• CHIESA E CORONAVIRUS

Messe, adesso sì: il clericalismo di Avvenire

Sentita l'omelia del Papa, anche il quotidiano dei vescovi italiani vira e spiega che la Messa è ben più di una "manifestazione pubblica", dopo settimane di «si può pregare anche a casa». Ma se si vuole davvero, non c'è bisogno di aspettare il 4 maggio ed eventuali concessioni del governo.

Messa di Pasqua in san Pietro

Evviva. Finalmente anche Avvenire ci fa sapere che la liturgia è «sorgente e vertice della vita cristiana»; e che quindi «le celebrazioni nelle chiese non sono semplici “manifestazioni pubbliche” che esprimono l’iniziativa di alcuni cittadini di aggregarsi in momenti e luoghi prestabiliti, secondo norme che garantiscono e regolano l’esercizio delle libertà costituzionali».

Guarda un po’, è quello che abbiamo sempre sostenuto fin dall’inizio di questa crisi sanitaria che è diventata subito anche crisi ecclesiale. E dopo settimane in cui – per aver sostenuto che le messe con popolo non andavano sospese - ci siamo sentiti dare degli irresponsabili e di colpevoli di tentata strage; dopo settimane di «si può pregare anche in casa», «la fede si dimostra non andando in chiesa» e «la libertà religiosa non è un valore assoluto», adesso anche l’organo ufficiale dei vescovi italiani conviene che andare a Messa in chiesa non è la stessa cosa che seguirla in tv o su facebook.

È il solito atteggiamento clericale: il giudizio non nasce da ciò che la Chiesa ha sempre confessato e vissuto, ma dalla sensibilità del “capo” del momento, sia esso il parroco, il vescovo o il Papa, a loro volta influenzati non si sa da chi. Così, un giorno si sostiene la necessità di chiudere le chiese, ma il giorno dopo basta l’omelia alla messa delle 7 del mattino del Papa per riaprirle (anche se a dare l’ok alla chiusura era stato lo stesso pontefice); per un mese e mezzo si va avanti a colpevolizzare i fedeli che chiedono di poter accedere liberamente alle chiese e di avere la possibilità di partecipare alla messa; poi una mattina il Papa ci “ripensa” (lo ha detto lui), dichiara che con le messe in tv e in streaming «non è Chiesa», e allora ecco che si cambia idea e anche il quotidiano della CEI si allinea.

Ci sembra però che ai vertici si sia ancora lontani da una certezza condivisa sul valore della Messa, e il contrordine sia più frutto di pressioni dalla base (e anche da una parte di preti e vescovi che mal hanno digerito le decisioni della CEI) e di considerazioni contingenti, su cui torneremo nei prossimi giorni.

Sappiamo comunque già la giustificazione: adesso sono cambiate le condizioni, si sta preparando la fase 2, dal 4 maggio ci sarà la riapertura di diverse attività, quindi si può ragionare anche per le messe.
Balle. Dal punto di vista delle possibilità di contagio oggi è peggio di fine febbraio. Quando l’8 marzo sono state sospese le messe in tutta Italia (ma in Lombardia e Veneto lo erano già da due settimane) risultavano ufficialmente positive, cioè contagiose, 6.387 persone in tutta Italia, di cui 3.372 in Lombardia e 1.097 in Emilia Romagna. Cioè si sono sospese le messe anche in dodici regioni, dove gli infetti andavano dalle 4 alle 53 unità. A ieri sera le persone attualmente positive risultano 107.771 (18 volte di più), di cui 34.195 in Lombardia. Quindi, ad ogni buon conto, ci sono oggi e ci saranno ancora il 4 maggio maggiori rischi di essere contagiati.

Si può dire che nel frattempo è migliorata la situazione negli ospedali, ma è di ben magra consolazione per chi eventualmente si beccasse il coronavirus in forma pesante.
Quindi se si va a Messa non dipende da quanto sia il rischio di contagio, ma dal valore che la Messa ha per sé e per la società, come abbiamo spiegato più volte.

E siccome non si sfida Dio si prendono tutte le precauzioni del caso. Ma ciò che si dovrà fare dal prossimo 4 maggio per consentire la partecipazione del popolo alla Messa, poteva e doveva essere fatto da subito. E anzi, come ha ricordato il giudice Alfredo Mantovano da queste colonne, non ci sarebbe neanche bisogno di aspettare maggio: perché il governo può dettare delle condizioni per l’accesso in chiesa, può ordinare le distanze da tenere tra persone, ma non può sindacare su cosa si faccia in chiesa. Se le dieci persone che entrano in chiesa e siedono distanziate anche 5-10 metri l’una dall’altra pregano individualmente o partecipano alla Santa Messa non è affare del governo italiano (né tanto meno della polizia) ma dei vescovi. Quindi è solo ai vescovi che spetta decidere sulle messe, senza andare – come purtroppo la CEI sta facendo in questi giorni - a pietire dal governo qualche concessione.

Abbiamo sentito in queste settimane dire che nelle chiese è impossibile garantire certe condizioni. Lo è solo se i parroci non vogliono. Certo, ci vuole impegno: bisogna organizzare un servizio d’ordine, ma di volontari nelle parrocchie non mancano certo; e ci vuole anche un minimo investimento, se non altro per sanificare gli ambienti. È una cosa agevole per molte parrocchie, più difficoltosa per altre, ma non impossibile. Dipende tutto dal valore che si dà alla liturgia.