L'Ue vuol normalizzare i rapporti con la Siria, nonostante i crimini jihadisti
“Dialogo politico di alto livello” tra il Consiglio europeo e la Siria. Eppure tutta questa attenzione e benevolenza nei confronti del nuovo regime islamico è immeritata, considerando la sua persecuzione sistematica delle minoranze.
L'11 maggio scorso a Bruxelles si è tenuto il primo “Dialogo politico di alto livello” tra il Consiglio europeo e la Siria, presieduto dall'Alto Rappresentante della Ue per gli Esteri e le politiche della sicurezza Kaja Kallas e dal Ministro degli Esteri e degli Espatriati del “nuovo governo siriano di transizione” Asaad al Shaibani.
Come si legge nel relativo comunicato stampa, l'incontro è stato un passo verso la «normalizzazione dei rapporti tra la Siria e il Consiglio Europeo», che da parte sua intende «supportare gli sforzi delle autorità siriane per la stabilizzazione del Paese, la ripresa socioeconomica e la transizione politica inclusiva». Gli organismi dell'Ue sono inoltre pronti ad «affiancare il governo di Damasco» nella «salvaguardia dei diritti di tutti i cittadini siriani». Come “segno ulteriore” della normalizzazione delle relazioni tra Ue e Siria, il Consiglio Europeo ha deciso di ripristinare l'accordo di cooperazione eonomica sospeso nel 2011, in seguito allo scoppio della guerra civile.
Pochi giorni dopo – e sulla stessa linea politica - una delegazione della Banca mondiale ha raggiunto a Damasco al Shaibani per una riunione sui “progetti in corso”, sia alla firma che nuovi, pensati per “supportare gli sforzi della ricostruzione” del Paese.
La fiducia accordata unilateralmente dalle istituzioni occidentali al governo di Ahmed al Sharaa, che in termini economici si traduce in trasferimenti di milioni di dollari, appare singolarmente immeritata. Dalla sua formazione nei primi mesi del 2025, il governo “transitorio” (ma riconfermato da elezioni farsa nell'ottobre successivo) presieduto da al Sharaa, già leader della formazione qaedista Hayat Tahrir al Sham con il nome di abu Mohamad al Jolani, ha gettato il Paese nel caos. Sin dall'insediamento della nuova compagine governativa le milizie di Hayat Tahrir al Sham, composte da siriani e da mercenari stranieri affiliati in varia misura allo Stato Islamico, hanno messo in atto persecuzioni sistematiche delle minoranze religiose – ma non solo - che durano tuttora nell'indifferenza della comunità internazionale.
La prima ad essere attaccata è stata la comunità alawita della costa che, secondo le stime, solo nella primavera del 2025 ha perso mille e cinquecento membri - uomini, donne e bambini passati per le armi; a luglio è stata colpita la regione drusa di Suwayda – trecento le vittime accertate di due settimane di scontri, mentre nel gennaio scorso la zona curda di Raqqa è stata occupata manu militari.
Anche le comunità cristiane, ben radicate da tempi antichissimi in tutto il Paese, sono state colpite dalla persecuzione del nuovo governo – ha avuto vasta risonanza l'attacco di matrice jihadista alla chiesa ortodossa di Sant'Elia, a Damasco, nel giugno 2025: come le altre minoranze religiose vivono costantemente nel terrore ed hanno in parte rinunciato a celebrare pubblicamente i propri riti. Solo per ricordare gli ultimi fatti di sangue, a fine aprile sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco a Jaramana, appena fuori Damasco, un giovane dentista druso e il proprietario cristiano di un noto ristorante di Bab Touma, a distanza di tre giorni l'uno dall'altro; due minori drusi sono stati assassinati a sangue freddo a Baka, regione di Suwayda; l'imam della moschea sciita di Sayyda Zeinab è stato ucciso con una bomba a mano il pomeriggio del primo maggio; sui muri di Jdaydet Artooz, città tradizionalmente drusa e cristiana nelle campagne di Damasco, sono comparse nei giorni scorsi scritte che lasciano poco spazio all'interpretazione: “Abbasso la croce, viva l'islam”. Nemmeno la popolazione di fede sunnita – l'ottanta per cento dei siriani lo è – è risparmiata dalle attenzioni omicide delle milizie governative: il sospetto di aver collaborato col regime del deposto dittatore Bashar al Assad è sufficiente alle milizie governative per uccidere, rapire e torturare chiunque.
Un altro fenomeno che dalla presa del potere di HTS ha assunto dimensioni preoccupanti è il rapimento di giovani donne, in massima parte alawite ma anche cristiane, sottratte alle loro famiglie per essere convertite a forza all'islam jihadista e “date in sposa” - dunque assegnate come schiave sessuali - agli uomini di Al Sharaa.
Sui social network sta circolando in questi giorni la storia emblematica di Batoul Alloush, giovane alawita rapita dal campus dell'università di Latakia lo scorso 29 aprile, che dopo la sua sparizione avrebbe inviato ai parenti un messaggio “nel nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso” in cui dichiarava di aver abbracciato una nuova vita e chiedeva di non cercarla più. Come lei, centinaia di donne, tra cui molte giovani madri, non hanno più fatto ritorno a casa.
Fa specie che il mondo occidentale, così attento alle tematiche della violenza di genere, decida scientemente di tacere davanti a simili palesi e riconosciute violazioni dei diritti umani e accordi legittimazione politica e sostegno economico a un regime che se ne rende responsabile.

