• CRISI DI MAGGIORANZA

Mario Draghi tiene in pugno i partiti con l'arma del Pnrr

Draghi perde la pazienza per le continue ambiguità, liti e scissioni fra i partiti che compongono la sua maggioranza di governo. Così il 31 maggio verrà posta la fiducia in aula sul Ddl Concorrenza. Se dovesse mancare, il governo andrà a casa e si tornerà alle urne. Il governo serve a ottenere il Pnrr, senza quello non ha senso.

Mario Draghi

L’ultimatum lanciato da Draghi ai partiti sul ddl concorrenza non dev’essere letto come un episodio isolato. Il fuoco cova sotto la cenere. Per la prima volta ieri sui quotidiani, in prima pagina, si ventilava l’ipotesi di dimissioni del premier. E ovviamente non dipende solo delle tensioni per il braccio di ferro tra i partiti su temi elettorali molto sentiti, come le concessioni per le spiagge. C’è molto molto di più.

I partiti vanno incontro alle elezioni amministrative, ma già pensano alle politiche, che al più tardi saranno fra 10 mesi. Gestirle con un premier considerato ingombrante per il suo decisionismo e la sua scarsa propensione ad ascoltare i partiti potrebbe risultare un problema. Ecco perché questi ultimi alzano la voce e provano a rosicchiargli fette di potere, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei soldi del Pnrr. Lui in qualche modo “ricatta” le forze politiche imponendo tappe forzate ai ministri e ai parlamentari, al fine di arrivare rapidamente all’approvazione di leggi fondamentali per il “via libera” al Pnrr.

D’altronde, il governo è ufficialmente nato nel febbraio 2021 per far uscire il Paese dalla pandemia e per rilanciare l’economia attuando il Pnrr. Quindi se salta il Pnrr salta il governo. Questo è il ragionamento che si fa a Palazzo Chigi e che motiva la convocazione d’urgenza, due giorni fa, del consiglio dei ministri che ha sbloccato l’impasse sul ddl concorrenza. Il provvedimento era fermo da mesi in Commissione industria del Senato, proprio per le dispute sulle concessioni balneari e su altri temi cosiddetti sensibili per gli elettorati delle forze politiche che sostengono l’esecutivo.

Filtra irritazione da Bruxelles per la melina che alcuni partiti come la Lega starebbero facendo per dare un colpo al cerchio e l’altro alla botte, una mano ai filogovernativi e un’altra agli antigovernativi. Ma non è solo il Carroccio a vivere profondi travagli interni. I Cinque Stelle sono sull’orlo della scissione perché Giuseppe Conte è sempre più in difficoltà e dimostra ogni giorno di più di non avere in mano il Movimento, sempre più diviso in bande agguerrite e in competizione. I posti da senatore e da deputato al prossimo giro saranno molti di meno e l’80% dei parlamentari grillini rischia di non essere ricandidato o rieletto. Ecco perché molti di loro tentano il tutto per tutto e starebbero per fare il classico salto della quaglia verso altri partiti.

Draghi mostra crescente insofferenza verso queste diatribe interne ai partiti e ha fissato una data: il 31 maggio verrà posta la fiducia in aula sul ddl concorrenza. Se dovesse mancare la fiducia, il governo andrà a casa e si tornerà alle urne. Impensabile immaginare che un altro possa riuscire in questa legislatura a tenere insieme forze politiche così diverse tra loro e sempre più rissose, anche a causa dell’approssimarsi del voto.

Se lo stallo dovesse prolungarsi, la Commissione europea potrebbe vedersi costretta a non erogare a Roma la rata di dicembre del Pnrr, con inevitabili ripercussioni sui tempi di realizzazione dei progetti già messi in cantiere. Le riforme dalle quali dipende l’erogazione delle somme riguardano settori strategici come la formazione e le scuole, la parità di genere, gli incentivi alle imprese e, appunto, la nuova legge sulla concorrenza, che agisce sulle incrostazioni burocratiche e libera energie che l’economia italiana dovrebbe utilizzare per rilanciarsi.

Ma quanto può durare questo tira e molla tra Draghi e i partiti? Ora come ora si tratta di un cane che si morde la coda. Draghi vuole imporre una tempistica stretta ai partiti per azzerare la dialettica politica e ottenere le risorse del Pnrr per poi gestirle da Palazzo Chigi. I partiti da una parte ambiscono al bottino del Pnrr e cercano di strappare margini di manovra al premier su quelle somme, dall’altra non vogliono cedere alle pressioni di Palazzo Chigi perché temono che gli elettori li puniscano nelle urne. La prospettiva più concreta è un clima da “separati in casa”. Ogni partito che sostiene il governo cercherà di portare acqua al proprio mulino, le coalizioni andranno definitivamente in frantumi e a fare le spese di questa incertezza politica saranno come al solito le imprese, le famiglie, le persone.

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