• SOMA

Miniere in Turchia, una tragedia continua

La tragedia della miniera di Soma, in Turchia occidentale, ha provocato 301 vittime. Non si tratta del primo incidente di questo tipo: ci sono più morti nelle miniere turche che non in quelle di tutto il resto d'Europa.

Soma

In Turchia, a Soma, si allunga la lista delle vittime nell’esplosione della locale miniera, avvenuta il 13 maggio scorso. Secondo un bilancio provvisorio, i morti sono 301. A questa lista, già di per sé drammatica, iniziano ad aggiungersi le vittime della repressione delle proteste scoppiate dopo l’incidente. Il 16 maggio, a Smirne, la polizia ha usato le maniere forti per disperdere la folla, sparando prima gas lacrimogeni e poi proiettili di gomma. Un leader sindacale, Kani Beko, è finito in ospedale. Reazioni nervose anche da parte dello stesso premier Recep Tayyip Erdogan: contestato, ha insultato un manifestante con epiteti antisemiti. E poi ha lasciato che venisse picchiato dalle sue guardie del corpo, come ha documentato un video diffuso dal quotidiano turco Sozcu.

Nessuna sicurezza sul lavoro, una strage in una miniera, una reazione sproporzionata da parte delle autorità contro chi protesta. Più che la Turchia, Paese che aspira a entrare nell’Unione Europea, sembrerebbe il ritratto della Cina.

L’incidente della miniera di Soma, secondo l’ex presidente del sindacato di minatori Maden-is, Cetin Uygur, è, almeno per ora, «il più grave della storia del Paese» e poteva essere evitato. Ma si tratta solo di una punta dell’iceberg. Secondo una statistica dell'Ilo (Internationa Labour Office), nel 2013 vi sono stati incidenti che hanno coinvolto 13mila minatori. Nel settore minerario, 61 persone sono morte nel 2012. Fra il 2002 e il 2012 (da quando Erdogan è al governo) le vittime degli incidenti di lavoro nelle miniere turche sono almeno 1.000. In tutta la storia dell’industria mineraria moderna in Turchia, dal 1941, i morti sono 3.000. È il peggior record in termini di sicurezza delle proprie miniere in Europa ed il terzo peggiore del mondo.

Abbiamo già citato la Cina … ebbene, la Turchia, in proporzione al carbone prodotto e al numero di lavoratori impiegati, riesce a batterla nella tragica gara di minatori morti. Lo rivela un rapporto del 2010 della Tepav, la Fondazione Turca per la Ricerca nella Politica Economica. Benché, in termini assoluti, la Cina sia il Paese con il più alto numero di morti nelle sue miniere, le vittime per ogni milione di tonnellate di carbone estratto sono 7,22 in Turchia, contro le 1,27 in Cina. Si tratta, dunque, del Paese più pericoloso per chiunque lavori nelle miniere di carbone.

La fondazione Tepav denuncia alcuni abusi cronici nelle condizioni delle miniere: “Sistemi di areazione insufficienti, mancanza di vie di fuga, precauzioni del personale insufficienti, infrastrutture inefficienti, basso livello tecnologico” – si legge nel rapporto del 2010. A quattro anni di distanza, a quanto pare, non è cambiato nulla se non in peggio.

I sindacati che contestano Erdogan, organizzando manifestazioni di protesta e indicendo uno sciopero generale, puntano il dito contro la sua politica delle privatizzazioni. La stessa miniera esplosa il 13 maggio, dal 2005 non era più governativa, ma di proprietà della Soma Holding. Tuttavia, benché la contestazione contro il settore privato faccia molta presa sui lavoratori (e sull’opinione pubblica internazionale), l’elenco degli incidenti dimostra che, quando le miniere erano pubbliche, non fossero affatto più sicure: 7 marzo 1983, esplosione della miniera di Armutçuk, 103 morti; 10 aprile, miniera di Kozlu, 10 morti; 31 gennaio 1987, cave di Kozlu, 8 morti; 31 gennaio 1990, miniera di Amasra, 5 morti; 7 febbraio 1990, miniera di Amasya, 68 morti; 3 marzo 1992, miniera di Kozlu, 263 morti (l’incidente peggiore fino a questa settimana); 26 marzo 1995, miniera di Sorgun, 37 morti; 22 novembre 2003, miniera di Ermenek, 10 morti; 8 settembre 2004, incendio nella miniera di Kure, 19 morti.

La privatizzazione, dunque, non ha peggiorato la situazione. Le regole sul lavoro sono la causa di tanti decessi e continuano ad esserlo, anche quando la gestione è passata dalla mano pubblica a quella privata

Un parlamentare del Partito Repubblicano del Popolo, dell'opposizione ha accusato il governo di aver fermato due settimane fa in parlamento la proposta di far nascere una commissione per la sicurezza nelle miniere. Erdogan rifiuta le accuse e ha messo in guardia l'opposizione dall'usare l'incidente per guadagni politici. Scrollandosi di dosso ogni responsabilità diretta ha risposto che «Le esplosioni nelle miniere avvengono ovunque e in ogni tempo», citando una serie di incidenti storici dal 1862 ai giorni nostri.

Eppure, come abbiamo visto, nelle miniere turche si muore più che altrove, più che in Cina. Esattamente come in Cina, è una certa idea del lavoro e delle sue regole che genera queste tragedie. Sia la Cina che la Turchia hanno fame di crescita e sono disposte a chiudere più di un occhio sulla sicurezza dei lavoratori. Il capitale umano è un concetto cristiano e occidentale, reso popolare da economisti come Gary Becker (1930-2014), premio Nobel per l’Economia e molto ascoltato anche da San Giovanni Paolo II. Già stenta ad essere pienamente compreso in Occidente, tantomeno trova spazio altrove. Nelle economie asiatiche in rapido sviluppo (e in questo la Turchia è ancora una realtà prettamente asiatica) si considera meno la persona lavoratrice e il valore aggiunto che apporta all’azienda, rispetto alla quota di produzione che riesce a raggiungere. È questa concezione puramente collettivista del lavoro che porta alle peggiori forme di sfruttamento. E allontana ancor di più la Turchia dall’Europa.