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Madagascar, ecco l'inferno in cui è morto Gianfalla

Il 3 ottobre scorso, due europei, il francese Sebastien Judalet e l'italiano Roberto Gianfalla, sono stati assassinati da una folla inferocita, accusati di aver ucciso un bambino, senza alcuna prova. I due europei sono capri espiatori per un popolo esasperato per una serie di motivi...

Roberto Gianfalla

Potrebbe essere annegato accidentalmente il bambino la cui morte il 3 ottobre scorso ha scatenato la furia omicida di centinaia di persone in Madagascar. Convinti che il piccolo fosse stato ucciso da ladri di organi o da pedofili, gli abitanti dell’isola turistica di Nosy Be hanno catturato, linciato e bruciato vivi, ritenendoli responsabili, un cittadino francese, Sebastien Judalet, padre di una bimba di 11 anni, e Roberto Gianfalla, un italiano con doppia nazionalità, italiana e francese. Sembrava che entrambi avessero confessato l’atto criminale, ma adesso un video testimonia che Sebastien Judalet fino all’ultimo ha disperatamente proclamato la propria innocenza. La polizia malgascia inoltre, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico Daily Mail, sostiene che non esistono prove del coinvolgimento dei due europei nella morte del bambino e, quanto alle mutilazioni effettivamente rinvenute sul suo corpo, il medico legale che ha effettuato l’autopsia non ha saputo stabilirne la causa, affievolendo così la pista di un delitto legato al traffico di organi. D’altra parte, fin dall’inizio, la redazione di Radio Don Bosco, l’emittente malgascia dei missionari salesiani, aveva avanzato l’ipotesi che all’origine del delitto ci fosse piuttosto lo svolgimento di qualche pratica tradizionale che richiede l’impiego di organi umani. All’agenzia di stampa MISNA Radio Don Bosco ha anche ricordato che, ormai da tempo, “le vendette popolari si stanno generalizzando, emblematiche del caos che regna nel paese” (MISNA, 4 ottobre 2013).

Sfiducia totale nelle istituzioni, esasperazione per condizioni di vita sempre più insopportabili, al di là di ogni immaginazione, abissi di disperazione: sono questi i sentimenti che prevalgono tra la popolazione e che generano il caos denunciato dalle fonti MISNA. Lo scorso luglio un rapporto della Banca Mondiale ha rivelato che dal 1960, anno dell’indipendenza dalla Francia, il numero dei malgasci poveri è quadruplicato portando la percentuale di quelli che attualmente vivono sotto la soglia di povertà al 92%.

Su di loro si abbatte un flagello dopo l’altro. A gennaio il ciclone Felleng ha raggiunto le regioni nordorientali dell’isola, seguito il mese successivo dal ciclone Haruna che ha devastato il sud ovest. A marzo, favorite dalle piogge torrenziali, le cavallette hanno incominciato a invadere il paese in immensi sciami di proporzioni mai viste, fino a infestare oltre metà dell’isola distruggendo tra l’altro circa il 60% dei raccolti di riso, alimentazione base della popolazione. Adesso, con l’inizio della stagione umida, si teme fortemente una nuova epidemia di peste bubbonica che potrebbe scoppiare a partire dalle prigioni sporche e malsane infestate dai topi (i roditori, infettati dalle mosche, trasmettono la malattia agli esseri umani). In Madagascar la peste è tuttora endemica. Vi si registra ogni anno il più elevato numero al mondo di contagi e di decessi mentre a sua volta il continente africano presenta ben il 90% dei casi mondiali di peste, concentrati nella Repubblica Democratica del Congo e, appunto, in Madagascar.

A maggio i vescovi malgasci, in un documento accorato, hanno definito il Madagascar “un paese moribondo”, regno della corruzione, dove i capi di Stato susseguitisi dall’indipendenza hanno varato ciascuno una diversa costituzione, di propria convenienza, concepita solo per mantenere il potere e farne approfittare parenti e amici e dove, insieme alla povertà, è andato crescendo un clima ormai insostenibile di paura e di violenza. «È in atto un genocidio silenzioso del popolo malgascio – a luglio la presidente del partito ambientalista Saraha Georget Rabeharisoa ha fatto da eco ai vescovi – il nostro è un paese in agonia».

Nel 2009 una situazione economica e sociale già a dir poco critica è degenerata ulteriormente quando un colpo di stato ha rovesciato Marc Ravalomanana, il presidente che aveva tradito la fiducia accordatagli da tanti connazionali nel 2002 dimostrandosi avido e indifferente alle sorti del paese tanto quanto i suoi predecessori. Andry Rajoelina, il suo successore, non è stato da meno. Così in questi quattro anni, mentre i vari schieramenti politici si scontravano rimandando di anno in anno il ripristino di istituzioni democratiche, il paese è stato sostanzialmente privo di una guida responsabile.

Dilagano ovunque delinquenza, banditismo, prostituzione anche infantile – spiega Radio Don Bosco – persino, di recente, traffici di ossa e saccheggi di tombe. L’ingente quantità di armi in circolazione favorisce l’uso della violenza da parte della popolazione stremata. Nel Sud, ad esempio, dove gli zebù vengono rubati a migliaia da bande di ladri che, con la complicità di veterinari, agenti di polizia e impiegati doganali, li rivendono all’estero guadagnando centinaia di migliaia di euro, i contadini hanno smesso di subire inermi e si difendono da soli uccidendo i ladri e mutilandoli.