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Mapuches, quante simpatie per un falso indipendentismo

Un incendio di un club sportivo nella provincia di Rio Negro in Argentina è solo l'ultimo episodio, ma nel carnet dei mapuches si trovano anche attacchi alle chiese. Il tutto nel nome di un indipendentismo che non ha ragioni storiche e che ha nella Resistencia Ancestral Mapuche il suo braccio armato. Viaggio alla scoperta di un fenomeno che parte da lontano e che si nutre di simpatie ad alti livelli, Governo nazionale e qualche vescovo compresi. 

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La storia del cosiddetto Conflitto Mapuche in Argentina viene da lontano. Lo stesso può dirsi per quanto riguarda il Cile. L’ultimo episodio sul territorio nazionale argentino è l’incendio del Club Andino Pitiriquitròn, nella città di El Bolsòn, Provincia di Rio Negro.

Per comprendere questo ultimo di una serie interminabile di delitti impuniti nel corso degli anni, bisogna focalizzarsi su un piano generale e menzionare i diversi protagonisti della vicenda e poi, in primo piano, analizzare le azioni di ognuno di essi.

Rispetto a un piano generale, in primo luogo, bisogna menzionare il popolo argentino – discendenti dei mapuches inclusi, dato che sono argentini -. In secondo luogo, la Resistencia Ancestral Mapuche (RAM), i cui membri sono abituali delinquenti o ancora peggio terroristi, che attaccano impunemente persone e beni del popolo argentino. In terzo luogo, i rispettivi governi, quello nazionale argentino e quello provinciale e municipale. In quarto luogo i cosiddetti “organismi per i diritti umani”, il più conosciuto dei quali è quello delle Abuelas de Plaza de Mayo. In quinto luogo i membri dell’episcopato e del clero argentino, maggiormente coinvolti nel "conflitto mapuche".

Cominciamo dal popolo argentino. Riassumendo, gli argentini nativi e quelli che vogliono abitare nel suolo nazionale, godono di determinati diritti sanciti dalla Costituzione Nazionale Argentina che si relazionano, strettamente col compimento dei doveri corrispondenti. Conviene rimarcare che i discendenti del cosiddetto “popolo mapuche” nati sul suolo nazionale sono argentini. Questo punto è importante da mettere in chiaro, dato che - è il risultato di una fissazione ideologica - alcuni sostengono gratuitamente che tra la “nazione mapuche” e lo Stato argentino esista un conflitto.

In secondo luogo, la Resistencia Ancestral Mapuche (RAM). Le versioni sull’esistenza di questo gruppo terroristico sono contrastanti. In ogni caso, si può affermare che l'organizzazione abbia collegamenti con «alcune organizzazioni terroristiche di diversa provenienza, in special modo la guerriglia internazionalista Kurda, per quanto lontana possa apparire. I collegamenti locali rispondono al cittadino turco Abdullah Ocalan, condannato all’ergastolo in Turchia per attività terroristica e separatismo della regione del Kurdistan. I vincoli arrivano a organizzazioni della sinistra in Argentina come, ad esempio, Quebracho o la Tendencia Piquetera Revolucionaria (TPR), che, tra le altre, gode dell’appoggio finanziario palestinese».

Qui viene a proposito la storia delittuosa di Facundo Jones Huala, il fondatore e leader della RAM. Questo falso mapuche «ha ricevuto nel 2018 la pena di 9 anni di prigione per attentato contro una proprietà e possesso di armi da fuoco artigianali». In Cile, è stato «estradato dall'Argentina nel dicembre 2017 su ordine del giudice federale Gustavo Villanueva».

In terzo luogo, i tre livelli del governo in Argentina: quello nazionale e quelli provinciali e municipali. Lo scorso 5 ottobre, Rafael Bielsa, attuale ambasciatore argentino in Cile, si è presentato «all'udienza giudiziale del Cile dove si valutava una richiesta di libertà condizionale per il leader della RAM». Bielsa ha detto che si era presentato per dare sostegno giuridico a Jones Huala perché così prevede la normativa internazionale per la convenzione di Vienna sulle relazioni consolari».

L'intervento dell'ambasciatore Bielsa ha generato un incidente diplomatico. A seguito dell'incendio del club, il governatore di Rio Negro ha sollecitato l'aiuto del governo nazionale per garantire la sicurezza.

In quarto luogo, gli organismi dei diritti umani. Tra questi, recentemente si sottolineano le nonne di Plaza de Mayo la cui presidente e la signora Estela de Carlotto ha segnalato che i mapuches devono essere lasciati vivere dove sono nati e ha aggiunto: «Se c'è da aiutarli, contate su di noi».

In quinto luogo i membri dell’episcopato e del clero argentino maggiormente coinvolti nel conflitto. Qui primeggia la figura di monsignor Juan Josè Chaparro, attuale arcivescovo di Bariloche (Rio Negro). Sotto la sua giurisdizione si trova El Bolsòn. Come sottolinea Carlos Manfroni in un articolo pubblicato su La Nacion: nonostante i fatti vandalici contro le chiese e le proprietà delle istituzioni cattoliche così come quello del l'irruzione di un gruppo mapuche durante una messa nella cattedrale di San Carlos de Bariloche «il vescovo di questa diocesi ha interceduto in più di un'occasione a favore dei gruppi violenti con richieste di auspici e dialogo che questi hanno utilizzato soltanto per guadagnare tempo».

A partire da questo schematico panorama si possono evidenziare tre punti. In primo luogo, l'esistenza di un interesse economico dietro la richiesta della Patagonia Argentina. In secondo luogo, il comportamento remissivo delle autorità nazionali rispetto al conflitto mapuche. In terzo luogo, la ricezione acritica della menzogna del carattere originario dei mapuches, in ragione del quale si ostinano a reclamare terre che in realtà sono parte del territorio nazionale argentino. Per ultimo circa le inesattezze storiche e una teologia debole di documenti magisteriali ci si abitua a costruire una pastorale indigena che in pratica semina una divisione tra gli argentini e gli stessi fedeli cristiani.

 

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