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L'onda della recessione chiede nuove ricette

Rilanciare l'economia è complesso perché i problemi sono strutturali,
a cominciare dalla stagnazione demografica, che tutti ignorano.

Recessione

E' ormai sicuro: il 2012 sarà per l'economia italiana un anno di frenata. Già gli ultimi due trimestri del 2011 si sono chiusi con un segno negativo per il prodotto interno lordo e si è verificata così la condizione per cui si possa "tecnicamente" parlare di recessione. Ma l'andamento di fine 2011 è stato tale da condizionare anche i primi mesi di quest'anno senza che peraltro si intravedano novità particolari da poter indicare una possibile inversione di tendenza.

E in effetti la manovra "salva Italia" varata all'inizio di dicembre dal Governo Monti da una parte ha evitato di far cadere il Paese (e probabilmente anche l'Europa) in una gravissima crisi finanziaria, ma dall'altra con l'aumento delle tasse e i tagli alla spesa pubblica ha creato le condizioni per nuovi cali della domanda interna e per la riduzione del flusso di investimenti pubblici e privati. E non si può peraltro dimenticare che in questo 2012 si sommano anche gli effetti delle manovre varate in estate dal Governo Berlusconi anch'esse basate sui tagli alle spese e sull'aumento delle entrate.

Un ulteriore elemento di difficoltà è costituito dal fatto che mentre le misure di risanamento finanziario hanno avuto un effetto immediato nel condizionare le scelte dei cittadini-consumatori, gli altri provvedimenti destinati a sostenere la crescita, come le liberalizzazioni e le semplificazioni (peraltro ancora  molto timide) non potranno che avere effetti progressivi e comunque a medio-lungo termine.

In questa fase rilanciare l'economia italiana appare un obiettivo altrettanto ambizioso quanto complesso soprattutto perché gli elementi di difficoltà sono  strutturali e non unicamente congiunturali, dipendono cioè dalle condizioni di fondo dell'economia e della società e non semplicemente da un calo del tutto temporaneo della domanda.

Il maggior problema di fondo, regolarmente sottovalutato,  è infatti costituito dalla stagnazione demografica che sta contrassegnando l'Italia da almeno tre decenni, una stagnazione che in alcuni periodi è stata compensata dagli arrivi dei immigrati e dalla maggiore prolificità di quelli da più tempo in Italia. Su questo elemento poi si innescano altre problematiche di fondo come il basso livello medio dell'istruzione, la scarsa propensione all'innovazione, il forte peso del settore pubblico nell'economia.

Nei giorni scorsi l'Ocse, l'Organizzazione che riunisce i maggiori Paesi industrializzati, ha pubblicato un rapporto dedicato proprio alle possibilità di crescita ponendo come priorità la "riduzione delle barriere alla competizione" e il "miglioramento dell'efficienza della struttura fiscale, riducendo le tasse sui salari e spostandole sui consumi e le proprieta". L'Ocse inoltre ha posto in risalto l'importanza di interventi di riforma del mercato del lavoro e di riduzione della presenza pubblica in molti settori come quello televisivo, quello dell'energia, quello dei trasporti e quello dei servizi pubblici locali.

Su molti fronti queste indicazioni corrispondono alle strategie che il Governo Monti ha cercato di varare in questi ultimi mesi pur con i limiti imposti dalle condizioni di emergenza in cui si sono trovati i  conti pubblici. Ma non ci sono stati solo i vincoli finanziari. A frenare l'azione del Governo c'è stata una resistenza trasversale di molti gruppi o forze sociali (sindacati ovviamente compresi) che hanno dimostrato di volersi opporre ad ogni possibile cambiamento. E per molti aspetti il Governo è rimasto ingabbiato anche per la necessità di tenere un rapporto costruttivo con i partiti che lo sostengono, partiti nessuno dei quali sembra peraltro avere le idee molto chiare sulle strategie necessarie per la crescita.

Ma con una disoccupazione reale che supera il 10%, se si tiene conto della cassa integrazione,  e con una disoccupazione giovanile tre volte superiore (mentre in Germania i due dati sono sostanzialmente uguali) la necessità di un cambio di passo della politica economica risulta evidente.
Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro è in questa prospettiva molto significativo: sarebbe infatti necessario trovare tutte le strade possibili per offrire maggiori possibilità di impiego ai giovani non solo e non tanto attraverso incentivi diretti quanto migliorando le potenzialità competitive delle imprese, offrendo strumenti per aumentare la produttività, riducendo i costi occulti sul lavoro. E invece gli incontri tra le parti sociali e il Governo sembrano proseguire sull'onda della più scontata difesa dell'esistente.