• REFERENDUM AUSTRALIA

L'odio verso chi si oppone alle pseudo "nozze" Lgbt

Il referendum per il cosidetto "matrimonio" fra persone dello stesso sesso si sta svolgendo in un clima di "caccia alle streghe". Chi vota No è già considerato un nemico pubblico da eliminare. 

Referendum sul matrimonio in Australia

Sempre in nome della democrazia e del rispetto la campagna australiana per il referendum sulle cosiddette “nozze” fra persone dello stesso sesso si sta svolgendo nello stesso clima di "caccia alle streghe" che aveva caratterizzato anche il voto irlandese dell’Aprile 2015. 

Sempre come in Irlanda, la campagna Lgbt è stata martellante, sponsorizzata dal mainstream massmediatico che ha ormai inculcato l’idea che chiunque pensi che il matrimonio sia solo fra uomo e donna non ha libertà di parola. Dunque, già ora, non è ammessa opzione o visione differente da quella in voga senza che ciò conduca ad un'esclusione sociale.

L’ultimo episodio riguarda proprio l’attuale momento elettorale, in cui una donna, dipendente di un'azienda che organizza eventi per bambini, è stata licenziata solo per aver espresso pubblicamente la sua volontà di votare “no” al referendum, dimostrando che ancor prima dell’approvazione della norma quanti vi si oppongono sono di fatto da considerarsi come delinquenti. La giovane, una diciottenne di nome Madeline, aveva infatti condiviso su Facebook una frase della Coalition for Marriage che recita così: “Si può votare No”. L’azienda aveva risposto che ciò comprometteva il suo business. Perché, ha ammesso la datrice di lavoro di Madeline, Madin Sims, “non si può votare No. Non si può essere omofobici. Non è una questione di opinioni e nemmeno religiosa. E' una questione di amore”. Dunque chi è “pubblicamente orgoglioso” del suo credo cristiano “mette a rischio il benessere dei bambini”.

Insomma, ciò che la ragione dice essere contro natura, e quindi un male, è ormai diventato un bene. Motivo per cui chi si oppone ad esso è da considerarsi non più un libero cittadino ma un nemico del benessere pubblico. Basti pensare all’arcivescovo cattolico di Hobart, Jualian Porteous, a cui è stato chiesto di presentarsi di fronte ad un tribunale australiano dopo aver distribuito una lettera in cui difendeva il matrimonio naturale. Solo dopo molto tempo e molti soldi spesi in processi legali la causa è stata chiusa. Ma non solo, perché diversi oppositori pubblici della norma referendaria erano già stati costretti a cancellare le prenotazioni in un albergo della catena Accor Hotel in cui avrebbero dovuto tenere delle conferenze perché “abbiamo condotto una revisione oggettiva circa la sicurezza dei nostri ospiti e del personale. A seguito di questa revisione l'evento non avrà più luogo”.

L’anno scorso, invece, David van Gend si era visto rifiutare la pubblicazione di un libro sul matrimonio naturale, troppo politicamente scorretto, mentre era già in corso la trattativa per la pubblicazione da parte della casa editrice Connor Court. Anche nelle università e in altri luoghi di lavoro sono avvenute discriminazioni solo sulla base di un’opinione espressa liberamente come dovrebbe accadere in ogni democrazia capace di demarcare con giustizia i limiti di un pensiero che vada contro il bene comune e la sicurezza pubblica. E’ il caso di Steven Chavura, membro del consiglio di amministrazione del Lachlan Macquarie Institute e impiegato dell’Università di Macquarie. Michael Barnet, attivista Lgbt, dopo essere riuscito a far licenziare altre persone con le stesse visioni di Chavura, ha cercato di farlo eliminare dal board. Chavura aveva quindi dichiarato che “quest’uomo sta cercando di distruggere la mia carriera perché non sono d'accordo con lui sul “matrimonio” dello stesso sesso”.

Su Sky News, il noto giornalista australiano Andrew Bolt, ha raccontato il 31 agosto scorso che durante la campagna elettorale una donna è stata minacciata duramente. Anche un commerciante è stato minacciato di boicottaggio per aver versato 120 dollari australiani sul conto corrente della campagna per il “sì”. Una mamma intervistata ha invece raccontato che tornando dalle scuole elementari il figlio le ha confessato che le insegnanti gli dicevano che dall’anno prossimo sarebbe potuto andare a scuola vestito da bambina. Altre due donne hanno denunciato episodi di indottrinamento dei figli piccolissimi riguardo alle scelte sessuali di ogni tipo, ma sono state messe a tacere con l’accusa di mentire.

Infine, tre settimane fa la Australian Christian Lobby (Acl) ha ricevuto un pacco pieno di polvere che ha costretto il personale ad evacuare. Lyle Shelton, presidente della Acl, ha incolpato gli attivisti Lgbt per "l'atto di bullismo". Mentre i governi locali, come quello della città di Sidney, hanno persino deciso di elargire benefit a coloro che sostengono la campagna per il No comprando bandiere arcobaleno ed altri gadget.

Bisogna poi aggiungere che se in Australia vincesse il sì non si avrebbero solo le cosiddette nozze “fra persone dello stesso sesso” ma “fra due persone” qualunque, come recita il testo della norma, il che potrebbe portare a matrimoni fra parenti o fra adulti e bambini senza possibilità di dissentire. Cosa fare dunque di fronte ad una legge di fatto già attiva prima che sia approvata per cui diversi genitori sono già finiti nei guai dopo aver ritirato i figli dai corsi di educazione sessuale dove venivano indottrinati con l’ideologia gender? Come proteggere le scuole che verranno private dei sussidi statali se non includeranno tali programmi, come già avviene in Usa dopo l'approvazione della stessa legge o in Canada dove i genitori rischiano persino di vedersi privati della potestà genitoriale?  

Per ora la legge non prevede esenzioni per chi non voglia obbedire al nuovo diktat e difficilmente le prevederà, dato che diversamente dall’aborto (che si diceva fosse un male da accettare come estrema ratio) il “matrimonio per tutti” viene approvato come un diritto della persona. Per ora, restano solo le parole della giovane diciottenne cristiana che ha avuto il coraggio di difendere pubblicamente la sua coscienza subendo il licenziamento: “Semplicemente non posso votare di Sì senza andare contro al mio Dio”. E poi, ha coraggiosamente continuato, “non ho paura di difendere il mio credo di cristiana”.

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