Artico e la guerra ibrida contro l'Europa. La porta della regione del Sahel e ora spalancata alla Russia e noi siamo fuori». Frederiksen ha dimenticato che la Russia non invade l’Artico, la Russia si affaccia sull’Artico per la sua estensione geografica. L’unica minaccia di invasione di territori artici finora è quella portata dagli Usa alla Groenlandia.
Non poteva deludere l'Alto rappresentante della politica estera dell'Unione europea Kaja Kallas: «Parliamoci chiaro sulla Russia: non è una superpotenza. Dopo oltre un decennio di conflitto, inclusi 4 anni di guerra su vasta scala in Ucraina, la Russia è appena andata oltre i limiti del 2014, e il costo? 1,2 milioni di vittime. Oggi la Russia è allo sbando, la sua economia è a pezzi, è scollegata dai mercati energetici europei e i suoi cittadini sono in fuga. La minaccia più grande che la Russia rappresenta in questo momento è che otterrà di più al tavolo delle trattative di quanto abbia ottenuto sul campo di battaglia», ha affermato.
Peccato che Mosca disponga di 6.200 testate nucleari, di cui 1.500 di pronto impiego mentre nella guerra contro Kiev ha iniziato la guerra controllando il 7 per cento del territorio ucraino (Crimea più una parte del Donbass) e oggi ne controllano tra il 19 e il 20 per cento e continuano ad avanzare. Inoltre, ma Kallas non se n’è accorta, la fine delle forniture energetiche russe sta determinando gravissimi problemi all’Europa più che a Mosca.
A Monaco hanno dunque prevalso i toni propagandistici sulla valutazione concreta della situazione. Zelensky ha strappato applausi quando ha raccontato dell’impegno ucraino a uccidere non più solo 30 mila russi al mese ma bensì 50mila. Numeri assurdi come 1,2 milioni di morti russi citati da Kallas, quando dovremmo invece tutti preoccuparci delle spaventose perdite ucraine confermate anche dall’ormai fuori controllo fenomeno della diserzione e della renitenza alla chiamata alle armi.
Delle migliaia di droni e centinaia di missili lanciati dai russi, secondo Zelensky il 90 per cento vengono abbattuti: affermazione che stride con le devastazioni subite dalla quasi totalità delle infrastrutture energetiche, aree industriali, aeroporti, basi militari e ferrovie in Ucraina.
Ciò nonostante l’ex segretario generale della Nato, oggi ministro delle finanze norvegese, Jens Stoltenberg, ha ribadito che “non c’è dubbio che l’Ucraina debba prevalere” mentre per il cancelliere tedesco Friedrich Merz «questa guerra finirà solo quando la Russia sarà almeno economicamente e, potenzialmente, militarmente esausta. Ci stiamo avvicinando a quel momento, ma non ci siamo ancora. La Russia deve arrendersi in questa terribile guerra contro l'Ucraina e noi dobbiamo impegnarci al massimo sul piano militare, economico, politico e diplomatico affinché questo accada», ha affermato Merz.
Merz parla come se le truppe di Kiev fossero alle porte di Mosca invece che in ritirata su tutti i 1.500 chilometri di fronte in Ucraina ma del resto, come sosteneva Federico Fellini, “non si interrompe un’emozione”. Né a Merz né al ministro degli Esteri lettone Baiba Braze, per il quale «la Russia parlerà seriamente di pace in Ucraina e accetterà serie trattative di pace solamente quando sarà militarmente ed economicamente in ginocchio».
Più pragmatico, ma non è una buona notizia per l’Europa, è stato invece il segretario generale della Nato Mark Rutte, che dopo aver chiamato Trump “paparino” continua a curare gli interessi finanziari statunitensi. A Monaco infatti si è raccomandato con gli europei che non offrano a Kiev aiuti militari bilaterali, cioè armamenti prodotti in Europa ma paghino invece le armi “made in USA”. «Gli Stati Uniti stanno ancora fornendo una quantità massiccia di armi all'Ucraina, questo è il programma PURL pagato da Canada e alleati europei, che quest'anno costerà 15 miliardi di dollari, 12 miliardi di euro. Per favore usate il PURL, c'è una lista di quello di cui gli ucraini hanno bisogno. Non date aiuti bilaterali fuori da quella lista perché è bello, vi dà foto sui giornali ma noi sappiamo esattamente di cosa hanno bisogno, per favore usate quella lista».
Rutte finge di non sapere che le armi europee donate a Kiev finanziano aziende e posti di lavoro in Europa, mentre spendere soldi europei per armi americane serve solo a sostenere l’industria di Trump e affossare la nostra. Rutte non ha resistito a lanciarsi anche lui nelle previsioni di guerra. «Vinceremo ogni battaglia con la Russia se ci attaccano ora, e dobbiamo assicurarci che tra due, quattro, sei anni la situazione sia ancora la stessa» ha detto sottolineando che «la NATO è sufficientemente forte da impedire alla Russia di tentare un attacco». Del resto, aggiunge Rutte, la Russia sta subendo «perdite folli in Ucraina, con circa 65.000 soldati persi negli ultimi due mesi».
Ma se davvero i russi subiscono perdite folli, hanno l’economia in ginocchio e oggi non vincerebbero neppure una singola battaglia contro la Nato perché dovremmo riarmarci in modo forsennato, indebitandoci ogni oltre limite e in condizioni economiche ed energetiche così penalizzanti per l’Europa?
Persino il presidente finlandese, Alexander Stubb, accortosi con un leggero ritardo che l’ingresso nella Nato gli impone di difendere 1.340 chilometri di confini con la Russia con un esercito di appena 17mila militari, a Monaco ha ammesso che «al momento non c'è' una minaccia diretta dalla Russia» pur prevedendo però che «quando la guerra in Ucraina sarà terminata, la minaccia non sarà finita perché la vocazione della Russia è nell'imperialismo e nell'espansione».

