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L'ultimo comizio contro Renzi lo fa la Bindi

Ci ha pensato la Commissiome Antimafia la sua presidente Rosi Bindi a rendere ancora più caotica la vigilia delle elezioni regionali. La lista di proscrizione con “gli impresentabili” ha poco a che vedere con la moralità, ma molto di più con una vendetta dell corrente bersaniana e un regolamento di conti interni al Pd.

Rosi Bindi

Il Presidente del consiglio, ne siamo certi, non vede l’ora che arrivi lunedì. Se alle elezioni regionali conquisterà un successo in sei regioni su sette, ipotesi probabilissima, potrà togliersi più di un sassolino dalla scarpa. E a farne le spese, più che Grillo e Salvini, saranno gli esponenti della “ditta”, i dissidenti Pd che hanno sin qui cosparso di trappole il cammino dell’esecutivo e, a quanto pare, anche questa campagna elettorale. Se invece l’onda lunga renziana dovesse subire una battuta d’arresto, magari con una sconfitta del Pd, oltre che in Veneto, anche in Liguria e/o Campania, il panorama potrebbe profondamente mutare e a quel punto gli esiti sarebbero imprevedibili, anche per le sorti della legislatura.

La Commissione parlamentare Antimafia non è un tribunale, ma a presiederla è Rosy Bindi, emblema dell’antirenzismo viscerale, che ieri ha diramato in una conferenza stampa i nominativi dei 16 candidati “impresentabili”. Quattro di essi corrono per un posto da consigliere regionale in Puglia (tre di centrodestra e uno di centrosinistra), gli altri 12 gareggiano in Campania. Tra di loro, oltre che la moglie di Clemente Mastella (Forza Italia) e vari rappresentanti di forze centriste o di centrodestra, c’è Vincenzo De Luca, il pomo della discordia di questa campagna elettorale, la buccia di banana sulla quale rischia di scivolare perfino il Presidente del Consiglio. Ma a che titolo la Commissione Antimafia ha compilato tale lista di “proscrizione”, che ha tutto il sapore di una vendetta della vecchia guardia Pd nei confronti di Palazzo Chigi? 

Si tratta, infatti, di un’iniziativa che ha trovato approvazione solo tra i bersaniani e l’opposizione dem, mentre ha lasciato sconcertati tutti gli esponenti degli altri partiti, grillini compresi, che parlano di pateracchio e di azione tardiva, considerato che ormai la campagna elettorale è conclusa e forse avrebbe avuto maggior senso fare i nomi di questi presunti “impresentabili” prima della compilazione delle liste. La legge istitutiva, però, è molto chiara: tra le funzioni della Commissione Antimafia, c’è quella di «indagare sul rapporto tra mafia e politica, sia riguardo alla sua articolazione nel territorio e negli organi amministrativi, con particolare riferimento alla selezione dei gruppi dirigenti e delle candidature per le assemblee elettive, sia riguardo alle manifestazioni che, nei successivi momenti storici, hanno determinato delitti e stragi di carattere politico-mafioso».

Ma la questione più spinosa riguarda la presenza, nell’elenco degli “impresentabili”, del candidato governatore della Campania, De Luca, appoggiato da Renzi e da tutta la maggioranza del Pd. L’ex sindaco di Salerno, che ha già annunciato querela per diffamazione nei confronti della Bindi, è stato condannato a un anno di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per abuso d’ufficio e quindi è candidabile, ma ineleggibile in base alla legge Severino. Il giudizio di “impresentabilità” formulato nei suoi confronti dalla Commissione Antimafia non riguarda, tuttavia, questa condanna, bensì un altro processo in corso dal 2002, che vede De Luca imputato per concussione continuata, reato che avrebbe commesso nel maggio 1998. Sul capo di De Luca, inoltre, incombono altre accuse per i reati di abuso d'ufficio, truffa aggravata e associazione per delinquere. Per l'ipotesi di reato di concussione continuata la prossima udienza è peraltro fissata per il 23 giugno. Si tratta, quindi, di un personaggio che, a prescindere dalle vendette bindiane, non incarna quello spirito di trasparenza e di inattaccabilità sul quale cerca di fondarsi il nuovo corso renziano della politica. 

Il finale di campagna elettorale si è surriscaldato e non è detto che dalle urne non vengano fuori sorprese. Tanto più che la disomogeneità dei sistemi di voto potrebbe produrre scenari contraddittori. Ognuna delle 7 regioni nelle quali si vota ha infatti dato attuazione all’art.122 della Costituzione producendo una propria legge elettorale che si differenzia dalle altre in ordine a soglie, premi, sbarramenti, preferenze. Una Babele di criteri di assegnazione di seggi su base regionale, che rischia di produrre squilibri, anomalie e maggioranze variabili. In Liguria, ad esempio, una delle regioni in bilico, l’80% dei seggi, quindi 24 su 30, vengono assegnati su base proporzionale e soltanto i rimanenti 6 rientrano nel premio spettante al candidato vincitore. Pertanto, una vittoria risicata potrebbe esporre la candidata renziana Paita ad accordi con gli uomini dell’altro candidato di sinistra (Pastorino) o addirittura con grillini o forzisti. Nelle Marche, dove il governatore Spacca, dopo due legislature nel centrosinistra, si presenta alla guida di una coalizione di centrodestra, il vincitore deve raccogliere almeno il 34% dei voti per poter conquistare il premio, altrimenti rischia di dover fare alleanze indigeste pur di governare. La Campania, da questo punto di vista, pur nel caos legato al caso De Luca, ha una legge più chiara nell’attribuzione dei seggi (trenta, vale a dire il 60%, spettano alla coalizione del candidato vincente).

É evidente, però, che al di là dei fattori numerici e dei calcoli della vigilia, l’incognita più pesante riguarda il peso delle forze antisistema. Nella lista di “proscrizione” dell’Antimafia compaiono esponenti di centrosinistra e di centrodestra e questo potrebbe alimentare una certa disaffezione anche nell’elettorato Pd, a tutto vantaggio dell’esercito degli astenuti oppure dei partiti come il Movimento Cinque Stelle che, dal punto di vista della moralità, sono finora apparsi maggiormente affidabili. Andiamo incontro a un nuovo bipolarismo Pd-Grillini con il centrodestra spappolato e relegato al ruolo di spettatore?