• LETTERA

L'utero in affitto è tra noi, e facciamo finta di nulla

Una bella festa di famiglia per un anniversario in un ristorante. Al tavolo anche un uomo e il suo compagno con una coppia di gemellini ottenuti negli Stati Uniti grazie all'utero in affitto. Chissà se gli altri invitati, che ostentavano naturalezza, si sono fermati a pensare con quale orribile procedura avevano ottenuto quei figli, e cosa ne sarà di loro? È proprio la "banalità del male"...  

Coppie gay e utero in affitto

Caro Direttore,

sono una giovane mamma di due maschietti di 6 e 2 anni, con una femminuccia in arrivo.

Le scrivo questa lettera perché vorrei condividere con Lei e con i lettori della NBQ alcune riflessioni, originate da un recente episodio avvenuto a me e a mio marito.

Sabato scorso, lasciando i bimbi ai nonni, ci siamo concessi una cena al ristorante. Per una coincidenza imprevista, però, quella che avrebbe dovuto essere un’uscita serena e senza pensieri si è trasformata in una situazione densa di riflessioni, e purtroppo non delle più liete.

Il fatto è questo: arrivati al ristorante, siamo stati fatti accomodare ad un tavolo per due in una grande sala che ospitava già una lunga tavolata. Nulla di strano, se non fosse che, fra i numerosi commensali lì seduti, abbiamo riconosciuto una “coppia” piuttosto particolare, di cui già ben sapevamo la storia.

Si tratta di due uomini, uno dei quali è un amico del marito di mia cugina. Ella, venuta a diretta conoscenza dei dettagli di questa vicenda, me ne aveva immediatamente parlato, senza nascondere di esserne stata parecchio turbata. Circa un paio di anni fa Franco, in una maniera che ha sorpreso e spiazzato tutta la famiglia, ha annunciato di avere un compagno, con il quale si era “sposato” in Spagna e intendeva “avere dei figli” (i lettori portino pazienza per l’uso intenso delle virgolette, ma davvero non riesco a farne a meno). Nonostante la forte contrarietà degli anziani genitori, Franco ed il compagno hanno perseverato nel loro progetto e si sono recati negli Stati Uniti, dove hanno avuto accesso a quella che viene elegantemente chiamata gestazione per altri. Trascorso il tempo necessario, si sono portati a casa una coppia di neonati, maschio e femmina, che attualmente dovrebbero avere circa un anno.

I due bambini erano presenti a quella tavolata nella nostra sala, insieme ai due uomini che si fanno passare per i loro “due papà” e a tutta l’intera famiglia che, come abbiamo potuto cogliere dai brindisi, stava festeggiando un anniversario di matrimonio.

Da questo in apparenza normale e lieto quadretto familiare sono scaturite in noi innumerevoli riflessioni, che mio marito ha brillantemente sintetizzato nell’idea della “banalità del male”. Incuriositi da una situazione tanto singolare, non abbiamo potuto fare a meno di osservare i comportamenti delle persone intorno a quel tavolo. Pur senza pretendere di interpretare ciò che ognuno di loro provava dentro di sé, tutti davano l’impressione di essere assolutamente a loro agio; nel vociare siamo persino riusciti a distinguere qualcuno definire ad alta voce “papà” entrambi gli uomini...

Per quanto abbiamo potuto vedere coi nostri occhi, quella famiglia che, secondo i racconti di mia cugina, aveva subìto con doloroso stupore le scelte estreme di uno dei suoi membri, ora è arrivata non solo ad accettarle ma anche a legittimarle pienamente.

Mio marito ed io, di fronte a ciò, ci domandavamo con profonda pena: ma queste brave persone, di cui diverse anche piuttosto anziane, sanno come hanno fatto ad arrivare lì fra loro quei due deliziosi bambini? Certi dettagli riferiti da mia cugina sono a dir poco agghiaccianti. La donatrice degli ovuli è stata scelta da un apposito catalogo, e i suoi gameti (tra l’altro estratti dal suo corpo tramite procedure mediche estremamente pesanti ed invasive) sono stati fecondati in vitro con il seme di uno dei due uomini. Gli embrioni, accuratamente selezionati secondo le richieste degli “aspiranti papà” (!!!), sono stati in seguito impiantati nell’utero di un’altra donna, la quale ha dovuto firmare un contratto che la vincolava a una lunga serie di esami, cure mediche, norme alimentari e comportamentali, rischiando la rescissione del contratto stesso nel caso non avesse rispettato tali obblighi. Subito dopo il parto, i due neonati sono stati allontanati dalla donna che li ha portati in grembo per nove mesi, con la cura di evitare assolutamente che cercassero il seno, dal momento che ogni tipo di legame con lei doveva essere tagliato al più presto.

A seguito del pagamento di una cifra a cinque zeri, a questo punto Franco e il “marito” sono diventati per la legge degli USA ufficialmente i due “papà” dei gemellini.

Da madre e da donna in gravidanza, non posso descrivere cosa provo di fronte ad una simile aberrazione.

Il racconto, però, non è completo. Dal momento che, almeno fino al momento attuale, la legge italiana non prevede che dei bambini possano “nascere” da due uomini, per poterli portare in Italia i due neo-compratori di bambini hanno usato un furbo escamotage: uno dei due si è fatto registrare come padre biologico, facendo risultare i due piccoli come frutto di una sua relazione con la donna che li ha partoriti, la quale ha dovuto firmare un documento di rinuncia totale e definitiva alla patria potestà. A questo punto manca solo che diventi legale la stepchild adoption, da far seguire alla già avvenuta unione civile, affinché anche l’altro uomo possa definirsi “padre” anche per lo Stato italiano (pare comunque che ci stiano già pensando certi giudici).

Noi davvero non sappiamo se almeno qualcuno fra i parenti intorno a quel tavolo, guardando i due splendidi e innocenti bambini comprati, si rende conto del passato pesantissimo che essi, pur così piccoli, si portano già dietro. Non sappiamo nemmeno se qualcuno a quel tavolo si domanda quale potrà essere il futuro di quei due gemellini, condannati a crescere senza una mamma non per una tragica fatalità ma per consapevole premeditazione nonché, una volta più grandicelli, quale impatto potrà avere sulla loro psiche il fatto di essere stati selezionati e comprati come cagnolini di razza.

Non lo sappiamo, e forse non sappiamo nemmeno come ci saremmo comportati noi se questa tragica storia ci avesse toccati non soltanto attraverso un conoscente, ma tramite un parente stretto, un amico caro. Quello che sappiamo è che ciò che è stato fatto sulla pelle di questi ed altri innocenti è un vero sopruso, e da genitori siamo profondamente angosciati, anche perché la società nella quale si troveranno a crescere i nostri figli è talmente anestetizzata da non rendersene conto.

Ecco, ad essere sinceri un abbozzo di risposta abbiamo provato a formularlo: soprattutto per tutelare l’innocenza dei nostri piccoli, noi non avremmo potuto accettare di sederci a quel tavolo. Ci rendiamo conto che l’equilibrio tra la misericordia cristiana e la prona accettazione di qualunque “nuovo diritto” è davvero delicato. Probabilmente, ma qui parliamo solo per ipotesi, se Franco fosse stato un nostro congiunto, gli avremmo detto: “Noi ti vogliamo bene, ma non condividiamo le tue scelte di vita. Non ti vogliamo allontanare da noi, ma ti chiediamo di non coinvolgere noi e i nostri bambini; per questo preferiremmo poter continuare a frequentarti da solo”. 

Questa che abbiamo immaginato è soltanto un’ipotesi, magari nemmeno la migliore né la più giusta... Però sentiamo fortemente che far finta che tutto vada bene sarebbe ancora peggio. La normalizzazione del male è in uno stadio avanzato e noi lo abbiamo visto in un banale sabato sera al ristorante.

Tante volte ci illudiamo che certe realtà siano ancora lontane, che esistano solo nei TG e nelle fiction, ma purtroppo non è così ed è proprio per questo che abbiamo voluto condividere questa nostra esperienza. Non facciamoci ammaliare da una malintesa idea di “inclusione”, “accettazione della diversità”, “diritti per tutti”. Non esiste il diritto di fabbricare e comprare bambini, rendendoli orfani di padre o di madre, per legge, fin dalla nascita.

Lettera firmata