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FISCO

Marcia indietro sul "redditometro", ma resta la figuraccia del governo

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Giorgia Meloni, dopo aver annunciato l'introduzione del "redditometro", strumento di vero spionaggio fiscale voluto dal viceministro dell'Economia Maurizio Leo, ha fatto marcia indietro.

Politica 23_05_2024
Maurizio Leo, promotore principale del redditometro (Imago Economica)

Forse qualche consulente avveduto le avrà suggerito di lasciar perdere e lei l’ha ascoltato. Giorgia Meloni, dopo essersi convertita al “Grande Fratello” fiscale, peraltro in piena contraddizione con quanto aveva detto per anni, ha fatto marcia indietro. Ieri sera, con un video sui social, ha annunciato di aver sospeso il decreto ministeriale predisposto dal viceministro Maurizio Leo e di essere arrivata alla conclusione che “è meglio sospendere quel provvedimento in attesa di ulteriori approfondimenti”.

Una figuraccia colossale, una mossa da dilettanti che certamente non gioverà in termini elettorali, visto che siamo a 16 giorni dal voto per le europee e le amministrative. L’elettorato di centrodestra è palesemente disorientato, non solo per le inspiegabili piroette del premier, ma anche per le profonde divisioni tra i partiti che compongono la maggioranza. Ieri sera la Meloni, per giustificare la marcia indietro, ha dichiarato: «Il nostro obiettivo è e rimane quello di contrastare la grande evasione e il fenomeno inaccettabile, ad esempio, di chi si finge nullatenente ma gira con il Suv o va in vacanza con lo yacth, senza però per questo vessare con norme invasive le persone comuni».

Ma fino a ieri pomeriggio circolavano in modo virale in Rete i video di Giorgia Meloni che, soltanto qualche anno fa, tuonava contro le sinistre e il “regime poliziesco” che volevano introdurre sul piano fiscale, attraverso il redditometro, sistema di verifica delle spese degli italiani, al fine di determinare la loro capacità contributiva e le eventuali sacche di evasione.

Il premier fino a ieri mattina si era dimostrata favorevole al redditometro, anche se, di fronte alle rimostranze degli alleati, aveva provato a fare marcia indietro e a dirsi disponibile a eventuali modifiche.

Il redditometro è uno strumento di accertamento sintetico del reddito, che consente al fisco italiano una determinazione indiretta del reddito complessivo del contribuente, basata sulla capacità di spesa del medesimo. Introdotto nel 2010 dal governo Berlusconi, poi rivisto da quello Renzi nel 2015, il redditometro è in realtà espressamente previsto dal decreto Dignità del 2018 (varato dall’esecutivo gialloverde). Si tratta di uno strumento per confrontare le entrate dei cittadini con le loro capacità di spesa e verificare l’effettiva corrispondenza dei due parametri. Se tale corrispondenza viene meno, scatta l’allarme del fisco. In altre parole, l’alert si materializza se il reddito stimato accertato superi almeno del 20% quello dichiarato.

Si tratta, quindi, di uno strumento assai invasivo, che parte da una presunzione di colpevolezza del cittadino, considerato a priori un potenziale evasore. Il cittadino non è libero di spendere ciò che vuole o di attingere a risparmi o a regali da parte di persone care perché se spende troppo di più di quello che guadagna gli arriva l’accertamento. Una sorta di “Grande Fratello” che pedina il consumatore, non si fida, dubita della sua onestà e pretende di sindacare la sua capacità di organizzazione delle risorse finanziarie.

Stupisce che Fratelli d’Italia e in particolare la Meloni abbiano acconsentito fino alla marcia indietro di ieri sera all’introduzione di tale meccanismo, che faceva parte di un decreto all’ordine del giorno della riunione del consiglio dei ministri di dopodomani preparato, come detto, dal viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, esponente di Fratelli d’Italia. Non a caso gli alleati come Lega e Forza Italia, ma anche i centristi di Lupi, erano contrarissimi. Anzitutto avevano contestato il metodo, visto che il decreto era datato 7 maggio ed era stato introdotto senza un confronto all’interno della coalizione. Ovviamente le riserve più forti erano soprattutto nel merito del provvedimento. «La Lega è sempre stata contraria al redditometro – avevano fatto sapere fonti di via Bellerio –. Controllare la spesa degli italiani in modalità “Grande fratello” non è sicuramente il metodo migliore per combattere l'evasione. Auspichiamo che la proposta del viceministro Leo non sia orientata in questa direzione».

Anche il portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi, aveva ricordato che «il partito ritiene da sempre superata la logica del redditometro e propone il modello già in essere del concordato preventivo biennale in cui si passa da un approccio di tipo “inquisitorio” sul contribuente ad uno “collaborativo”».

Evidentemente Fratelli d’Italia puntava a distinguersi il più possibile dagli altri partiti di centrodestra perché si avvicinano le europee e il sistema elettorale proporzionale spinge tutte le forze politiche ad accentuare le differenze e a dare spazio ai temi identitari. Certo è, però, che questo non è affatto un tema identitario per i meloniani, anzi suscita più di un mugugno nella base, da sempre contraria all’”inquisizione tributaria” e attenta a tutte quelle iniziative che consentono di qualificare il fisco come un alleato, un amico dei contribuenti, anziché guardare questi ultimi con sospetto. Diciamo che con questo decreto Fratelli d’Italia, al di là dell’opportunistico dietrofront di ieri sera, getta un po la maschera e svela il suo volto intimamente statalista, cioè favorevole a uno Stato interventista che controlla e comprime le libertà individuali, mettendo seriamente a rischio la privacy delle persone.

Peraltro ci sono dei precedenti che fanno riflettere sulla mancanza di coesione nella maggioranza, in particolare uno. Nell’ottobre scorso, durante la travagliata discussione sulla legge di bilancio, erano circolate bozze che includevano anche una sorta di prelievo forzoso, cioè che riconoscevano all’Agenzia delle Entrate la facoltà di pignorare automaticamente una parte dei conti correnti dei contribuenti che avevano un debito di almeno 1.000 euro con lo Stato. Alla fine fu il premier con un post su Facebook a escludere quell’ipotesi, anche per spegnere le relative polemiche.

Si tratta di scivoloni che non aiutano di certo la maggioranza a consolidarsi e che anzi alimentano l’idea di un esecutivo, in particolare di un premier, sempre pronto a cambiare idea su temi decisivi per il rapporto tra Stato e cittadini.