L'Ue non vede le purghe del nuovo governo Magyar
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Desta allarme la tabula rasa che il governo ungherese di Peter Magyar sta facendo nei confronti di editori e giornalisti pubblici e privati di ispirazione conservatrice. Fatti gravi che Commissione e Parlamento europeo sembrano non vedere.
L’Europa “schiacciasassi” viaggia a tutta velocità contro le formazioni politiche di destra patriottiche e nazionaliste e Ursula Von der Leyen, ancora una volta in spregio ad ogni buon senso e obiettività, premia i tentativi di colpo di Stato bianco e aperta violazione dello stato di diritto, oltreché della libertà di informazione, del neo premier Peter Magyar.
Nemmeno la visita a Budapest dello scorso 2 luglio della Commissione di Venezia, organismo internazionale di esperti dello “Stato di diritto” e “regole democratiche” a Budapest, invitati dal Presidente della Repubblica in carica Tamás Sulyok, ha messo in allarme il cronoprogramma di Bruxelles per premiare gli imberbi vincitori dell’odiato Orban. Le più alte autorità della Commissione di Venezia, la presidente Marta Cartabia, la direttrice e segretaria della Commissione, Simona Granata-Menghini e il membro austriaco della Commissione, Christoph Grabenwarter, hanno svolto un prima visita per verificare la corretta costituzionalità e il rispetto dello Stato di diritto delle riforme emendative incluse nell’Emendamento costituzionale n. 17 del Governo Magyar, che prevedono la sostituzione sia dell’attuale Presidente della Repubblica sia del Presidente della Corte Costituzionale.
La speranza è che le consultazioni in corso tra la Commissione e il governo ungherese possano «contribuire efficacemente a preservare l'ordine costituzionale ungherese in modo coerente con gli standard europei», tuttavia proprio il governo di Peter Magyar si è sgarbatamente rifiutato persino di ricevere le alte cariche istituzionali della Commissione di Venezia.
Desta allarme anche la tabula rasa che il governo sta facendo nei confronti di editori e giornalisti pubblici e privati di ispirazione conservatrice dal mese di giugno scorso, come denunciato dall’ex Commissario europeo all’educazione ed ex ministro del governo Orban, Tibor Navracsics, preoccupato dai «licenziamenti di massa nei media civici e di destra» e che il sostentamento delle famiglie e il destino delle persone sono stati messi in crisi.
Ultima misura in questo campo è il commissariamento di tutti i mezzi di comunicazione pubblici statali, a seguito della dichiarazione Zoltán Tarr, ministro delle Relazioni sociali e della Cultura che ha annunciato la nomina di Judit Grósz come commissario ministeriale incaricato di razionalizzare le responsabilità e ristrutturare il settore dei media pubblici. Il compito del commissario è quello di creare le condizioni per un funzionamento equilibrato dei media pubblici e, successivamente, di coordinare le relative consultazioni professionali e sociali.
Da martedì 7 luglio pomeriggio le trasmissioni dei canali televisivi e radiofonici pubblici nazionali ungheresi sono state sospese in seguito alla nomina di un team di gestione ad interim. Le purghe, i bavagli, le penalizzazioni e chiusure di mass media e centri culturali avanzano a spron battuto come in ogni regime totalitario che si rispetti, nel silenzio complice degli europeisti di tutto l’occidente e delle istituzioni di Bruxelles. Recente esempio sono anche i fatti riguardanti il prestigioso “Mathias Corvinus Collegium” (MCC), istituto di istruzione superiore di fama internazionale, che ha annunciato la sua prossima chiusura alla fine di questo mese, dopo aver ricevuto una lettera ufficiale dal principale ideologo di Péter Magyar, il vice primo ministro Bálint Ruff.
La mancanza di indagini e verifiche europee della Commissione ed il disprezzo del Parlamento che si rifiuta di aprire una indagine su fatti gravi che violano cardini della democrazia, dello Stato di diritto e della libertà di espressione e stampa è già un fatto gravissimo e sconcertante ma ancor più tragico è la sfacciataggine di coloro che direttamente ed indirettamente sostengono ed incoraggiano questa svolta autoritaria ungherese. «Péter Magyar ha ricevuto dal popolo ungherese, nel corso di elezioni democratiche, un chiaro mandato per cambiare il Paese, ed è esattamente ciò che sta facendo», queste le parole pronunciate a Strasburgo lo scorso 8 luglio da Manfred Weber, presidente del Partito Popolare Europeo (PPE).
Peccato che queste parole rappresentano l’opinione di un eccitato tifoso piuttosto che del leader del PPE che, oltre ai principi cristiani, ha nel suo statuto i cardini della democrazia, tra cui “Stato di diritto” e “libertà fondamentali”. Peggio di Weber ha fatto solo la Commissione europea che, d’intesa con Ursula Von der Leyen, ha proposto e fatto approvare dal “Consiglio Affari economici e finanziari” (ECOFIN), il 10 luglio il via libera per l’invio di una decina di miliardi ulteriori al governo di Peter Magyar, gran parte dei fondi per la ripresa e la coesione destinati all’Ungheria che erano stati trattenuti da Bruxelles per anni, a causa di quelli che la Commissione europea ha definito rischi di corruzione sistemica, violazione dello Stato di diritto, oltre che per preoccupazioni relative all’indipendenza giudiziaria e alla libertà accademica. «Si avverte già un forte vento di cambiamento in tutta l’Ungheria», diceva von der Leyen dopo aver incontrato Magyar a Bruxelles il 29 maggio scorso. Siamo di fronte ad inadeguatezza a cui si aggiunge indegnità.
