• CRISI DA CORONAVIRUS

Mascherine: rileggere Manzoni, per capire gli errori di Arcuri

Sulla vicenda delle mascherine introvabili aveva già capito e scritto tutto Alessandro Manzoni, quasi due secoli fa, nei Promessi Sposi. Anche chi è a digiuno di economia, la “scienza triste” che pochi studiano, ha sicuramente letto il più celebre romanzo della letteratura italiana, obbligatorio in tutte le superiori. Il commissario Arcuri lo ricorda?

Domenico Arcuri (senza mascherina)

Sulla vicenda delle mascherine introvabili aveva già capito e scritto tutto Alessandro Manzoni, quasi due secoli fa, nei Promessi Sposi. Anche chi è a digiuno di economia, la “scienza triste” che pochi studiano, ha sicuramente letto il più celebre romanzo della letteratura italiana, obbligatorio in tutte le superiori.

Manzoni aveva descritto una dinamica analoga nel XII Capitolo, parlando delle cause della penuria del pane. Una recente carestia, le tasse e la guerra (una causa naturale e due umane) avevano ridotto la disponibilità del pane, bene alimentare primario per eccellenza. La conseguenza naturale fu il rincaro del suo prezzo. Fra il popolo iniziarono a serpeggiare teorie cospirative, che incolpavano anonimi accaparratori, l’avidità dei panettieri, o imputavano la penuria a segrete vendite all’estero. Antonio Ferrer, che faceva le veci del governatore spagnolo di Milano (siamo nel 1628), accontentò la massa imponendo un calmiere, un tetto massimo al prezzo. Il risultato: corsa a comprare il pane, che ben presto scomparve dai forni. Spinto dalle proteste dei fornai, che stavano finendo in disgrazia, il governatore di Milano, don Gonzalo Fernandez de Cordoba, nominò una commissione di magistrati per fissare un giusto prezzo. E questi ultimi non poterono far altro che ripristinare il prezzo di mercato, molto più alto di quello calmierato. Il rincaro improvviso fece scatenare ancor di più la furia popolare, culminata con l’assalto ai forni, di cui è testimone anche il protagonista Renzo.

Nel 2020, quasi quattro secoli dopo la vicenda descritta dal Manzoni, le mascherine sono un bene primario nei mesi dell’epidemia di coronavirus. La loro penuria ha varie cause. Prima di tutto perché il governo italiano (nonostante l’emergenza proclamata il 31 gennaio) fino al 19 febbraio non aveva accumulato sufficienti scorte. Una volta scoppiata l’epidemia nel nostro Paese, il 20 febbraio si è immediatamente registrato un rincaro delle mascherine e una loro notevole penuria in tutte le farmacie. Anche in questo caso sono circolate varie teorie del complotto, che puntavano il dito contro gli accaparratori e soprattutto contro vendite massicce all’estero. Molti Paesi d’esportazione, anch’essi in vista della pandemia, hanno fermato le esportazioni, anche requisendo carichi già destinati all’Italia (la Turchia, tanto per fare un esempio). A quel punto ci si è messo lo Stato italiano a peggiorare la situazione ulteriormente, con una forte regolamentazione che ha reso impossibile l’esportazione, ma molto difficile anche l’importazione delle mascherine. Impossibili anche le vendite da privato a privato: vengono requisite alla dogana col risultato che altri esportatori hanno preferito cessare le vendite all’Italia. Gli imprenditori che provano ad importare, sono sommersi di burocrazia e talvolta si arrendono. Difficile anche la fabbricazione interna, perché si sono fatte attendere, per almeno un mese e mezzo, le autorizzazioni alle aziende che avrebbero potuto riconvertire la loro produzione per sfornare mascherine a milioni.

Arrivati alla Fase 2, all’uscita graduale dalle case con obblighi regionali di indossare la mascherina, l’Antonio Ferrer di turno, che oggi porta il nome del commissario Domenico Arcuri (laurea in Economia alla Luiss e Amministratore delegato di Invitalia) ha pensato bene di imporre il prezzo calmierato a 0,50 euro a mascherina. Oggi le mascherine chirurgiche (non quelle più sofisticate, dunque) vengono acquistate all’ingrosso a un prezzo quasi doppio, da 0,80 a 0,90 euro l’una. I venditori al dettaglio possono vendere in perdita? Ovviamente no. La catena di supermercati Crai è stata la prima ad annunciare pubblicamente che non avrebbe più venduto mascherine. Sono seguite penurie in varie farmacie, la catena si è semplicemente interrotta.

Arcuri avrà probabilmente preso esempio da Taiwan: il Paese asiatico ha infatti imposto un calmiere sui prezzi delle mascherine e sono previste pene severe per chi non lo rispetta. Ma a Taiwan non c’è penuria: l’industria nazionale produce 15 milioni di pezzi al giorno, per una popolazione di 23 milioni di abitanti. Attualmente, in Italia, quante se ne producono? Arcuri contava di averne a disposizione 12 milioni (su 60 milioni di abitanti) per il 4 maggio, ma a quanto pare non c’erano: erano ancora tutte da certificare all’Istituto Superiore della Sanità. Sempre Arcuri aveva previsto l’inizio di una produzione di massa delle mascherine in 51 impianti statali, più i privati autorizzati. Di quegli impianti, uno solo ha iniziato la produzione, il 12 maggio. Quando entreranno a regime, questi 51 impianti sforneranno 35 milioni di mascherine al giorno, ma non prima della fine di agosto.

Nel frattempo Arcuri accusa tutti: i distributori, i farmacisti adesso anche il governo stesso che lo avrebbe “lasciato solo” (come don Gonzalo che pensava alla guerra e non al pane). Ma non ha mai pensato che fosse il calmiere su un bene tanto richiesto, quanto scarso, ad aver innescato la crisi. Ora in base all’ultimo accordo il prezzo calmierato è stato leggermente rialzato a 0,61 euro e dopo lunghe trattative le mascherine potranno essere vendute anche dai tabaccai. Basterà? Probabilmente no. Quindi si arriverà a un rincaro e all’assalto ai forni, cioè farmacie e tabaccai? “Pedro, adelante con juicio”.