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L'ANTEFATTO

L'Onu a Durban accese la miccia

Poche ore prima dell'attentato alle Torri Gemelle, la conferenza delle Nazioni Unite in Sudafrica accusa l'Occidente di imperialismo.

Attualità 19_09_2011
durban

Le Nazioni Unite sono da tempo terreno d’azione di forze antagoniste all’Occidente cristiano, interne ed esterne ad esso. Mai era stato così evidente come nel 2001 a Durban 1, la prima conferenza ONU sul razzismo. Tra gli applausi scroscianti di 15.000 delegati, in rappresentanza di 160 paesi e di oltre 3.000 ONG, l’allora presidente del Sud Africa, Thabo Mbeki, il 31 agosto, nel discorso d’apertura, aveva affermato che lo schiavismo, il colonialismo e il razzismo europei e americani sono responsabili della povertà che affligge oggi “le persone brune o nere”.

Applausi avevano poi accolto Fidel Castro: “il mondo ricco e sprecone può e deve pagare perché si è arricchito con gli sporchi guadagni derivanti dal traffico di esseri umani”; il presidente del Rwanda, Paul Kagame: “i mali dell’Africa? La colpa è tutta dell’Europa”; quello del Burkina Faso: “il commercio degli schiavi ha distrutto le risorse umane africane…nel XVI secolo non esisteva tanta differenza tra l’Europa e l’Africa: questa differenza è profonda oggi a causa dell’eredità del colonialismo e dello schiavismo che hanno aiutato a costruire le economie occidentali. Questa generazione del mondo occidentale è la vera beneficiaria dei crimini ed è per questo che deve pagare”.

Alla luce degli eventi successivi, gli applausi di Durban acquistano un significato sinistro e ancor più l’agenda dei lavori del summit e il contenuto del documento finale proposto all’Assemblea per il voto. Come si ricorderà, il compito di organizzare Durban 1 era stato affidato alla Commissione per i Diritti Umani – in seguito sostituita con il Consiglio per i diritti umani – presieduta dall’Alto Commissario Mary Robinson. A tal fine, nel corso degli incontri preliminari svoltisi a partire dalla primavera, i suoi componenti avevano elaborato un testo da usare come piattaforma per la stesura dei documenti programmatici della Conferenza e avevano preparato un’agenda degli argomenti da trattare, avvalendosi della collaborazione delle ONG invitate a partecipare ai lavori.

Dal punto di vista della lotta alla discriminazione razziale e all’intolleranza, i testi non aggiungevano nulla a quanto già proclamato e intrapreso negli oltre 50 anni trascorsi dalla pubblicazione della Carta universale dei diritti umani. Sarebbero tuttavia stati approvati dall’Assemblea della Conferenza se, confidando nel sostegno della maggioranza dei paesi rappresentati a Durban e in quello dell’opinione pubblica mondiale, non vi fossero stati inclusi alcuni paragrafi a causa dei quali il summit ha rischiato di essere interrotto e si è risolto sostanzialmente in un fallimento. Nel testo ONU il sionismo era equiparato a una “forma di razzismo” e Israele era accusato di politiche razziali discriminatorie nei confronti dei palestinesi. In quello presentato al forum delle ONG Israele veniva definito “Stato razzista colpevole di atti di genocidio” e il popolo palestinese era esplicitamente autorizzato a reagire con qualunque mezzo.

Il secondo punto controverso riguardava l’accusa rivolta agli Stati occidentali, e in particolare ai membri del G7, di essere “plasmati da secoli di razzismo”, all’origine dello schiavismo e dell’imperialismo europei. Si voleva quindi che i paesi denunciati riconoscessero di essersi macchiati di crimini contro l’umanità, esprimessero rincrescimento, porgessero scuse ufficiali per i danni materiali e morali arrecati e ammettessero di dover risarcire sia i discendenti degli africani vittime della tratta atlantica degli schiavi sia i paesi africani danneggiati dallo schiavismo e dalla colonizzazione europei. Gli Stati Uniti per primi avevano reagito, nelle settimane precedenti all’incontro, dichiarando di non essere disposti a parteciparvi a quelle condizioni. Quindi avevano inviato a Durban una delegazione di basso profilo di cui non faceva parte l’allora segretario di Stato, Colin Powell. Infine il 3 settembre, ritenendo impossibile il dialogo, avevano richiamato in patria i loro rappresentanti e altrettanto aveva fatto Israele.

In un certo senso è quella la data che segna una svolta storica, il punto di non ritorno: a cui poche ore dopo avrebbe fatto seguito l’attacco di al Qaeda agli Stati Uniti. Nei giorni successivi anche i paesi dell’Unione Europea e quelli aspiranti a diventarne membri esprimevano l’intenzione di ritirare le loro delegazioni se il testo non fosse stato modificato. Dopo lunghe discussioni – alcuni paesi arabi e islamici minacciavano di non approvarlo se fosse stato tolto il riferimento a Israele – i paragrafi controversi venivano cancellati e la dichiarazione e il piano d’azione venivano approvati dall’Assemblea della Conferenza. È da escludere che anche uno solo dei 15.000 delegati riuniti a Durban non abbia capito il significato dei paragrafi contestati e le intenzioni di chi li aveva proposti. Questo significa che una volontà non di giustizia, non di far bene, ma invece di attaccare l’Occidente e di preparare il terreno ad altre sfide ha animato la Conferenza e i suoi protagonisti. Lo provano le stesse reazioni alla partenza della delegazione americana, definita coralmente una “fuga”, un modo poco onorevole di sottrarsi a una situazione molto “imbarazzante”: come se non fosse nota la posta in gioco.

Quali fossero gli obiettivi reali del summit è confermato dal fatto che Israele è stato l’unico paese accusato di razzismo e discriminazione in un documento per il resto vago e generico, palesemente preoccupato di non urtare governi e popolazioni responsabili di violare i diritti umani. Le organizzazioni indiane di ispirazione cristiana e la Commissione nazionale indiana per i diritti umani, ad esempio, avevano chiesto invano, per mesi, che il sistema delle caste fosse incluso nelle forme di discriminazione da condannare nell’ambito della Conferenza. La replica dell’India – “quello delle caste è un problema sociale indipendente dall’appartenenza etnica, quindi non è di pertinenza del summit di Durban” – era stata accettata dalla segreteria del vertice, malgrado l’evidente pretestuosità. Allo stesso modo, anche ammettendo un fondamento alle rivendicazioni degli eredi degli schiavi africani, è significativo che la richiesta di scuse e di risarcimenti finanziari sia stata rivolta solo ai paesi occidentali.

A Durban non si è parlato
, neanche per una parvenza di onestà, di esigere espressioni di pentimento e compensi economici dalle popolazioni arabo-islamiche che prima dell’Europa hanno colonizzato l’Africa e vi hanno condotto per oltre un millennio un traffico di schiavi a cui si deve la perdita di altrettanti uomini quanti furono quelli portati nelle Americhe dai negrieri europei.