• LA MORTE DEL CANTAUTORE

Maestro o cercatore? Non fate di Battiato un santino

La morte di Battiato, cantautore intelligente dalla poetica indefinita e contraddittoria, ma per tutti un maestro. Di che cosa? Nei suoi testi una ricerca senza domande, ma molte impressioni, eppure padre Spadaro lo iscrive già nel pantheon dei cristiani inconsapevoli. In realtà fu relativista, sufi, esoterico, radicale, new age e anarchico. Meglio liberarlo dai sofismi intellettualoidi e ricordarlo per le immagini vibranti dei suoi versi senza farne per forza un santino della Sinistra e della nuova religione universale. 

Se ne è andato portandosi per sempre nella tomba il segreto su quali fossero “i desideri mitici delle prostitute libiche”. Non sapremo mai nemmeno che cosa diavolo sia stato “il senso del possesso che fu prealessandrino”. Perché la poetica di Franco Battiato, morto ieri a 76 anni, era indefinita e senza baricentro. Però, si dice oggi, è stato un maestro. Di che cosa non si sa. Di ricerca, abbozzano i colleghi cantanti e i politici golosi di dichiarite. Ricerca di un senso o di un’essenza. Ricerca di qualcosa. È un po’ ridicola questa incensazione sacrale, questo trattamento speciale da guru per un uomo che, cantando sicuramente cose belle e meno belle, come tutti, ha consegnato di sé un’aura sacrale e mistica. Un po’ ci faceva Battiato e ci stava in questa posa da santone, da filosofo pop, da colto tra i più colti, di citazioni ermetiche e oscuri rimandi.

E solo i comici potevano metterlo a nudo in questa allure da savio orientale: Fiorello che lo manda a prendere il ddt yemenita e la Cortellesi che gli ricorda che lui scrive un po’ difficile sono la bocca della verità e lui, che sicuramente intelligente lo era, sapeva riderci perché in fondo qualcuno lo aveva sgamato. Del resto, solo un genio poteva dire di alcune sue canzoni che il loro significato erano una «cazzata» mentre la critica le celebrava pomposamente. 

In realtà non si sa di preciso di che cosa sia stato maestro Battiato, dato che per tutta la sua carriera ha cantato le cose più svariate senza un filo logico. Forse l’unica sua coerenza è stato l’essere sempre enigmatico alla ricerca di un centro di gravità permanente, che non ha mai trovato incontrando di fronte a sé soltanto impressioni. Era lui stesso a chiederselo in Mesopotamia: “Che cosa resterà di me, del transito terrestre di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?”.

Ma la ricerca di Battiato, che pure è stata profonda musicalmente nei meandri di tutte le sperimentazioni fino a toccare anche la tanto odiata new wave italiana (Centro di gravità permanente è in realtà un canto ironico su sé stessi e sulle proprie contraddizioni), mancava di un interrogativo. Il cantautore catanese infatti ricercava, ma dai suoi testi spesso risulta una ricerca fine a sé stessa, privata di una domanda, dove la citazione d’effetto, fosse sanscrita o greca o l’evocazione il più orientale possibile sembravano contribuire al nascondersi dell’impossibilità dell’interrogativo. Bello, per chi poteva permetterselo, sentirlo duettare con Antonella Ruggero in greco antico un epigramma di Callimaco (Di Passaggio). Bello, ma in fondo troppo elitario, tanto da risultare evanescente.  

Un cercatore che raramente si interroga, allora, assume l’aspetto dell’esploratore errante, che si porta molte contraddizioni, troppe per poter essere definito maestro. E Battiato, contraddittorio lo è stato, atarassico come un neo-epicureo della piana di Catania, però che tremava sentendosi nella notte oscura di San Giovanni della Croce. Entusiasta per «quello che sta facendo Papa Francesco in Vaticano», ma ardimentoso fino a rimproverargli il suo essere troppo poco spirituale. Fustigatore dell’“impero della musica carico di menzogne con i direttori artistici e gli addetti alla cultura da mandare in pensione” (Up patriots to arms) e successivamente assessore regionale ai Beni culturali nella sua Sicilia.  

Per questo è stucchevole cercare di affibbiargli a tutti i costi un’etichetta nel pantheon dei guru di spiritualità, dei maestri tascabili della contemporaneità.

Ci ha provato anche il solito Padre Antonio Spadaro con la fretta di incasellarlo a tutti i costi tra coloro che anche se non credenti avevano una religiosità. E ha fatto il solito buco nell’acqua: «Mai confessionale», si è raccomandato il direttore della Civiltà Cattolica citando la sua «mistica cristiana, sufi, meditazione orientale» che hanno «segnato un percorso spirituale che diventava sperimentazione in musica».

In realtà, con punti cardinali così ampi ce n’è abbastanza per farne un relativista tra i più accaniti. E in fondo, se dobbiamo ostinatamente fare il gioco di trovare una classificazione religiosa in Battiato, il metodo di Spadaro ci deve giocoforza portare alla gnosi, eresia in cui il “maestro” aveva ben piantati i piedi e soprattutto l’esoterismo di George Ivanovitch Gurdjieff che seguiva e citava oltre la new age con passaggi concreti e tracciabili nella dottrina della reincarnazione fino al neo paganesimo naturalista ma estremamente critico del darwinismo.

Meglio non addentrarsi in un labirinto di «impressioni», come le chiamava lui, per poter portare a casa un santino e dimostrare così di essere riusciti ad aver strappato l’ennesimo irregolare alla causa dei cristiani inconsapevoli secondo un meccanismo clericale. Cosa che non era, non voleva essere e mai sarà perché era semplicemente un radicale anarchico e anticomunista della Magna Grecia.  

Meglio non avere pretese sull’uomo, men che meno sul ricercatore a tentoni come fosse un aedo della nuova religione universale che tutto contiene e neppure elevarlo a punto di riferimento di una Sinistra relativista incapace di trovare nei suoi testi il rassicurante messaggio di una poetica da consegnare ai posteri ora che è stato scelto Fedez come detentore del messaggio e del mezzo.

Meglio ricordarlo per quelle immagini pennellate che proiettano dentro una storia o un dramma senza troppe elucubrazioni mentali. Vivide e vibranti impressioni di una finestra che si apre e dalla quale risuona una melodia onirica e crepuscolare. “E di colpo venne il mese di febbraio” (Alexanderplatz) evoca il freddo glaciale di un regime al tramonto; “e gira tutto intorno alla stanza mentre si danza” (Voglio vederti danzare) ci comunica l'esplosione infantile di gioia che diventa pace con il 3/4 del valzer finale; “Emanciparmi dall’incubo delle passioni” (E ti vengo a cercare) ci riporta al tragico limite di ogni creatura terrestre; “la tua voce come il coro delle sirene di Ulisse m'incatena” (Sentimiento nuevo) ci introduce nella lacerazione dell'amore umano; “da una casa lontana tua madre mi vede, si ricorda di me” (I treni di Tozeur) è il richiamo della nostalgia. E così molte altre impressioni di cui i suoi testi brulicano con una freschezza che attraversa le generazioni. Almeno adesso, liberiamo Battiato e le sue canzoni dai sofismi intellettualoidi di cui è stato prigioniero.

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