Macché malato, Sinner è vittima della società della stanchezza
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Sinner non può stare male, non può cedere, non può fallire. Questo è il mondo in cui viviamo. La società dell'azione e della prestazione genera stanchezza eccessiva ed esaurimento. L'eccessivo aumento delle prestazioni porta all'infarto dell'anima.
Jannik Sinner è stato eliminato al secondo turno del Roland Garros 2026; ha avuto un crollo fisico improvviso e inspiegabile nel momento in cui la partita sembrava già vinta. Allarme sui media italiani: cos’è successo? Il caso merita un approfondimento, va studiato.
Per qualcuno è colpa del fatto che Sinner ha i capelli rossi; per altri, lo stress: troppe gare, troppi impegni, troppa pressione.
Il problema è che questi malesseri, nel tennis (ma non solo) sembrano essere diventati abbastanza comuni; l’anno scorso, a quanto pare, c’è stato un picco di ritiri per malore. Ecco, dunque, altre ipotesi che non riguardano il singolo tennista: i vaccini; oppure il solito prezzemolino, il riscaldamento globale.
Qual è la vera causa, se ce n'è soltanto una? Non lo so e, tutto sommato, non mi interessa. Quello che mi colpisce è altro: il fatto che il malore di un tennista sia diventato immediatamente un caso nazionale, un'anomalia da spiegare, quasi uno scandalo. Perché Sinner non può stare male. Non può cedere. Non può fallire. Questo è il mondo in cui viviamo.
Ne abbiamo scritto qualche settimana fa. Se, fino a qualche anno, fa, era normale sbagliare, avere alti e bassi, successi e fallimenti, ora non è più concesso. Perdere, stare poco bene non è più considerato fisiologico: è un caso da studiare, una anomalia da risolvere.
Ne parla il filosofo sudcoreano-tedesco Byung-Chul Han nel suo breve (e celebre) saggio La società della stanchezza (Nottetempo, 2010). Han sostiene che la società contemporanea ha abbandonato il paradigma del divieto e della repressione descritto da Foucault, per passare a un paradigma della prestazione e del potere positivo. Non più «devi obbedire» o «non puoi fare», come siamo stati cresciuti noi boomer; ma «puoi [devi] farcela», «devi performare». L’essere umano si auto-sfrutta volontariamente, convinto di essere libero; è un «imprenditore di se stesso» che lavora fino all'esaurimento credendo di realizzarsi. Le nuove malattie (depressione, sindrome da burnout, ADHD, disturbo borderline...) sono tutte patologie dell'eccesso: troppa positività, troppe richieste, troppe aspettative.
Leggiamo: «Se il doping fosse consentito anche nello sport, questo si ridurrebbe a una competizione farmacologica. L’aver semplicemente proibito l’utilizzo di tali sostanze, tuttavia, non impedisce l’evoluzione che trasforma non solo il corpo, ma l’essere umano nel suo complesso in una macchina da prestazione che deve funzionare indisturbata e deve massimizzare la prestazione. Il doping è soltanto una conseguenza di una evoluzione, nella quale l'essere in vita – che costituisce un fenomeno estremamente più complesso – viene ridotto alle funzioni e prestazioni vitali. Come suo rovescio, la società dell'azione e della prestazione genera stanchezza eccessiva ed esaurimento. [...] L'eccessivo aumento delle prestazioni porta all'infarto dell'anima».
L’uomo, dice Han, è ridotto alle sue prestazioni. L’uomo vale quanto (e in quanto) performa, quanto (in quanto) produce. Nessuno lo obbliga pistola alla tempia: è semplicemente inserito in una cultura, quella contemporanea, nella quale non può fare altro.
Han chiama questo esaurimento «infarto dell'anima». È una metafora: qualcosa si rompe dentro, non per debolezza, ma per eccesso. Il corpo di Sinner sul campo di Parigi, piegato sulle ginocchia a 5-1 nel terzo set, è forse l'immagine più onesta che il tennis ci abbia regalato quest'anno. Non di una sconfitta; di un sistema.
Non è il caso di interrogarci su questo sistema? Lo accettiamo? E come evolverà, nel prossimo futuro?

