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FOCUS

Marocco, il primo frutto della "primavera" araba

Il 1° luglio il 98,4% dei marocchini
ha accolto la nuova Costituzione. Finalmente un segnale di svolta concreta dallo scenario maghrebino.

Attualità 05_07_2011
Marocco

 

Il 1° luglio il Marocco è andato alle urne per decidere se approvare o respingere la nuova carta costituzionale. Il 98,4% dei votanti ha espresso parere favorevole. Quel che più conta è che al referendum hanno partecipato tre marocchini su quattro: un’affluenza straordinaria se si considera che alle legislative del 2007 aveva votato soltanto il 37% degli aventi diritto.

Uno dei cardini della costituzione, messa a punto nelle scorse settimane da una commissione nominata dal re, è dato dal rafforzamento dei poteri del parlamento e soprattutto del primo ministro che d’ora in poi non sarà più nominato dal re, a sua discrezione, ma sarà espressione del partito di maggioranza. Il premier avrà facoltà di partecipare alle riunioni parlamentari anche in assenza del sovrano, di sciogliere il parlamento, di nominare funzionari e amministratori finora scelti dal re. In altre parole, il Marocco è diventato una monarchia costituzionale.

Se poi tutti gli elettori hanno davvero capito la portata storica della loro decisione, allora si può dire che quello conseguito dal Marocco è il risultato più convincente e positivo finora raggiunto dalla cosiddetta “primavera araba”. In Tunisia ed Egitto sono caduti dei regimi decennali, ma vi è il rischio che si tratti di un mero avvicendamento ai vertici, senza cambiamenti strutturali, o addirittura, in Egitto, che il processo si concluda con il rafforzamento delle componenti politiche e sociali autoritarie e integraliste. L’Arabia Saudita ha risposto allo scontento popolare con il denaro: a marzo con 18 decreti reali il governo ha concesso il pagamento di due mensilità una tantum ai dipendenti pubblici, civili e militari, e di due mensilità supplementari agli studenti vincitori di borse di studio; ha portato i salari minimi a 3.000 rial, ha stanziato fondi per la costruzione di 500 mila abitazioni, deciso facilitazioni per la concessione di mutui, maggiori fondi alla sanità, incentivi e 60 mila nuovi posti di lavoro nell’esercito e nelle forze di sicurezza. Ma la richiesta transizione verso una democrazia costituzionale è stata ignorata. Il sultano dell’Oman, Qaboos bin Said, al potere da 40 anni, ha fatto altrettanto, promettendo 50.000 nuovi posti di lavoro nel settore pubblico e un sussidio mensile di circa 400 dollari per i disoccupati. In Yemen ancora si combatte e regna il caos. In Bahrein re Hamad bin Isa al Khalifa sta trattando con la componente sciita e processando i dissidenti. In Siria, in rivolta da 14 settimane, la sistematica repressione del regime guidato da Bashar al Assad miete ogni settimana decine di vittime.

Invece in Marocco le proteste popolari hanno accelerato il processo avviato da re Mohamed VI negli ultimi 10 anni durante i quali già sono stati compiuti importanti passi avanti nella promozione dei diritti umani. Una pietra miliare è stata la riforma del diritto di famiglia, varata nel 2004. Poi, nel 2007, a conferma della strada intrapresa dal regno retto da una dinastia la cui origine è fatta risalire al Profeta Maometto, è stata lanciata una campagna nazionale di “Lotta contro il lavoro domestico delle bambine” rivolta contro i fattori culturali e politici che legittimano le discriminazioni sessuali. Nello stesso anno il governo si è impegnato a indennizzare, entro i successivi dieci anni e per un importo pari a 140 milioni di euro, le vittime degli abusi e delle violenze commessi tra il 1960 e il 1999, durante il regno del defunto re Hassan II. A beneficiarne dovrebbero essere circa 25.000 persone. Il decreto governativo seguiva di un anno la cerimonia con la quale re Mohammed VI ha chiesto ufficialmente scusa per i 40 anni di violazioni dei diritti umani inflitti dopo l’indipendenza al popolo marocchino e che adesso sono documentati in un dossier redatto dalla Commissione per la riconciliazione e la verità istituita nel 2003.

Sempre nel 2007, il governo ha inaugurato un piano quinquennale sostenuto da 12 ministeri e agenzie statali denominato “Piattaforma per l’azione civica per la promozione di una cultura dei diritti umani”.
Poi, nel 2009 vi è stata la sottoscrizione della Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne.
In realtà la spinta modernizzante dell’islam marocchino ha origini antiche. Nel lontano 1947 il nonno dell’attuale sovrano, Mohammed V, compì un gesto dal valore simbolico straordinario. Affidò infatti alla figlia Aicha niente meno che l’incarico di pronunciare in sua vece un discorso ufficiale dai contenuti politici: la giovane prese la parola in pubblico, a Tangeri, senza velo.

Il giorno dopo migliaia di donne puntarono i piedi e ottennero dai mariti l’autorizzazione a mandare a scuola anche le femmine e questo cambiò la vita di decine di migliaia di bambine. Una di esse era la nota sociologa Fatima Mernissi. Ecco come ricorda quell’evento: «con il levarsi della fragile e dolce voce di quella fanciulla, nel limpido cielo di Tangeri degli anni Quaranta, il Marocco dei nostri avi, della genealogia rigorosamente maschile e dalla discendenza strettamente patrilineare, scompariva per sempre».